Remigrazione e consenso: la linea di Vox può rompersi


Articolo tratto dal N. 79 di Immagine copertina della newsletter

Nel luglio del 2025 la deputata di Vox, Rocío De Meer, chiese l’espulsione “di chi è venuto qui per vivere a spese degli altri, per commettere reati, per odiarci, per imporre la sua religione incompatibile”. A spanne, disse, si tratta di otto milioni di stranieri, includendo anche quelli di seconda generazione. Le sue dichiarazioni, in cui usava il termine remigrazione, fecero scalpore. Nessuno nel suo partito chiese una rettifica. Men che meno Santiago Abascal.

Vox copia Trump

Fin dagli inizi, la lotta all’immigrazione, soprattutto quella musulmana, è stato un cavallo di battaglia di Vox, come per tutta l’estrema destra europea. Il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump e la centralità data alle politiche di deportazioni massive negli Stati Uniti hanno segnato però una maggiore radicalizzazione delle proposte di quello che è il terzo partito nel Parlamento spagnolo. Nel giugno del 2025, difatti, il Programma economico e per l’edilizia abitativa di Vox includeva un punto dedicato alla remigrazione in cui si difende “l’immediata espulsione di tutti gli immigrati che entrano illegalmente nella nostra nazione, di quegli immigrati legali che commettono reati gravi o che fanno dei reati minori la loro forma di vita, così come di quelli che decidono non integrarsi”.

A fine febbraio, poi, i gruppi parlamentari di Vox hanno presentato sia nel Parlamento sia nelle assemblee regionali una mozione in cui chiedono “la remigrazione degli stranieri che, per non contribuire con il proprio lavoro e sforzo all’economia nazionale e per vivere degli aiuti sociali, sono un peso per il Welfare degli spagnoli”, ribadendo la necessità di imporre la “preferenza nazionale” nell’accesso ai servizi pubblici. Dulcis in fundo, hanno ripetuto che il governo guidato da Pedro Sánchez avrebbe come obiettivo la sostituzione degli spagnoli, dando credibilità alla teoria del complotto diffusa da Renaud Camus.

Immigrazione ed economia

La presentazione della mozione si spiega anche per il fatto che, pochi giorni prima, il governo Sánchez aveva approvato un decreto per la regolarizzazione di mezzo milione di migranti e richiedenti asilo privi di documenti. Non era la prima volta: dal 1986 erano stati approvati altri sei processi simili. In due occasioni anche da parte del Partido Popular (PP) durante i governi di José María Aznar.

Secondo l’Instituto Nacional de Estadística (INE), a gennaio del 2026 la Spagna ha battuto un nuovo record, superando i 49,5 milioni di abitanti. Una crescita dovuta soprattutto all’immigrazione: dieci milioni di abitanti sono difatti nati all’estero, principalmente in Marocco, Colombia e Venezuela. La grandissima maggioranza è arrivata in modo regolare: secondo il ministero dell’Interno, gli ingressi irregolari sono stati 64.000 nel 2024 e appena 36.000 nel 2025, principalmente attraverso la via canaria. Uno studio della Fundación Cajas de Ahorro (Funcas) stimava che nel 2023 le persone straniere in situazione irregolare erano, in totale, quasi 700.000.

Ma l’immigrazione spiega anche i buoni dati dell’economia del paese iberico che è quello che cresce di più in Europa. Secondo il Banco de España, il Pil è aumentato del 3,5% nel 2024 e del 2,8% nel 2025, rispetto a una media UE, rispettivamente, del 0,9 e 1,4%. Per il 2026, nonostante la guerra in Iran e i rischi di una grave recessione alle porte, lo stesso Banco de España ha migliorato le previsioni a un +2,3%, anni luce dalle stime per Italia, Francia e Germania.

Dettare l’agenda mediatica e mettere in difficoltà i Popolari

Un recente barometro del Centro de Investigaciones Sociológicas (CIS) rilevava che l’immigrazione è il secondo problema per gli spagnoli, sebbene a grande distanza dal primo rappresentato dalla questione abitativa. Nell’estate del 2025 era solamente l’ottavo. Come hanno dimostrato diversi studi, questo balzo è in buona misura frutto della propaganda di estrema destra e di una parte dei mass media – non solo quelli della cosiddetta fasciosfera – che creano artificialmente un allarme sociale che, altrimenti, non esisterebbe.

L’accoglienza di minori migranti fu il pretesto che Vox usò nel luglio del 2024 per uscire dai governi di coalizione con il PP in diverse regioni. Venuta meno la “minaccia” rappresentata dall’indipendentismo catalano, Vox decise di giocarsi (quasi) tutte le fiches sul tema dell’immigrazione. In quello stesso mese, il partito di Abascal abbandonò anche i Conservatori e Riformisti Europei di Meloni per entrare nei Patrioti per l’Europa di Orbán. Come ha scritto il giornalista Enric Juliana, Vox “comprò azioni Trump”. E ne sta seguendo in tutto e per tutto la linea. Anche nello stile: non esiste più alcuna linea rossa.

La proposta di deportazioni massive serve dunque a Vox per cercare di dettare l’agenda mediatica, mettendo in difficoltà i popolari che, difatti, per paura di perdere votanti a destra hanno finito per comprare il frame del partito di Abascal, al di là di alcuni distinguo. E, allo stesso tempo, legittima i gruppi neonazisti che lo rivendicano da tempo. Non a caso, Núcleo Nacional, movimento suprematista bianco che inneggia a Hitler, ha convocato già varie manifestazioni in Spagna sotto il lemma “Remigrazione”, mentre a febbraio a Madrid è stata presentata la piattaforma Remigrazione e Riconquista, ispirata all’omonima iniziativa promossa in Italia da CasaPound.

Un boomerang per Vox?

Detto ciò, la mossa può essere controproducente per Vox, sebbene i sondaggi lo diano in crescita. Oltre il 75% degli stranieri residenti in Spagna proviene da paesi latino-americani e il 25% ha la nazionalità spagnola. Fino a un anno fa, Vox cercava di conquistarli, facendo leva su una lingua, una storia e una religione condivise. Chiedere la deportazione di praticamente tutti gli stranieri, includendo perfino quelli di seconda generazione, può essere un boomerang a medio termine. Come sembra esserlo per Trump negli States, finanche nel feudo repubblicano della Florida. E potrebbe creare frizioni tra Vox e le estreme destre latino-americane con cui ha stretto un’alleanza.

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