Fatma Aydemir, scrittrice e finalista del Premio Inge Feltrinelli 2026 per la categoria Libri, risponde alle domande di PUBBLICO sulla trasformazione del discorso pubblico in Germania tra identità, migrazioni e ruolo della letteratura. Nata nel 1986 a Karlsruhe, nell’ex Germania Ovest, da una famiglia di origine turco-curda, ha esordito nel 2017 con Ellbogen, romanzo vincitore del Klaus-Michael Kühne-Preis e del Franz-Hessel-Preis. Il suo secondo libro “Tutti i nostri segreti” (Fazi, 2025) è un romanzo corale che attraversa le fratture di una famiglia migrante tra Turchia e Germania, mettendo al centro identità, memoria e conflitti generazionali.
In Germania, il tema dell’identità è tornato al centro del dibattito pubblico, anche a causa dell’ascesa dell’estrema destra, in particolare dell’AfD. Quale tipo di narrazione sta prevalendo oggi nel paese? Puoi raccontarci qualcosa di più?
Credo che la narrazione sull’identità che sta prevalendo oggi sia, diciamo, essenzialista. È molto basata sull’etnia. Ed è proprio questa la strategia dell’estrema destra che dovremmo osservare con attenzione e contro cui dovremmo trovare delle strategie. Intendo dire che per me è importante pensare all’identità come qualcosa che non è fissato dall’etnia dei miei genitori, perché c’è molto di più che mi rende ciò che sono.
Per esempio, sono una scrittrice, sono una madre, sono una figlia, i miei genitori sono arrivati in Germania come lavoratori migranti, così come i miei nonni. E penso che l’estrema destra sia molto efficace nel costruire una narrazione secondo cui ci sono immigrati che arrivano da fuori per togliere qualcosa ai “veri tedeschi”, il che è semplicemente ridicolo, perché molti immigrati sono arrivati come forza lavoro a basso costo contribuendo alla ricchezza che lo Stato ha oggi.
E se riusciamo a staccarci dall’idea di un’identità fissata dall’etnia, diventa chiaro che ci sono molte più somiglianze tra, per esempio, la classe lavoratrice della Germania dell’Est e gli immigrati della classe lavoratrice. Quindi direi che dovremmo sottolineare soprattutto la componente di classe dell’identità, ma anche quella di genere, perché stanno scomparendo nella narrazione dominante.
Fino al 2015 la Germania era un paese diverso e non c’era questa enfasi sull’etnia: le persone erano persone, lavoratori, e basta. Cosa pensi sia cambiato nella mentalità delle persone in Germania?
Non penso che fosse poi così diverso, a dire il vero.
Credo che la polarizzazione sia diventata molto più forte. Penso che nella società tedesca ci sia sempre stato un atteggiamento molto razzista. Non è qualcosa che è nato con l’AfD.
Ma penso che, con l’indebolimento dell’economia e con una crescente frustrazione per la situazione economica di molte persone, questa narrazione abbia riempito un vuoto, offrendo una spiegazione del perché oggi non guadagniamo più come prima.
E la retorica è sempre la stessa: dobbiamo deportare gli immigrati, dobbiamo ridurre la migrazione per rimettere in carreggiata l’economia. Ma logicamente non ha alcun senso. Emotivamente però, credo che riempia una sorta di vuoto nella mente e nella vita delle persone, che sono molto frustrate per le condizioni in cui vivono.
Cosa può fare la letteratura rispetto a questo discorso politico? Nel tuo libro “Tutti i nostri segreti” hai parlato di etnia, famiglia… come si può costruire una narrazione positiva attraverso la letteratura?
Penso aggiungendo complessità a tutto questo tema e all’idea stessa di identità.
Direi che è una delle forze principali anche per me nello scrivere un romanzo, come Tutti i nostri segreti: mostrare che, ad esempio, c’è una famiglia emigrata dalla Turchia alla Germania: è una famiglia turca ma le complessità sono nascoste. È davvero una famiglia turca? No, è una famiglia curda.
C’è stata un’oppressione nel paese d’origine, ma non se ne può parlare a causa delle politiche di assimilazione molto violente in Turchia. E poi c’è una seconda assimilazione che avviene in Germania, rendendo tutto più semplice di quanto sia.
Quindi penso che il potere della letteratura sia proprio quello di ampliare la prospettiva e, naturalmente, di restituire umanità a un discorso che sembra ruotare sempre attorno ai numeri.
Ma in realtà stiamo parlando di individui, con le loro storie, i loro traumi e anche con ciò che apportano alla cultura e alla società. Tutto questo però diventa invisibile molto velocemente quando restiamo bloccati nei numeri.
Cosa significa per te complessità? Quando scrivi, come la cerchi?
Per me la complessità, nella scrittura, significa che i miei personaggi mi mettono sempre in discussione.
Scrivo in modo molto guidato dai personaggi. Non penso molto alla trama. All’inizio si tratta solo di capire chi è il personaggio, che voce ha. Ho un’immagine iniziale, ma mentre scrivo mi accorgo che anche io ho dei cliché su questa donna o su quest’uomo.
E questo mi viene rivelato nel processo di scrittura, costringendomi a rimettere in discussione: è davvero qualcosa che questo personaggio direbbe? O è una mia proiezione su un personaggio che chiaramente non sono io?
Direi quindi che la complessità è sempre anche mettere in discussione le mie convinzioni e le mie certezze.
Una domanda su come elaboriamo il passato. C’è una continuità tra il modo in cui la Germania ha elaborato il proprio passato e il modo in cui affronta il presente?
Parliamo dello Stato o della famiglia? Perché in entrambi i casi direi che il passato non è mai qualcosa di concluso.
Il passato continua sempre a entrare nel presente e dobbiamo sempre trovare nuovi modi per pensarlo e nuove risposte a domande che resteranno sempre attuali.
Per esempio: cosa facciamo quando un governo prende il potere e dichiara che i nostri vicini sono cittadini di serie inferiore, che devono essere deportati o… dicevo: cosa fai quando improvvisamente il governo dice che il tuo vicino è un cittadino di serie inferiore, che dovrebbe essere deportato o magari ucciso? Come ti comporti?
Questo è già successo in passato e non penso sia impossibile che succeda di nuovo.
È questa idea assurda che si possano risolvere i problemi rimuovendo un intero gruppo di persone da un paese. Mi sconvolge che ancora oggi si riesca a far credere alle persone che si possano risolvere tutti i problemi semplicemente eliminando un gruppo. Mi colpisce molto che ancora oggi le persone possano essere così facilmente convinte da queste idee dell’estrema destra.
E forse il problema è anche che dovremmo staccarci un po’ dai telefoni, parlare di più tra di noi, leggere libri, confrontarci con idee diverse invece di limitarci ai titoli sui social o nei notiziari.
