Nelle ultime ore la campagna referendaria sulla giustizia si è accesa intorno a una frase che, più di molte analisi, condensa il clima comunicativo di queste settimane.
Giusi Bartolozzi – capo di gabinetto del ministro Nordio – ha invitato a votare Sì definendo la magistratura “plotoni di esecuzione” e arrivando a evocare l’idea di “toglierla di mezzo”, parole che hanno innescato reazioni politiche immediate e richieste di chiarimento istituzionale. In parallelo la presidente del Consiglio ha pubblicato un lungo video sui social media per difendere la riforma e accusare l’opposizione di “bufale e banalizzazioni”. Due registri diversi, ma un unico effetto di sistema, perché spingono la consultazione dentro una retorica di contrapposizione, dove l’avversario non è soltanto chi sostiene l’altro voto, ma un intero pezzo di istituzione. La dinamica di polarizzazione è assicurata.
Questo scarto è importante non solo per ciò che dice del conflitto, ma per ciò che produce sulla fiducia. Una campagna che si costruisce come delegittimazione – e che ricorre a formule drastiche, semplificazioni aggressive, insinuazioni – tende a consumare il capitale simbolico che dovrebbe rendere credibile la discussione stessa. La fiducia nel linguaggio pubblico, nelle istituzioni che si confrontano, e nella possibilità di distinguere critica, riforma e risentimento. In altre parole, il punto non è l’episodio in sé, ma la sua funzione: mostra come la comunicazione del referendum rischi di diventare un dispositivo di polarizzazione prima ancora che un esercizio di chiarimento.
È dentro questo clima che, il 22 e 23 marzo 2026, l’Italia torna alle urne per un referendum costituzionale confermativo sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, e sarà una consultazione senza quorum, in cui ogni voto pesa “per definizione”, perché la validità non dipende dall’affluenza. È un dettaglio tecnico con effetti comunicativi enormi perché sposta il baricentro della campagna dalla sola mobilitazione del proprio campo alla costruzione di una cornice comunicativa capace di convincere le persone indecise e, soprattutto, di dare un senso politico all’atto stesso del voto.
Empowerment contro valori
In queste settimane la campagna sta infatti mostrando una dinamica tipica della comunicazione politica contemporanea che non si disputa solo sul merito della riforma ma sulla definizione del problema. Da un lato, c’è la promessa di “equilibrio” tra poteri, di correzione di storture percepite e di maggiore controllo su carriere e disciplina; dall’altro, troviamo l’allarme per un possibile indebolimento dell’autonomia della magistratura e per un riassetto che rischia di alterare i contrappesi. In mezzo, un elettorato che spesso non incontra il tema attraverso il testo ma attraverso slogan, figure antagoniste e micronarrazioni.
Gli slogan sono una spia utile. Il fronte del Sì lavora su una formula di empowerment e di identificazione – “questa volta il giudice sei tu” -, che traduce una materia tecnico-costituzionale in una scena semplificata in cui il cittadino è chiamato a “decidere” al posto di una casta. Il fronte del No risponde con una cornice difensiva e valoriale – “Vota NO per difendere giustizia, Costituzione, democrazia” -, che lega la riforma a un rischio sistemico e invita a considerare la posta in gioco come architettura della democrazia, prima ancora che come funzionamento dei tribunali. Due mosse speculari: personalizzazione contro istituzionalizzazione, “tu” contro “Costituzione”. La differenza è strategica, poiché parla a pubblici diversi e soprattutto a emozioni diverse.
Qui si innesta un secondo tratto decisivo: la campagna tende a diventare un referendum sulla fiducia. Fiducia nella politica che “mette mano” a un potere considerato opaco; fiducia nella magistratura come argine e garanzia. Il dibattito pubblico, più che chiarire, tende a polarizzare e la giustizia viene narrata come un campo di forze in cui si affrontano lessici e priorità diverse, tra autonomia e controllo, indipendenza e accountability, efficienza procedurale e garanzie, tutela dei diritti e tenuta dei contrappesi. In questo clima ciascuno riconosce rapidamente la propria posizione, e la campagna rischia di scivolare nella forma del “referendum identitario”, dove l’appartenenza anticipa l’argomento, e dove l’opzione più semplice diventa la delega emotiva o, all’opposto, il ritiro: “è troppo complicato, non mi riguarda”.
