I valori dell’Unione
Gli ultimi giorni sono stati tutto uno sbandierare, rivendicare e tradire fumosi “valori europei“.
Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco dello scorso weekend, l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas rispondeva al bullismo statunitense. Diceva che ci sono questioni su cui, “se si vogliono difendere i valori europei”, USA e UE non possono trovarsi d’accordo.
Ma intanto dal Parlamento della stessa Europa giungeva la notizia di uno stretto giro di vite sull’immigrazione.
Le parole d’ordine che rimbombano di questi tempi per il continente sono competitività, armamenti, sicurezza, semplificazione normativa.
Parole lontane dai valori branditi ad alta voce come vuota arma di scambio e (debole) potere.
Dovremmo tornare indietro e guardarle bene, le parole su cui questa Unione è nata, le uniche attorno alle quali avrebbe senso che si stringesse.
È l’articolo 2 che ci interessa, e un pezzetto dell’articolo 3. Dice:
“L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.”
“(…) L’Unione offre ai suoi cittadini uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne, in cui sia assicurata la libera circolazione delle persone insieme a misure appropriate per quanto concerne i controlli alle frontiere esterne, l’asilo, l’immigrazione (…)”
E quelle parole si fondavano su altre, che erano quelle molto più antiche, del manifesto di Ventotene. Dicevano di solidarietà fra popoli, di cooperazione, uguaglianza, protezione dei più deboli. E per stare in Italia, c’è quella Costituzione nata, come il manifesto di Ventotene, dalla concretezza estrema di vent’anni di fascismo. E dice:
“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
Dedalus
Se guardiamo ai battibecchi della politica internazionale e molte distorsioni di quella nazionale, si fa fatica a trovare un corpo per quelle parole.
Ma se zoomiamo fino alle strade piene di umani vivi, affaticati, a volte isolati, spesso dimenticati dalla politica e dal discorso pubblico, troviamo la pratica attiva e quotidiana di quei valori.
La troviamo nella solidarietà informale, nell’associazionismo, nelle cooperative che di quei valori hanno fatto il proprio lavoro. E dunque la propria identità, la propria casa.
Del resto questa dovrebbe essere una repubblica fondata proprio sul lavoro. Elena De Filippo, della cooperativa Dedalus di Napoli, la vede proprio così. “Il nostro obiettivo” racconta, “è garantire diritti che leggiamo nell’articolo 3 della Costituzione. Lavoriamo per abbattere ostacoli che impediscono piena partecipazione dei cittadini”.
Dedalus nasce 45 anni fa come centro studi e ricerche, attorno all’Università Federico II.
Studiano i bisogni del territorio, li leggono, li mappano, raccolgono dati, osservano i cambiamenti. E quando lo studio si fa azione, si riversa prima di tutto sui cittadini che più di tutti sono ostacolati nella loro partecipazione. E prima ancora nella loro sopravvivenza: gli stranieri, i migranti.
Centri per migranti e minori non accompagnati, corsi di italiano, case rifugio e una struttura semi-autonoma su bene confiscato alla mafia per dare lo spazio a donne vittime di violenza e di tratta di costruirsi una vita.
Poi col tempo sono aumentate le competenze, si è allargata la consapevolezza, e intanto è cambiato il mondo attorno. Così sono cambiate e si sono allargate le cose da fare.
“Negli ultimi 10 anni ci siamo resi conto che non ci potevamo occupare solo dei più vulnerabili, bisogna parlare anche con chi è meno fragile. Se prima, per esempio, ci rivolgevamo alle mamme dei bambini stranieri, ora sappiamo che dobbiamo coinvolgere anche le mamme dei compagni di classe degli stranieri. Servono occasioni di confronto, laboratori interculturali”.
Si sono aggiunte anche unità di strada che cercando di intercettare persone vittime di sfruttamento sessuale o lavorativo, e poi servizi a persone senza dimora con docce, distribuzione di abiti, supporto legale e orientamento ai sussidi. Ma anche laboratori musicali, web radio, progetti di educazione ai sentimenti e questioni di genere che coinvolgono adolescenti sia napoletani sia di origine straniera.
Su sollecitazione dei comitati cittadini, è stato avviato un percorso condiviso su Piazza Garibaldi, alla stazione Centrale di Napoli.
La piazza era stata oggetto di un intervento di “restyling”, ma al termine dei lavori il Comune non aveva adeguatamente preso in carico la gestione degli spazi destinati alla cittadinanza.
Dedalus ha recuperato otto chioschi al limite del degrado e ne ha fatto servizi per la cittadinanza, vivi e accessibili. Portineria sociale, sportelli di orientamento e inserimento lavorativo, eventi culturali, attività commerciali con finalità sociali.
Rivolti ai migranti, ai napoletani, ai senza fissa dimora, a chi cerca e non trova lavoro, a chi è solo e senza strumenti.
Molteplici marginalità e disuguaglianze si collegano, spesso sovrappongono, e così le risposte toccano assieme ferite diverse.
Lotta
Lo racconta anche Riccardo De Facci della Cooperativa Lotta.
Loro stanno dall’altra parte dello stivale, a Sesto San Giovanni, e sono nati invece dai quartieri operai di una città che negli anni Settanta era la Stalingrado d’Italia e che poco dopo sarebbe stata colpita dalla scure grigia della deindustrializzazione.
La tossicodipendenza da eroina aveva cominciato a riempire il quartiere di Parpallione, a un passo dalle grandi fabbriche della periferia milanese, rompendo gli equilibri della comunità operaia.
“La nostra”, racconta De Facci “è una realtà radicata nell’impegno congiunto di Partito comunista e cattolicesimo impegnato, una modalità di intervento basata sul mutuo soccorso e il coinvolgimento diretto dei familiari insieme a psicologi, operatori e volontari”.
Col tempo sono nati un centro di ascolto sul disagio psichico, un servizio diurno per le dipendenze e una comunità familiare per disabilità e salute mentale.
Il modello funzionava e presto alcuni comuni limitrofi come Cologno e Cinisello hanno chiesto loro di portare servizi analoghi sui propri territori.
Nel frattempo a Milano e in Lombardia aprivano il Centro Sammartini e due dormitori per persone senza dimora, con sportelli per lavoro ed emergenza freddo.
Ci sono due comunità rivolte a ex detenuti e persone con problemi di alcol e cocaina, mentre 15 appartamenti ospitano 60 persone in percorso di autonomia dalla psichiatria.
Il lavoro sulle dipendenze è sempre rimasto, è cambiato, si è irrobustito. In una Milano sempre segnata dall’eroina, Cooperativa Lotta lavora con centri diurni e unità mobili di riduzione del danno, fornendo docce, siringhe e assistenza in una Rogoredo da cui passano circa 1200 tossicodipendenti ogni giorno.
Anche per Cooperativa Lotta le disuguaglianze s’intrecciano e sovrappongono. Donne migranti e vittime di violenza, disperazione e eroina. Migranti provenienti da situazioni traumatiche come i centri di detenzione in Libia, e dunque con disagio psichico. Madri separate e sottopagate, o disoccupate, che dunque hanno bisogno di housing sociale e accompagnamento verso una nuova autonomia.
In tutto questo fare, in tutta questa cura, ci sono i valori astrattamente sbandierati dall’Europa.
In momenti di confusione e rottura come questi le parole faticano a trovare coerenza e concretezza.
Ma i valori scritti nelle costituzioni europee e italiane, quando toccano terra, si ancorano alla realtà, validi sempre, senza spazio e senza tempo, e sempre in trasformazione, in ogni spazio e in ogni tempo.
