Rivincite


Articolo tratto dal N. 73 di La cura è politica Immagine copertina della newsletter

Abbandonare lo sport

Il rumore dei palleggi si spegne. Borse, spogliatoio, giacche, saluti, Marta mette il casco e torna a casa. Ci mette 40 minuti, deve attraversare la città.

Due volte a settimana gli allenamenti, più la domenica partita. Ore di motorino e labirinti di passaggi verso casa. Ma è la sua gioia, ritrovata dopo aver abbandonato lo sport.

Marta gioca e si allena alla Paladonbosco Volley di Sampierdarena, a Genova, un quartiere simbolo, dove si muove una piccola, ma decisiva resistenza contro la china presa da troppi ambienti sportivi. La tendenza a forzare la mano sulla competizione e sulla vittoria a ogni costo, anche in categorie minori.   

L’ossessione all’eccellenza sportiva è uno dei motivi principali per i quali ragazzi e ragazze lasciano lo sport.

Non è una questione rara. Riguarda centomila adolescenti. Fra i 14 e i 18 anni la pratica sportiva crolla in Italia di 20 punti percentuali. Si chiama abbandono sportivo.

La dimensione e le radici del problema sono state studiate dal Csi, il Centro Sportivo Italiano, insieme all’Unione sportiva delle Acli, in un rapporto pubblicato nel 2024.

Intervistando un campione di oltre settemila minorenni, lo studio ha analizzato le cause dell’abbandono, proponendo strategie per rispondere, come rendere i corsi più accessibili economicamente e migliorare la formazione di allenatori e allenatrici.

È un aspetto cruciale, viste le ragioni dell’addio emerse dalle risposteal questionario. La percezione di non essere portati; gli orari incompatibili; i problemi con l’allenatore o con i compagni di squadra. Tutti elementi che indicano chiaramente un certo tipo di ambiente. Lo stesso dal quale era scappata Marta. Non per rifiuto dell’agonismo, anzi, ma per rifiuto di un certo tipo di agonismo

Ritrovare la voglia di giocare

“Io ho sempre voluto essere migliore delle altre, ho sempre puntato al massimo, perché mi piaceva essere titolare”, racconta Marta.

“Ho passato anni in panchina, ma non mi importava. Sentivo l’impegno della squadra, la coesione, e alla fine ce l’ho fatta, sono diventata titolare. Ero felice. Poi sono passata in quella che la società chiamava ‘prima squadra’, e non ha più funzionato niente. Non mi sono capita con l’allenatore, forse, o forse in generale c’era qualcosa di opprimente nel modo di guardare i risultati, un atteggiamento che divideva la squadra. Io pensavo: non arriverò mai a un livello altissimo, gioco per divertirmi, così è un incubo”.

Dopo un anno, Marta ha lasciato la squadra dove si allenava da quando aveva sei anni. Era alle superiori, non sapeva cosa fare, si stava rassegnando a lasciare la rete quando ha ricevuto una chiamata da un allenatore.

Era l’allenatore della Paladonbosco di Sampierdarena, una squadra che ha costruito negli anni una dimensione chiara.

Dove ci si diverte, si vince e si perde, ma soprattutto si rispettano diversità e talenti.

Lo ha fatto andando a pescare tutte le pallavoliste che non si sentono “accettate” dalle altre squadre di Genova. E qui ritrovano la voglia di giocare.

Il racconto di Marta, infatti, è identico a quello di Alessandra, una sua compagna a Sampierdarena.

“Ho iniziato a giocare in quinta elementare nella squadra di quartiere. Fino a 16 anni sempre nella stessa società. A un certo punto abbiamo cambiato allenatrice, e sono emerse delle dinamiche ostili: compagne che emarginavano le ragazze meno brave, meno ‘determinanti in campo’, come dicevano, battute, pianti. E l’allenatrice che dava man forte. Io ho avuto proprio il rifiuto. Perché capisco mettere pressione perché tutti si impegnino, ma era diventata un’ansia, un’ambizione fuori misura, che colpiva delle ragazze di quindici anni. E io mi dicevo: ma io pago l’iscrizione, ogni anno, per vedere le mie compagne piangere, stare in un ambiente così? Anche no”.

Sport inclusivo

Sono esperienze che faranno eco a molte, e molti.

La Paladonbosco Volley prova a rispondere invertendo le logiche selettive delle altre società. Trasforma la squadra in un presidio sociale, in un momento di aggregazione, in un luogo che prevedeseconde possibilitàcontro labbandono sportivo.

La sua storia è uno dei frammenti dellinstallazione video che Alberto Gottardo e Francesca Sironi hanno realizzato per la mostra “IN-PLAY, design for sport”, allADI Design Museum fino al 6 aprile.

Nellinstallazione, che interroga il nuovo inserimento dello sport in Costituzione attraverso esperienze quotidiane di inclusione ed esclusione, gli sguardi silenziosi delle giocatrici sono una domanda aperta sulle condizioni e le scelte di certi allenatori, e di certe società, sul significato della panchina, delle partite, dello sport.

Linstallazione nasce dalla docu-serie Rivincite, pubblicata nel corso del 2025 sul Corriere della Sera da Somewhere Studio.  

 

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