Quando la guerra occupa l’agenda
A rendere tutto più fragile, in queste settimane, è intervenuto anche un fattore esterno che funziona come amplificatore e come distorsore: la guerra. Quando un conflitto monopolizza l’agenda mediale e l’attenzione pubblica, il referendum perde spazio, tempo e disponibilità cognitiva; e se – come suggeriscono analisi e sondaggi – l’esito è sensibile ai livelli di partecipazione, allora la geopolitica diventa indirettamente una variabile politica interna. La riforma rischia di essere compressa tra finestre informative sempre più strette, e di arrivare alle persone come eco di uno scontro già incorniciato altrove, non come una questione da comprendere nel merito.
La campagna feroce e la crisi del linguaggio pubblico
C’è poi un ulteriore effetto, più propriamente comunicativo, e cioè che questa è stata anche una campagna “feroce”, giocata come scambio di accuse tra blocchi e istituzioni, che consuma fiducia proprio nel momento in cui chiede fiducia – come ho ricordato all’inizio. Tanto che ha portato il presidente Mattarella a ricordare che “serve rispetto per questa istituzione da parte delle altre istituzioni”, rinviando implicitamente alla dichiarazione del ministro della Giustizia che aveva definito le correnti del Csm un “sistema para-mafioso”. Quando il linguaggio pubblico scivola nella delegittimazione e nel disprezzo – e quando l’argomento tecnico viene sostituito dal sospetto e dall’insinuazione – si produce un paradosso per cui si prova a mobilitare attraverso l’indignazione, però si lascia dietro di sé un senso di saturazione e di sfiducia verso l’intero circuito istituzionale.
La giustizia nell’ecosistema dei social
Infine, c’è la dimensione che riguarda le piattaforme digitali. Il referendum non vive solo nei talk show e nei giornali, ma nel formato breve, nelle clip, nelle grafiche spiegate in 30 secondi, nei meme, nella logica per cui ciò che circola è ciò che è comprimibile in formati sintetici e adatto allo sharing. In questo ambiente, la comunicazione efficace non è necessariamente quella più accurata, ma quella che offre un frame pronto all’uso come una frase-chiave, un colpevole, una promessa, un pericolo, un meme graffiante. E quando la finestra di attenzione è ulteriormente ridotta dal rumore della guerra, il frame tende a sostituire ancora più rapidamente il testo.
Le domande che ci possiamo porre allora sono diverse: che tipo di sfera pubblica costruisce questa campagna? È un’occasione per tradurre una decisione costituzionale in confronto informato, o l’ennesimo passaggio in cui la complessità si paga con la sfiducia? E quale linguaggio – politico, mediale, digitale – rende la giustizia qualcosa di cui possiamo parlare senza ridurla a slogan?
Per questo il punto non è soltanto la scelta referendaria tra Sì e No. Il punto è capire quali condizioni discorsive rendono possibile una scelta informata quando la materia costituzionale viene tradotta in contenuti veloci, memorizzabili e pronti alla condivisione, e quando un contesto internazionale eccezionale tende a risucchiare attenzione e a riorganizzare priorità. In una campagna così, la qualità democratica si misura nella capacità di rendere accessibile ciò che è complesso senza impoverirlo e di mobilitare senza delegare il peso dell’argomento alla sola appartenenza.
La giustizia tocca vite e diritti, e insieme definisce l’equilibrio tra poteri; ridurla a slogan produce consenso rapido, però lascia dietro di sé sfiducia e incomprensione. La domanda che resta riguarda la nostra capacità di produrre fiducia senza scorciatoie: fiducia come comprensione condivisa, non come adesione immediata. Perché una consultazione referendaria vale davvero quando diventa un esercizio di orientamento collettivo, e non solo un episodio di mobilitazione.
