“Se la giustizia diventa selettiva, spariscono i più vulnerabili


Articolo tratto dal N. 75 di Vite che valgono meno Immagine copertina della newsletter

L’Avvocata Debora Piazza racconta cosa significa difendere migranti, persone con fragilità psichiche e marginali in un clima in cui alcune vite sembrano valere meno. «I diritti o valgono per tutti, o non valgono per nessuno».

L’avvocata Debora Piazza

Avvocata, lei difende le persone che nessuno difenderebbe. Chi sono oggi gli “invisibili” della nostra società?

Sono le persone ai margini: migranti senza documenti, persone con precedenti penali, con fragilità psichiche, transessuali che vivono di prostituzione, poveri cronici.

Difenderli significa lavorare il doppio o il triplo, perché oltre alla difficoltà giuridica c’è quella sociale: paura, diffidenza, lingua, mancanza di fiducia nelle istituzioni. Nel caso di Bruna, una donna transgender che si prostituisce, ad esempio, ho dovuto quasi costringerla ad andare in ospedale dopo un’aggressione, perché temeva l’espulsione.

Perché oggi è importante prendere la parola per difenderli?

È una lotta contro tutto e tutti. Però d’altra parte bisogna che qualcuno si occupi di queste persone, perché altrimenti è la fine dello stato di diritto secondo me.

Perché stiamo assistendo a una narrazione pubblica che tende a giustificare l’uso estremo della forza quando la vittima è marginale. Dopo l’omicidio di Abderrahim Mansouri a Rogoredo, esponenti politici parlarono subito di legittima difesa e chiesero l’archiviazione per Carmelo Cinturrino prima ancora dell’inizio delle indagini. È un passaggio grave: la magistratura deve essere libera di indagare, anche quando l’indagato è un appartenente alle forze dell’ordine. Il diritto penale non può essere selettivo. Chiunque commetta un reato deve essere giudicato in tribunale, non sui social o nei comizi.

Siamo di fronte a un tentativo di trasformare il diritto per colpire i più vulnerabili?

C’è certamente una tendenza in quella direzione. Penso anche al caso di Voghera, dove dopo l’uccisione di Younes El Boussettaoui si costruì immediatamente una narrazione giustificatoria, parlando di “pericolosità” della vittima.  

Ma se noi alziamo l’asticella, il ladro che ha commesso un furto al supermercato deve essere ammazzato? Dove si può arrivare a colpire le persone che anche commettono i delitti? Le persone che commettono delitti o reati in generale devono essere processate, devono andare davanti a un giudice, bisogna giudicare, altrimenti torniamo al medioevo, torniamo a una distruzione dello stato democratico e del diritto. Nel caso dell’omicidio di Rogoredo, esponenti politici della destra hanno detto la magistratura avrebbe dovuto archiviare il caso, che i magistrati sono toghe rosse e per quello avevano iscritto nel registro degli indagati Cinturrino come omicidio volontario.

Se passa il principio che una persona “se lo merita” per il suo passato o per la sua condizione, si crea una giustizia differenziata. E quando si parla di scudo penale o di limitare la responsabilità di determinate categorie, il rischio è proprio questo: introdurre cittadini di serie A e di serie B davanti alla legge.

Come si collega questo aspetto al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo?

Il referendum si inserisce in un clima in cui l’autonomia della magistratura viene messa in discussione. Se la si delegittima pubblicamente ogni volta che indaga su casi sensibili, si manda un messaggio preciso: alcuni procedimenti non dovrebbero neppure iniziare. La separazione dei poteri è il pilastro dello Stato democratico. Indebolire l’indipendenza dei magistrati significa indebolire la tutela dei diritti di tutti, non solo degli “indifendibili”.

Quanto è difficile oggi difendere i vostri assistiti o giudicare, nel caso dei giudici, in questo clima di tensione?

È difficile perché il dibattito pubblico è polarizzato e spesso semplificato. Si riduce tutto a “mela marcia” o a “eroe”, senza attendere gli accertamenti. Nel frattempo, però, la pressione mediatica e politica pesa su chi indaga e su chi difende. La giustizia deve restare un luogo di verifica dei fatti, non di appartenenza ideologica. Se si accetta che l’emotività o il consenso politico prevalgano sulle regole, si apre una frattura pericolosa nel sistema democratico.

Lei sente che da parte della sinistra ci sia una visione alternativa? Una difesa chiara dell’idea di dignità umana senza distinzioni di classe, genere o appartenenza?

Posso dirlo con franchezza: no, non la vedo. Continuo a votare a sinistra, ma non mi sento rappresentata. Non vedo la determinazione necessaria per difendere con forza l’autonomia della magistratura e l’idea che i diritti siano universali. Dopo i fatti di Rogoredo ho scritto anche a esponenti dell’opposizione chiedendo un’iniziativa parlamentare forte, perché si trattava di un passaggio gravissimo. La risposta è stata attendista, come se tutto potesse passare in secondo piano. Ma cosa può essere più importante della difesa dello Stato di diritto? Se su questo non si alza la voce, si lascia campo libero a chi vuole restringere le garanzie.

Che spazio di emancipazione esiste per cambiare le cose?

Il primo passo è l’informazione. Molte persone che difendo non conoscono i propri diritti: non sanno di poter chiedere protezione, cure, tutele. Ma serve anche un lavoro culturale più ampio, che rimetta al centro l’idea che i diritti valgono per tutti. Perché quando si normalizza l’eccezione, quando si accetta che alcune vite sono sacrificabili, il confine non resta ai margini: prima o poi riguarderà ciascuno di noi.

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