Il dialogo di una redazione con i giovani del suo tempo 


Articolo tratto dal N. 67 di Repubblica fa cinquanta Immagine copertina della newsletter

In contatto con la realtà

A chi non era ancora nato, o magari andava all’asilo, potrebbe sembrare uno scenario distopico: centinaia di migliaia di italiani, sui treni, sui tram, nelle scuole, sui posti di lavoro, per strada, con un giornale in mano.

Niente telefonini, ma gli occhi sulle pagine di carta per sapere come va il mondo, per farsi un’opinione, per imparare, per tenersi in contatto con la realtà.

Sì, in quegli anni Settanta, quando partì l’avventura di Repubblica, i giornali erano ovunque, erano tanti, erano il luogo in cui si dibatteva la politica, in cui il Paese veniva raccontato e discusso. E la comparsa di Repubblica nelle edicole fu davvero qualcosa di nuovo, di diverso, di vitale. Si può capire come i giovani – anche le frange più polemiche, più ribelli, più diverse – afferrarono quella novità, scrutarono curiosi quello strano oggetto, e ci entrarono in familiarità nel volgere di poco tempo.

“Potere o Repubblica” 

Anche la campagna di lancio, i grandi manifesti stradali, puntavano a segnare una svolta: “O credete a…O credete a Repubblica”. O credete al potere, alla televisione, ai bilanci aziendali, eccetera, o vi fidate di quel che vi raccontiamo. Un ventenne in quegli anni Settanta poteva decidere di provarci.

Non che Repubblica fosse un giornale pensato da giovani, o addirittura “giovanile”: l’avevano creato due persone mature ed esperte, due uomini larger than life come Eugenio Scalfari Carlo Caracciolo.

Le sue grandi firme si chiamavano Giorgio Bocca, Natalia Aspesi, Bernardo Valli, Miriam Mafai, Giampaolo Pansa, Giuseppe Turani, Sandro Viola. Giornalisti già affermati, che avevano scelto di partecipare all’avventura. Li teneva insieme la voglia di svecchiare quel mondo dei giornali che per tanti versi sembrava (con l’eccezione del Giorno) piuttosto irrigidito e conservatore.

La redazione
La prima redazione

 

Un nuovo linguaggio per un nuovo pubblico 

E c’era molto di nuovo, in quel nuovo giornale. Il formato, innanzitutto, il cosiddetto “berlinese”, più piccolo e comodo da sfogliare in tram o sul treno, senza doverlo piegare in quattro.

Nel corso degli anni Repubblica avrebbe introdotto per prima altre innovazioni: il colore nelle foto, il sito internet, il gioco “Portfolio” che avrebbe portato una valanga di copie, il supplemento satirico, il settimanale “il Venerdì”. Eppure, era nata, Repubblica, con l‘intenzione di essere un “secondo giornale”.

Non c’erano cronache locali, non c’era lo sport. Tutti limiti che sarebbero stati attraversati, quando divenne a tutti gli effetti il primo giornale italiano. I lettori giovani, almeno quelli collocati all’estrema sinistra, avevano già i loro quotidiani: il Manifesto, Lotta Continua, il Quotidiano dei lavoratori. 

E da lì veniva la gran parte della pattuglia di ragazzi che vennero imbarcati nell’avventura di Repubblica. Per la prima volta un lettore ventenne poteva avere un quotidiano dove c’erano firme di suoi coetanei. La linea politica del giornale non era certo di estrema sinistra, era di una sinistra liberale che guardava al Pci. In alcune fasi – il penchant per la Dc di Ciriaco De Mita, o il tragico sequestro di Aldo Moro con lo scontro fra “fermezza” e “trattativa” – qualche robusto scossone ci fu, fra i lettori ma anche fra giornalisti di piazza Indipendenza.

Però il fatto che i lettori giovani potessero riconoscere come vicino a sé quel nuovo giornale era effetto di altri fattori. Il linguaggio di molte cronache, soprattutto: che si trattasse di musica rock, o di teatro, o di costume, o di manifestazioni politiche, la lingua di Repubblica – che fosse di cronisti giovani oppure no – era moderna, non paludata o da anni Cinquanta come su altri giornali.

formato
Repubblica inaugura un nuovo formato, sul modello del Tabloid, il “berlinese”, più piccolo e comodo da sfogliare

Le battaglie femministe

Questo era evidente quando le cronache riferivano di fenomeni giovanili importanti in quegli anni: il femminismo e la battaglia delle donne per il controllo del proprio corpo e per il ruolo nella società, i cortei di piazza, gli indiani metropolitani, il diffondersi delle droghe, i festival musicali.

Repubblica aveva occhi aperti, e parlava una lingua comprensibile, non lontana da quei mondi. E questo valeva anche per il mondo del lavoro, per gli scioperi, per i cortei operai e per le questioni sindacali. Un ventenne poteva capire quel giornale, e non sentirsi osservato e catalogato come oggetto estraneo. 

Questo fu vero perfino per il terrorismo. La linea del giornale non aveva alcuna condiscendenza verso la lotta armata, gli omicidi delle Brigate Rosse o di Prima Linea, i sequestri di persona, e le cronache certo non stavano dalla parte del terrorismo di sinistra. Ma c’era comunque uno sforzo di comprensione delle dinamiche in movimento nella galassia lottarmatista.

Qualcuno pagò quell’opera di interpretazione, fra i cronisti di Repubblica. Perfino il linguaggio – vecchissimo, oscuro, violento e tetro – dei volantini che i gruppi armati facevano ritrovare con una telefonata in redazione veniva analizzato con attenzione. 

Negli anni Settanta, la “neonata” Repubblica racconta i cortei in piazza sulla battaglia delle donne per il controllo del proprio corpo

Un patto spezzato

Qualcosa poi si ruppe, nel corso degli anni, nella sintonia fra i giovani e Repubblica, come forse era inevitabile. L’irruzione di Internet, dell’informazione spezzettata e superficiale, e il naturale invecchiamento della forma cartacea dei giornali, così come quello dei lettori e degli stessi giornalisti, cambiò radicalmente le carte in tavola.

E si affievolì di molto quella che era stata una forza del giornale, cioè il senso di una comunità di lettori: qualcosa che andava oltre la sintonia politica, benché fosse stata etichettata dai detrattori come appartenenza al “partito di Repubblica”.

Oggi Repubblica ha cinquant’anni, e come è noto, nemmeno la nostalgia è più quella di una volta.

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