Il tempo della ricolonizzazione planetaria 


Articolo tratto dal N. 72 di Futuro imperiale Immagine copertina della newsletter

Solidarietà alla decolonizzazione

Nel 1976, Sandokan, l’eroe dei romanzi malesi di Emilio Salgari, tornava improvvisamente in auge in Italia grazie a un celebre sceneggiato di Sergio Sollima.

È entrato nella storia del costume di quegli anni un po’ anche come consolazione per la cupa atmosfera in cui la strategia della tensione aveva precipitato il paese.

In prima serata, venivano raccontate in maniera romanzata le prime forme di ribellione di popoli lontani – il Borneo, la Malesia… – contro la dominazione europea in Estremo Oriente.

E quella storia veniva narrata con un chiaro atteggiamento simpatetico nei confronti di quei “partigiani”.

Le loro lotte erano apertamente riconosciute nella loro legittimità e nei loro metodi.

Era un prodotto dell’industria culturale di elevato livello qualitativo.

Il suo successo è traccia di un diffuso sentimento di solidarietà verso i popoli coloniali.

Un sentimento in quegli anni estremamente ampio non solo tra i ceti intellettuali ma anche a livello di massa. In particolare tra le classi popolari. 

Si capisce assai bene quella solidarietà.

Erano passati pochi decenni dalla Seconda guerra mondiale e l’esperienza diretta di quegli anni sanguinosi era molto viva.

Quella guerra, però, non aveva soltanto sconfitto la reazione all’interno delle nazioni industrializzate ma aveva anche arrestato l’offensiva imperiale tedesca, giapponese e italiana, consentendo che il processo di decolonizzazione, in atto da tempo con risultati alterni, proseguisse in maniera più sostenuta.

Della lotta per la democrazia e per il progresso e contro la barbarie nazifascista aveva dunque fatto parte anche la lotta contro la dominazione razziale del mondo, una lotta che avrebbe posto le premesse per la fase successiva.

La rivoluzione cinese, l’indipendenza dell’India, le sollevazioni nei quadranti asiatici e africani, con momenti particolarmente intensi in Corea, in Vietnam, in Algeria. In tutti questi casi, la lotta di liberazione costituiva l’oggettiva continuazione della guerra antifascista. E godeva inevitabilmente del clima emotivo che quella guerra appena conclusa aveva suscitato in tutto il mondo.

Nella resistenza del popolo vietnamita contro il potente esercito statunitense, ma anche in quella dei guerriglieri algerini e più tardi in quella dei palestinesi, gli uomini e le donne d’Europa non potevano non riconoscere la propria stessa lotta di popolo.

O la prosecuzione della lotta che loro stessi avevano felicemente portato a compimento. 

L’alba dell’impero universale 

Nel corso degli anni Novanta, qualcosa sarebbe però cambiato, secondo una linea di fuga che ben presto avrebbe condizionato drasticamente il clima politico generale.

La Guerra Fredda si era conclusa. L’Unione Sovietica e il campo socialista erano stati abbattuti.

L’Occidente a guida statunitense trionfava e si preparava a imporre il proprio progetto di un mondo unipolare.

La costruzione di una sorta di impero universale incardinato su una precisa gerarchia che agli interessi di Washington avrebbe coordinato in posizione subalterna, uno dopo l’altro, quelli dei suoi alleati europei. 

La globalizzazione capitalistica è stato lo strumento di politica economica con il quale quel centro di comando avrebbe rimodellato il mondo. Attraverso l’apertura dei mercati e la diffusione di un distorto principio del libero scambio.

Ma la dimensione economica non è mai stata disgiunta, in quel progetto di espansione, da quella militare.

Ed è stato con l’attacco all’Iraq che l’occidentalizzazione imperiale del pianeta ha cominciato a essere implementata. Attraverso una catena ininterrotta di guerre – alcune con la copertura dell’ONU, condizionata dai nuovi rapporti di forza globali, ma altre senza nemmeno questa legittimazione coatta minimale – che è arrivata sino ai nostri giorni.

L’offensiva occidentale di fine XX secolo determinava, così, una crisi del processo di decolonizzazione, al quale è stato a un certo punto contrapposto un vero e proprio ambiziosissimo progetto di ricolonizzazione planetaria.

Anno dopo anno, abbiamo assistito, assieme alla rivalutazione morale della guerra, a una rilegittimazione dello stesso colonialismo di un tempo.

Alla quale ha fatto eco l’auspicio di un colonialismo di tipo nuovo che avrebbe fatto svanire ogni solidarietà ed empatia verso i dannati della terra. Essi tornavano a essere configurati come barbari e inferiori. 

Troppo severamente era stata giudicata l’espansione occidentale avvenuta nel corso dell’età moderna e culminata con l’imperialismo.

Se c’erano stati eccessi nell’affermazione del potere bianco, prevalente andava invece giudicata la spinta positiva di civilizzazione e modernizzazione che il colonialismo aveva innescato nel Terzo Mondo arretrato.

Minimizzando i primi, era finalmente possibile esaltare questo secondo aspetto, tanto più che la riaffermazione del primato dell’Occidente sembrava essere la conseguenza inevitabile della felice conclusione liberale della storia.

Venute meno le antiche ipocrisie, era ora possibile far riconoscere al mondo la superiorità del modello democratico.

Laddove questa superiorità non venisse ammessa spontaneamente dagli autocratici ceti dirigenti locali, appariva persino doveroso imporla con la forza.

Esportando questa democrazia salvifica attraverso una gigantesca e ininterrotta operazione di polizia internazionale che avrebbe ricondotto alla ragione quelle entità criminali e banditesche. Indifferenti verso i diritti umani e ostili ai nostri valori. 

La rottura del tabù della guerra 

La liberaldemocrazia vacilla oggi di fronte all’avanzata di nuove forme di dispotismo.

Ci vuole molto, però, a capire che l’attuale slittamento a destra o all’estrema destra dei sistemi politici e delle società civili occidentali – con il dilagare dell’intolleranza, del razzismo, della discriminazione e con il restringimento degli spazi di libertà e partecipazione – va collegato proprio alla rottura programmatica dall’alto di quel tabù della guerra che era stato il lascito più importante che le popolazioni europee avevano saputo ereditare dalle macerie del secondo conflitto mondiale?

Ci vuole molto a vedere che anche gli attuali rischi di fascistizzazione negli Stati Uniti e in Europa vanno ricondotti – esattamente come nella prima metà del Novecento – proprio all’imbarbarimento della politica che la guerra voluta dalle classi dirigenti occidentali ha portato di necessità con sé? 

Chi è causa del proprio mal, pianga se stesso, verrebbe da dire.

Siccome, però, più che il liberalismo è in gioco la democrazia moderna, siamo tutti chiamati a prendere posizione. Siamo tutti chiamati a difendere ciò che con tanto dolore avevamo conquistato. 

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