Dal petrolio di Kirkuk ai gommoni della Libia: la fuga dei curdi iracheni


Articolo tratto dal N. 77 di Immagine copertina della newsletter

 L’incontro con Soran

Il traffico comincia lontano dal mare. Non sulle spiagge della Libia, ma tra le montagne del Kurdistan iracheno, dove negli ultimi anni sempre più giovani hanno iniziato a guardare verso l’Europa come a una via di uscita.

A Sulaymaniyya incontriamo Soran — nome di fantasia, per proteggere la sua identità. Ha poco meno di trent’anni, una laurea in ingegneria e un inglese fluente. Lavora come consulente tecnico quando capita, ma soprattutto come giornalista freelance. Scrive per piccole testate locali e collabora con reporter stranieri che passano dalla città.
Non è iscritto a nessun partito E non ha intenzione di farlo.

«Qui c’è corruzione ovunque», racconta seduto in un caffè nel centro della città.

Le tensioni tra i partiti politici iracheni

Nel Kurdistan iracheno la politica è dominata da due partiti storici che la gente identifica con i colori: il partito giallo, il Partito Democratico del Kurdistan (KDP) della famiglia Barzani, forte a Erbil e Dohuk, e il partito verde, l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) legata alla famiglia Talabani e radicata proprio a Sulaymaniyya.

La rivalità tra i due risale agli anni Novanta, quando arrivarono persino a combattersi in una guerra civile curda.

Oggi i fronti armati non esistono più, ma la divisione attraversa ancora la politica, l’economia e persino i media.

La realtà in cui Soran è cresciuto

Soran è cresciuto dentro questo sistema e ha scelto di restarne fuori. Anche per questo, qualche anno fa ha iniziato a occuparsi di un fenomeno che a Sulaymaniyya tutti conoscono ma di cui pochi parlano apertamente: le reti locali che organizzano la partenza dei giovani curdi verso l’Europa.
Due anni fa ha pubblicato una serie di report sui mediatori che vendono viaggi clandestini. Alcuni passano dalla Turchia e dalla Grecia, altri portano le persone molto più lontano, fino al Nord Africa.

«Sono uomini che lavorano quasi alla luce del sole», dice.

«Vendono il viaggio come se fosse un pacchetto».

I conflitti per l’egemonia dell’oro nero

Ma per capire perché sempre più giovani decidano di partire bisogna tornare alla questione centrale della politica curda: il petrolio.

Il nodo è Kirkuk, città contesa tra il Kurdistan iracheno e il governo centrale di Baghdad.
Sotto la sua terra si trovano alcuni dei giacimenti più importanti dell’Iraq. Prima della guerra contro l’ISIS i campi petroliferi della provincia producevano circa 300.000–400.000 barili di greggio al giorno.

Quando nel 2014 lo Stato Islamico travolse l’esercito iracheno nel nord del paese, furono i peshmerga curdi a prendere il controllo della città e dei suoi giacimenti. Per alcuni anni quel petrolio diventò una delle principali entrate economiche della regione autonoma.

Poi arrivò il referendum per l’indipendenza del 2017.
Baghdad reagì rapidamente e l’esercito iracheno tornò a occupare la città, sostenuto anche da milizie sciite vicine all’Iran.

Il controllo dei giacimenti tornò al governo centrale.

La menzogna raccontata dal governo sul petrolio

Ma nel Kurdistan iracheno la questione del petrolio resta un nervo scoperto. Soran lo racconta così:

«Prima dell’indipendenza ci lamentavamo della corruzione del governo centrale e del fatto che Baghdad pagasse ai curdi pochissime royalties per il petrolio estratto a Kirkuk e nel resto della regione».

Poi abbassa la voce.  «Da quando abbiamo la regione autonoma gestita da Barzani, il governo curdo ci dice che non ci sono attività estrattive e quindi non ci sono soldi».

Fa una pausa. «Eppure noi vediamo i camion che trasportano il greggio attraversare tutti i giorni la regione».

