Energia e frontiere: la vera agenda del Piano Mattei per l’Africa


Articolo tratto dal N. 77 di Immagine copertina della newsletter

Questo articolo è la prima puntata di un’inchiesta dedicata al Piano Mattei per l’Africa, realizzata in collaborazione con IRPI Media. Nelle prossime uscite analizzeremo struttura, finanziamenti e implicazioni politiche del piano, seguendo flussi di denaro, attori coinvolti e conseguenze concrete nei Paesi interessati. L’obiettivo è verificare quanto le promesse di un “nuovo paradigma” nei rapporti tra Italia e Africa trovino riscontro nella realtà dei progetti avviati.

Il Piano Mattei per l’Africa

Cinque miliardi e mezzo di euro per cambiare le relazioni Italia-Africa lungo sei direttrici di intervento: istruzione/formazione; sanità; acqua; agricoltura; energia; infrastrutture fisiche e digitali.

«Il nuovo paradigma dei rapporti con le Nazioni africane è imposto dalla considerazione delle transizioni epocali che stanno interessando il Continente», si legge nel Focus sul Piano Mattei per l’Africa, un documento pubblicato dalla presidenza del Consiglio dei ministri il giorno in cui è stato emanato il decreto che istituisce il piano strategico nel 2024.

La promessa del Piano Mattei, quindi, è una trasformazione epocale nelle relazioni tra i continenti che si trovano nelle sponde opposte del Mediterraneo, quadrante che dovrebbe tornare centrale nell’interesse geopolitico europeo, anche nell’ottica di fermare l’avanzata di Cina, Russia e Turchia.

L’Italia mira, di conseguenza, a essere «hub europeo per gli investimenti in Africa», ottenendo in cambio la possibilità di essere un partner privilegiato dell’intero continente.

Il 15 marzo 2024, durante il primo incontro dell’ente che supervisione il piano – la cabina di regia presieduta dalla stessa Meloni e composta da ministri, funzionari pubblici, amministratori di importanti aziende ed esponenti della società civile – la presidente del Consiglio parlava di «un approccio nuovo» «che non è predatorio, che non è paternalistico, che non è caritatevole».

La minaccia migratoria e il ritorno del fossile

È un ovvio dato di fatto che l’Africa presenti grandi opportunità di sviluppo. Il continente nel 2050 raggiungerà una popolazione di 2,5 miliardi (oggi sono 1,3) e l’età media sarà di 25 anni.

A questo si aggiunge la grande disponibilità di risorse e la rete di infrastrutture ancora insufficienti rispetto alle esigenze del continente.

Meloni insiste sullo sviluppo di un nuovo approccio che permetterà ai Paesi africani di contribuire alla stesura delle priorità e considera lo sviluppo del Piano Mattei una strategia win win sia per l’Europa sia per l’Africa.

La crescita demografica africana, in realtà, rappresenta un timore più che un’opportunità per i governi europei. Perché i giovani africani sono ritenuti prima di tutto potenziali migranti.

È almeno dal 2015, cioè da quando l’Ue ha costituito il trust fund Africa-Europa (Eutf) che la cooperazione allo sviluppo si pone l’obiettivo di combattere le «cause profonde» della migrazione. Il Piano Mattei non è da meno.

A questa priorità, il piano intitolato al fondatore dell’Eni Enrico Mattei ne ha aggiunta una seconda: lo sfruttamento delle risorse energetiche del continente.

Nel piano strategico 2026-2030 appena reso pubblico da Eni, l’Africa occidentale e il Nord Africa sono due dei quadranti globali in cui si concentrano le maggiori opportunità di esplorazione nel settore del gas e del petrolio, energie fossili la cui produzione – malgrado la transizione energetica – è prevista crescere all’anno tra il 3 e il 4%.

Nell’ambito del Piano Mattei, la società italiana dell’oil&gas, tra le altre cose, ha firmato un protocollo d’intesa con l’Algeria e la sua società di Stato Sonatrach per rafforzare la cooperazione in tema energetico. In Kenya, invece, punta sui biocarburanti.

Il Piano Mattei quindi segue una stagione, che dura da circa un decennio, in cui l’Italia non punta più sulla “cooperazione allo sviluppo” alla “geopolitica dello sviluppo”.

Mentre nel primo caso l’obiettivo era «la riduzione e, a lungo termine, l’eliminazione della povertà», come si legge nella definizione sul sito del ministero degli Esteri, nel secondo l’aiuto è uno strumento con cui l’Italia si afferma e che concede, a livello discrezionale, a seconda di una propria agenda.

Così i Paesi che hanno la capacità di bloccare le frontiere e impedire l’arrivo dei migranti dal Mediterraneo e quelli che dispongono di grandi risorse energetiche acquistano maggiore rilevanza.

Quali sono le risorse del Piano Mattei?

Il Piano Mattei conta al momento 18 Paesi prioritari. Di questi, 14 – Algeria, Congo, Costa d’Avorio, Egitto, Etiopia, Kenya, Marocco, Mozambico e Tunisia fin dalle prime battute poi nel 2025 Angola, Ghana, Mauritania, Senegal e Tanzania – sono “ufficiali”, nel senso che sono nominati all’interno della relazione al parlamento sull’avanzamento del piano del 30 giugno 20251.

