Nell’immagine in header, da sinistra: Natalia Aspesi, Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca
Ho scritto su “Repubblica” e prima ancora su “L’Espresso” in varie riprese per molti anni. Ma, di più, potrei sostenere insieme a tanti altri coetanei che il mezzo secolo del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari coincide, si parva licet, col mezzo secolo della mia esperienza giornalistica.
Davvero il suo tragitto racchiude l’insieme dei passaggi esistenziali di chi ha iniziato a scrivere in funzione della militanza politica − raccontare la realtà per trasformarla − traendone una professione che l’avrebbe condotto anche, tra alti e bassi, a familiarizzare con settori della classe dirigente italiana.
La stessa classe dirigente italiana i cui eredi cinquant’anni dopo, per consunzione propria, celebrano “Repubblica” nel mentre se ne allontanano.

Prevedere e raccontare il cambiamento
La scommessa implicita nell’atto di nascita del 1976 non fu solo un azzeccato calcolo di marketing (tanto è vero il giornale faticò, ai suoi esordi); quanto piuttosto l’interpretazione preveggente del cambiamento sociale e culturale in atto. Si trattava di favorire, e accompagnare, un incontro fra mondi che in precedenza si erano contrapposti.
Da una parte l’establishment industriale e finanziario che Scalfari aveva iniziato a descrivere, avendolo frequentato dall’interno, dopo aver lasciato il lavoro in banca; dall’altra un nuovo popolo scolarizzato che si riconosceva nel Partito comunista di Berlinguer, nei sindacati, ma anche nella sinistra giovanile di formazione sessantottina. Scalfari era un difensore della libertà d’impresa che intratteneva buoni rapporti con i più evoluti esponenti del capitalismo italiano.
Ma era piuttosto a sinistra che il giornale avrebbe trovato gran parte dei suoi lettori, annoiati dalla cappa di conservatorismo paludato che affliggeva la stampa quotidiana dell’epoca.
Come avviene quando i fondatori sanno interpretare lo spirito dei tempi, a suo modo “Repubblica” inventò, plasmò e allargò il suo pubblico. Nel corpo redazionale s’incontravano veterani della stampa comunista, esordienti della sinistra extraparlamentare, libertari di matrice radicale.
Trovavano spazio in prima pagina culture e linguaggi fin lì penalizzati, dall’azionismo di Giorgio Bocca al riformismo di Antonio Giolitti al cosmopolitismo di Alberto Arbasino.

L’anima di un giornale
Mancavano più di dieci anni alla caduta del Muro di Berlino ma il felice equilibrio tra diversi settori della società promosso da “Repubblica” rendeva verosimile il superamento dei veti internazionali all’accesso del Pci nell’area governativa. La stessa Confindustria si adeguava più o meno volentieri alla nuova situazione.
Tanto che il passaggio della maggioranza delle quote azionarie da Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari a Carlo De Benedetti – nel mentre consolidava e allargava il gruppo editoriale – non pose alcun problema di continuità. Sarebbe avvenuto l’esatto contrario allorché, nel 2020, il Gruppo Espresso, divenuto nel frattempo Gedi, venne ceduto alla holding Exor della famiglia Elkann-Agnelli.
Il giorno stesso del passaggio di proprietà fu licenziato senza motivazione il direttore in carica, Carlo Verdelli, imprimendo una svolta editoriale con la quale probabilmente si voleva significare la fine di un’epoca. Ovvero che nell’era del digitale e della tecnocrazia bisognava cercare un nuovo pubblico perché il popolo di sinistra cui aveva dato voce il “giornale-partito” di Scalfari, e poi di Ezio Mauro, aveva fatto il suo tempo.
Non fu una grande idea. Per quanto la felice combinazione di ingredienti elitari e popolari, che era stata alla base del successo di “Repubblica”, avesse già subito delle incrinature nel nuovo conflitto apertosi da Berlusconi in poi con una destra agguerrita dai mille volti, la sterzata disorientò il pubblico e venne contestata da un valoroso corpo redazionale affezionato alla scuola dei fondatori. A testimonianza del fatto che i giornali hanno un’anima che si trasmette anche nei passaggi generazionali.
Va rilevato, a tal proposito, che per quanto la destra italiana abbia riscosso successi nella sua offensiva ideologica e linguistica, mai le è riuscito di dare vita a un progetto giornalistico equiparabile per impatto a quello di “Repubblica”.
Saper precorrere e orientare le tendenze sociali, creando uno strumento nel quale identificarsi e attraverso il quale esprimersi, è impresa che necessita di visione, fantasia, cultura, disponibilità al rischio, allegria e talento. Giusto festeggiare chi li ebbe, cinquant’anni fa.
