È inevitabile osservare la banalità del male ma anche la forza del bene, entrambe al piano terra, uguali e contrarie, incarnate da uomini e donne che non ti aspetti.
L’ho pensato osservando le dinamiche in atto durante l’attentato di Bondi beach in Australia, a Sydney, contro migliaia di persone che celebravano pacificamente Hannukah, la Festa delle Luci ebraica.
Da una parte Navim, attentatore ventiquattrenne armato di fucile da caccia, freddo, determinato, incrollabile, che punta a uno ad uno gli obiettivi della sua rabbia, caricando e scaricando la sua arma con precisione infallibile.
Dall’altra Ahmed che è animato da altra rabbia, quella di chi non può sopportare di vedere ciò che sta vedendo e che si avventa sul cecchino e gli strappa il fucile, ugualmente preciso e coordinato, disarmandolo con abilità.
Pagherà il suo gesto al prezzo di un piede e un braccio trapassati da una pallottola.
Entrambi, ricoverati nello stesso ospedale ancora vivi, ugualmente malconci, sono la sintesi di questa umanità polarizzata e strappata in due da un mondo di potenti che posseggono asset finanziari e piattaforme, criptovalute e armi, governi e aziende e che ci hanno abituato a odiarci.
A fronte di questo odio, alcune persone comuni non trovano altro modo di contrastarlo che incanalare la rabbia verso azioni perfino omicide.
Siamo tentati a pensare che tutta l’umanità sia così, salvo poi renderci contro che, sempre nella vita reale, esiste chi rifiuta di rispondere al linguaggio d’odio con azioni omicide e crede che la risposta giusta sia sempre preservare la vita umana, non importa a quale prezzo personale.
Di storie così, di fatto, se ne trovano a bizzeffe, percorrendo le strade del mondo. Basta sapere guardare sul terreno.
La storia di Sumaya Ahmed al-Hussam
Non nego che, nella maggior parte dei casi, le storie dal basso positive, che cercano di superare forme di odio lunghe anni, se non secoli, sono dominate dalle donne. In un Paese che ben conosco – lo Yemen – è stato più volte il caso.
Ed è interessante che questi fenomeni accadano in una società che analisti, editorialisti e media continuano a definire “tribale” con un’incrinatura di sufficienza e superiorità culturale, associando al tribalismo ogni sorta di nefandezza morale.
Certo, la società yemenita è “tribale” e lo è in pieno, ma ciò non toglie che qui, per esempio, sia stato possibile che una donna abbia messo fine a una faida che continuava da undici anni, senza accennare a potersi placare, almeno finché la risoluzione del conflitto era stata affidata a uomini.
Lei si chiama Sumaya Ahmed al-Hussam, ed è un’attivista yemenita che proviene da una ampia tribù del Golfo. Sumaya è riuscita ad essere l’ago della bilancia risolutivo tra la tribù dei Bani Badr e la Beit al-Qaidi, stanziate nella provincia di Hajjah, nel Nord dello Yemen.
La faida è durata undici anni e ha causato 60 morti e 130 feriti, comprese donne e bambini.
In questi anni nessuno è riuscito a porvi fine, nonostante l’ingerenza del governo centrale, di attori locali, di altre tribù, sheik e mediatori di varia natura.
Le ragioni per cui ogni tipo di mediazione precedente fosse fallita risiedono nel fatto che nessuno si sia peritato di risolvere la questione del contendere alla radice.
Sumaya al-Hussam, invece, ha percorso tutte le strade di ogni delitto per risalire alla causa primaria e trovare soluzioni adeguate, fino a portare ogni componente di entrambe le tribù al tavolo della pace e a far firmare a tutti i responsabili un accordo definitivo.
Pubblico e valido come documento legale a tutti gli effetti.
Come è stato possibile? Sumaya è nata per la mediazione. Ha fatto parte della Conferenza di dialogo nazionale in Yemen (istituita per traghettare il Paese dalla rivoluzione del 2011 a una nuova costituzione e a nuove elezioni) fino al 2013 e, in quel contesto, si era già occupata di questioni di genere, società civile e iniziative di pace.
Per questa sua concreta attività ha vinto il Queen of Social Responsibility Program 2017, istituito dalla corona saudita per tutte le donne del mondo arabo che si siano distinte nel servire la società civile attraverso iniziative femminili. Intervistata dalla Saudi Gazette, Sumaya al-Hussam si è detta onorata e «felice di trasformare un sogno in realtà, seppure in piccola scala e ne
Il dottore dei poveri
Avvicinandoci al Mediterraneo e, continuando con esempi dal basso, nel 2020 l’Egitto ha osservato il lutto nazionale per la morte di un medico noto per avere curato gratuitamente i suoi pazienti per tutta la vita. Si chiamava Mohamed Mashali.
Molti lo considerano un santo musulmano contemporaneo e, dalla sua morte, i social media lo ritraggono di volta in volta come un angelo o come un supereroe che volteggia sopra i cieli del Cairo.
Mohamed Mashali, uomo segaligno e dal viso dolcissimo, esercitava la sua professione nella città di Tanta, nel delta del Nilo, dove i funzionari egiziani gli avevano conferito il titolo di «dottore dei poveri» per aver servito la sua comunità per oltre cinquant’anni.
Il dottor Mashali usava addebitare ai suoi pazienti solo 5–10 sterline egiziane (dai 30 ai 60 centesimi di euro) per visita e spesso ha curato persone nullatenenti nelle sue tre cliniche senza addebitare loro alcuna spesa. Lavorava dodici ore al giorno, anche a settant’anni, servendo quotidianamente decine di pazienti. Talvolta forniva vaccini gratuitamente a persone che non potevano permetterseli.
In occasione della sua morte sono riemerse molte interviste rilasciate in passato ai media, ai quali però si era quasi sempre negato, al punto che molti giornalisti, per intervistarlo, dovevano fingersi pazienti. La rivista egiziana Hadret El Mowaten riuscì a ottenere un’intervista usando questo espediente discutibile.
In quell’occasione il medico raccontò di essere stato motivato a servire la sua comunità quasi gratuitamente a causa di un episodio vissuto da giovane: un suo paziente diabetico era morto dopo che la madre gli aveva detto di potersi permettere solo il cibo per la cena, ma non l’insulina.
«Quando il figlio chiese alla madre l’insulina e lei gli spiegò che non poteva comprarla, perché gli unici soldi disponibili servivano per la cena, il ragazzo si suicidò», ricordava il medico.
L’episodio ebbe un impatto così profondo nella memoria e nella psicologia di Mashali che il dottore si ripromise, per quanto fosse in suo potere, che in nessun’altra famiglia si sarebbero ricreate le condizioni che portarono a quel suicidio.
Mohamed Mashali, specialista in malattie endemiche, riteneva che fossero le persone povere a essere le più colpite, «anche perché non possono permettersi trattamenti costosi». Era schivo con i media, ma socievole e gentile.
«Ci sono dottori che, se li incroci per strada, non ti riconoscono nemmeno o non ti salutano. Ma non questo dottore: Mohamed ti salutava e ti avrebbe dato anche consigli medici, se necessario», ha testimoniato uno dei suoi pazienti.
Ditemi voi se persone come queste non meriterebbero la copertina di Time come “persona dell’anno”, anche solo per non aver ceduto a un mondo che pretende che il cinismo diventi il metronomo del nostro tempo sulla terra.