Ma le partecipazioni annunciate sono sempre di più. Meloni ha aggiunto alla lista Gabon, Repubblica democratica del Congo, Ruanda e Zambia2.

Mentre le promesse e gli incontri bilaterali continuano a crescere, le risorse destinate al Piano sono sempre quelle previste al momento del lancio. E non si tratta di risorse nuove, ma di risorse riallocate: da un lato ci sono 3 miliardi di euro provenienti dal Fondo italiano per il clima, nato per contrastare il cambiamento climatico con progetti di collaborazione nell’area Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico).

Dall’altro ci sono 2,5 miliardi che erano già stanziati per la cooperazione internazionale. Si tratta, quindi, di risorse già esistenti e programmate nelle leggi di bilancio senza nessun investimento addizionale, come spiega l’associazione delle organizzazioni non governative italiane (Aoi) nel proprio documento di posizionamento sul Piano Mattei.

Solo che a decidere dove investirli sarà la presidenza del Consiglio invece che l’agenzia per la cooperazione italiana. A questo vanno poi aggiunti circa 200 milioni di euro per finanziamenti agevolati alle imprese.

Il ruolo dell’Europa

Il 10 ottobre 2024, la cabina di regia del Piano Mattei ha sottolineato la forte sinergia con la Global Gateway, il progetto di cooperazione con il Sud globale.

Tra i progetti comuni, il più importante è il Corridoio di Lobito. Obiettivo è connettere con una rete ferroviaria di 800 chilometri le ferrovie già esistenti nelle regioni orientali dell’Angola e nello Zambia, passando per la Repubblica Democratica del Congo.

La partecipazione italiana prevista è di 250 milioni di euro, a cui si aggiungono due miliardi dell’Ue e altri 553 degli Stati Uniti.

Come per altri progetti del Piano Mattei, esiste da tempo: dal porto di Lobito, sulla costa atlantica dell’Angola, già oggi parte una linea ferroviaria che si estende per circa 1.300 chilometri verso l’interno del continente, fino alle province minerarie della Repubblica Democratica del Congo, Tanganyika, Haut-Lomami, Lualaba e Haut-Katanga. Sono alcune delle zone in cui si estraggono i minerali che oggi servono per la transizione energetica.

Difficile sostenere che il progetto non sia coloniale: la costruzione è stata concepita quasi cent’anni fa, in Angola, per portare le risorse minerarie estratte nei porti e poi verso l’Europa. Secondo un’inchiesta di Global Witness, inoltre, a pagare il prezzo della nuova ferrovia saranno gli abitanti delle zone urbane e periurbane della Repubblica democratica del Congo che rischiano lo sfratto, mentre analizzando le immagini satellitari stimano che tra 700 e 1.200 edifici potrebbero essere demoliti o sgomberati.

Il caso Libia

A gennaio 2026 il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha firmato a Misurata un accordo con il premier di Tripoli Abdulhamid Dbeibah per l’allargamento della Zona economica speciale del porto.

Un progetto da 2,7 miliardi di dollari che prevede di aumentare il traffico di container nel porto.

«Siamo felici e orgogliosi di partecipare alla concretizzazione della visione del Piano Mattei per l’Africa intrapresa dal Governo italiano», ha commentato il presidente del Gruppo Msc, coinvolto nel progetto, Diego Aponte.

Anche senza essere nominata tra i Paesi coinvolti nel Piano Mattei, la Libia rappresenta un laboratorio delle “geopolitiche dello sviluppo” italiane da vent’anni. Qui l’Italia ha siglato nel febbraio del 2017 il Memorandum d’Intesa finalizzato a migliorare la capacità del Paese di controllare le sue frontiere e rafforzare gli accordi commerciali.

Prima ancora, nel 2008, con il Trattato di amicizia Italia-Libia siglato durante il governo di Silvio Berlusconi, ha firmato accordi che andavano da un sistema radar nel Sud del Paese fino alla costruzione di una nuova autostrada che tagliasse il Paese da Est a Ovest. Progetti che oggi potrebbero fare parte del Piano Mattei.

Nel 2017 si diceva che, sotto la nuova etichetta dell’Eutf, i fondi di cooperazione per la lotta alla povertà erano stati utilizzati per finanziare la costruzione di nuove frontiere. Si parlava di “diversione degli aiuti”, soprattutto per progetti come l’equipaggiamento della guardia costiera libica.

In questo decennio, l’Italia ha avuto un ruolo preminente nello sviluppo in particolare delle frontiere marittime. Frontiere attraversate sia dai migranti sia dalle petroliere, alcune di queste con carichi di contrabbando.

Il rafforzamento della cooperazione avrebbe dovuto interrompere i traffici, ma è accaduto il contrario. Addirittura, ci sono stati attori criminali – come Adelrahman Milad detto Bija – che negli anni hanno acquisito un ruolo legittimo di potere grazie al ruolo avuto nel controllo dei flussi migratori.

Secondo il panel di esperti dell’Onu sulla Libia era invischiato anche nel traffico di prodotti petroliferi. È stato ucciso da un gruppo rivale a settembre del 2025.

I rischi del Piano Mattei sono già scritti nel recente passato della cooperazione. Invece di favorire il continente del futuro, potrebbero essere i vecchi potenti del presente, e i loro accoliti più o meno criminali, a trarne un vantaggio immediato.

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