Indica la strada che porta verso est. «Li vediamo andare verso il confine. Verso l’Iran».

I cambiamenti registrati in merito all’immigrazione

Intanto i numeri della migrazione raccontano un cambiamento lento ma costante.

Nei dati dell’UNHCR gli iracheni — categoria che comprende anche i curdi — rappresentano una presenza intermittente sulle rotte mediterranee.
Nel 2019 erano circa l’8% degli arrivi via mare in Italia.
Negli anni successivi la quota è scesa, per poi tornare a crescere più recentemente.

Nel 2025, in alcuni mesi estivi, gli iracheni hanno rappresentato tra il 13% e il 23% degli arrivi via mare. Parallelamente è cambiata anche la geografia delle rotte.
Se per anni la via principale passava dalla Turchia verso la Grecia, negli ultimi tempi è riemerso un corridoio più lungo e più pericoloso che porta fino alla Libia.

Lo capiamo anche durante il nostro lavoro sul campo.

L’appuntamento “al buio”

Una sera a Baghdad il nostro producer ci scrive.
Dice che alcuni uomini vogliono incontrarci. Sono stati loro a proporsi. Dicono di voler parlare con la stampa internazionale. Accettiamo.

L’appuntamento è in una caffetteria alla periferia della città. Arrivano in tre. Tutti sulla trentina. Vestiti semplici ma curati: jeans, magliette bianche, orologi importanti al polso. Sorridono molto. È il sorriso di chi sente di avere il controllo della situazione.

Dopo pochi minuti capiamo chi sono. Smugglers, contrabbandieri di migranti, gente che vende a speranza di una vita migliore.
Tocca capire a quali condizioni di viaggio però.

Le reali intenzioni dei contrabbandieri

Dicono di volerci dare alcune informazioni su altri gruppi che operano lungo le rotte verso l’Europa. Parlano di reti che collegano Kurdistan, Turchia e Mediterraneo.

Accennano a nomi.
Ma non li pronunciano mai davvero. Restano vaghi, sempre un passo indietro rispetto a qualsiasi informazione verificabile.

Con il passare dei minuti diventa chiaro cosa stanno cercando di fare: usare la stampa internazionale per colpire i loro concorrenti.
A un certo punto chiedono anche alcune condizioni. Vogliono anonimato totale, nessun riferimento geografico, nessun dettaglio che possa ricondurre a loro.

Vorrebbero anche poter controllare alcune parti del racconto. Condizioni che rendono impossibile un lavoro giornalistico serio.
L’incontro finisce senza nulla di fatto. Ma lascia intravedere qualcosa di importante: il traffico di migranti non è solo una rete clandestina.
È un’industria competitiva, fatta di gruppi rivali, intermediari e lotte per il controllo delle rotte.

E alcune di quelle rotte portano sempre più spesso fino alla Libia. È da lì che iniziano ad arrivare altre storie.

Le testimonianze dei migranti

Racconti di curdi iracheni rapiti e imprigionati a scopo di riscatto.

Migranti sequestrati perché le loro famiglie, in Europa o nel Kurdistan iracheno, possono pagare.
Molti di loro finiscono nella città costiera di Zawiya, a ovest di Tripoli, dove opera la brigata al-Nasr, una milizia accusata negli anni di controllare reti di traffico di migranti e centri di detenzione informali.

Tra questi c’è anche la prigione di al-Nasr, ufficialmente chiusa nel 2018 ma ancora utilizzata secondo diverse testimonianze come luogo di detenzione per migranti rapiti.

È lì che il viaggio di molti giovani partiti dalle montagne del Kurdistan iracheno si trasforma in qualcosa di diverso da quello che avevano immaginato. Non più una rotta verso l’Europa. Ma una catena di estorsioni, in cui la distanza tra Sulaymaniyya e il Mediterraneo diventa improvvisamente molto più corta — e molto più pericolosa.

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