Pubblichiamo un estratto del libro Senza legge. Perché l’educazione sessuo-affettiva è una questione politica, che interroga il modo in cui la scuola italiana affronta (o elude) il tema della violenza di genere e dell’educazione sessuo-affettiva tra i giovanissimi.
Educazione al rispetto
Vediamo cosa accade oggi nel mondo della scuola.
A novembre 2023, in seguito al femminicidio di Giulia Cecchettin e ad altri casi di violenza che hanno avuto grande eco mediatica, come quello accaduto a Caivano, Valditara ha promosso una direttiva dal titolo “Piano nazionale per l’educazione al rispetto”.
L’intento dichiarato è quello di contrastare la violenza contro le donne attraverso percorsi educativi.
Tuttavia, la cornice che ne deriva è quella di una risposta emergenziale, che legge la violenza come un problema comportamentale individuale, e non come l’apice di una struttura culturale e sociale radicata.
In questo piano, la proposta di sostituire l’educazione sessuo-affettiva con formule più vaghe e rassicuranti – come “educazione al rispetto” o “educazione civica” – merita una riflessione.
“Educazione al rispetto” è un’espressione sempre più usata dalle forze conservatrici.
Il suo utilizzo, apparentemente neutro e rassicurante, invita solo a un generico imperativo morale: comportarsi bene e rispettarsi reciprocamente.
Non si indagano i rapporti di potere, le disuguaglianze strutturali, le norme che generano subordinazione e violenza, e dunque la parola “rispetto” diventa uno slogan per rafforzare il conformismo, non per promuovere un cambiamento.
Tacere su termini come genere, violenza strutturale, discriminazioni intersezionali e sostituirli con parole neutre e depotenziate vuol dire cancellare la complessità e le radici profonde delle disuguaglianze.
E, con esse, anche le possibilità reali di trasformazione.
Nel concreto il Piano prevedeva un’ora a settimana per tre mesi – fuori dall’orario curricolare – solo per le scuole secondarie di secondo grado.
Ma l’iniziativa si è impantanata tra scandali e polemiche, e non ha poi portato ad azioni concrete.
L’eliminazione del gender
Coerentemente con questa interpretazione emergenziale della violenza di genere, il governo censura il genere a scuola.
A settembre del 2024, la Commissione Cultura, scienza e istruzione della Camera dei deputati approva una risoluzione presentata da Rossano Sasso della Lega, che chiede al governo italiano di escludere l’insegnamento di qualsiasi contenuto legato all’“ideologia gender” nelle scuole, a cui farà seguito il disegno di legge Valditara sul consenso informato preventivo delle famiglie per le attività scolastiche che trattano tematiche legate alla sessualità, presentato alla Commissione Cultura della Camera a giugno 2025.
Di nuovo si fa colpevolmente confusione.
E poi sopraggiungono le “Linee guida per l’educazione civica”, emanate dal ministro Valditara con l’avvio dell’anno scolastico 2024-2025, che trattano il tema della violenza contro le donne, ma lo fanno in modo volutamente parziale e insufficiente.
Non vengono messe in luce le radici culturali che generano la violenza di genere – in tutte le sue forme.
Perché la violenza di genere colpisce sì le donne, nei casi di violenza maschile contro le donne, ma può colpire anche tutte le altre soggettività non conformi alla norma eterocispatriarcale. […]
La violenza di genere è sistemica
Nelle “Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica” – in modo ancor più esplicito rispetto al “Piano nazionale per l’educazione al rispetto” varato nel novembre 2023 – si continua a ignorare la matrice che causa tutte le violenze di genere, trattando in un’ottica emergenziale solo la violenza maschile contro le donne.
Così il femminicidio diventa un episodio isolato, anziché espressione di un sistema di valori socialmente accettati.
Le responsabilità vengono attribuite a singoli “malfunzionamenti” individuali, da contenere attraverso controllo e sorveglianza, piuttosto che mettere in discussione le norme sociali, gli stereotipi di genere e le gerarchie che alimentano abusi e discriminazioni.
Così facendo, si escludono anche letture intersezionali del fenomeno: le misure emergenziali, infatti, spesso ignorano il modo in cui genere, classe, razza, orientamento sessuale o disabilità si intrecciano e contribuiscono ad aumentare la vulnerabilità delle vittime.

