Legacy: cosa resta davvero ai territori
Ogni grande evento promette un’eredità. Ma ciò che chiamiamo legacy non è mai un dato automatico: è il risultato di una visione, di scelte di processo e di contenuto, e soprattutto della capacità di guardare oltre l’evento stesso.
Nel tempo, il dibattito sui grandi eventi si è spostato proprio su questo crinale, interrogandosi non solo su ciò che essi producono nell’immediato, ma su ciò che lasciano ai territori che li ospitano.
In una prima fase la legacy era collegata primariamente a “obiettivi di processo”: posizionare il Paese nel contesto internazionale, unificarlo attorno a uno scopo, permettere la costruzione di nuove partnership pubblico-privato, rendere gli investimenti locali una priorità nazionale e infine obbligarsi a rispettare scadenze nella realizzazione di opere evitando i ritardi.
Successivamente, a seguito di grandi successi (Barcellona e Lisbona) e di significativi fallimenti (l’Expo di Hannover del 2000, le Olimpiadi di Atene del 2004) si è iniziato a riflettere anche sul contenuto: il costo, la riutilizzabilità delle infrastrutture e la loro sostenibilità, la realizzazione di interventi utili alle comunità locali, il coinvolgimento della popolazione.
Si è passati da un’attenzione al processo a un’attenzione al contenuto. L’Olimpiade come evento capace di migliorare le condizioni del territorio in cui avviene nella direzione della sostenibilità.
Milano-Cortina sembrava rispettare pienamente questo indirizzo.
Nuove geografie della relazione
I quattro cluster olimpici prevedevano limitati interventi di nuova costruzione. A Milano, si conosce già la destinazione finale del Villaggio Olimpico che diventerà studentato e lo stadio per l’Hockey che diventerà arena per spettacoli.
Tutti gli altri interventi di miglioramento delle infrastrutture stradali e ferroviarie rientravano nel novero di attività previste e muovevano nella direzione del miglioramento delle dotazioni territoriali.
Oggi questa qualità è stata messa in discussione da diverse inchieste giornalistiche che hanno sostenuto la limitata sostenibilità degli interventi, l’aumento dei costi, le opere non finite. Tutti temi sui quali sarà necessario confrontarsi.
Forse, però, dobbiamo tornare a riflettere anche su una serie di aspetti legati al processo, a quello che questi interventi, indipendentemente dall’aver centrato quegli obiettivi di sostenibilità, possono rappresentare per una nuova relazione tra l’area urbana più densa e la montagna: per restare all’ambito lombardo, tra la regione urbana milanese e la Valtellina.
Le Olimpiadi si svolgeranno, le infrastrutture, magari con ritardo, verranno ultimate, ma in che modo un evento concentrato nel tempo, legato allo sport e di rilevanza mondiale potrà ridefinire le relazioni territoriali?
Per rispondere bisogna alzare lo sguardo, nello spazio e nel tempo, e pensare a cosa potrebbe avvenire dopo l’evento olimpico in un territorio che include il centro metropolitano più importante della regione e le aree interne della montagna.
L’evento olimpico può rappresentare l’innesco di una nuova relazione fra la regione urbana di Milano e la rete lineare di centri della Valtellina.
Una relazione che non si basi solo sui tradizionali elementi dello scambio: servizi ecosistemici vs lavoro; turismo e svago vs offerta culturale; produzioni agro-silvo-pastorali vs commercio e servizi di qualità.
Una relazione che vada oltre le due settimane dei giochi olimpici e che utilizzi le opere infrastrutturali come leva per una nuova dinamica di sviluppo capace di valorizzare non solo i poli, ma tutto il territorio con le sue straordinarie risorse.
È possibile coinvolgere le popolazioni locali, come suggeriva già il CIO, nell’avanzare proposte di valorizzazione dei propri territori ispirate dall’evento olimpico? Una valorizzazione che usa le attrezzature sportive come ancora per una visione di un territorio in salute.
Un nuovo territorio per la città e la montagna
Una prospettiva di questo genere ci consente di spostare lo sguardo dalle opere al territorio e dall’evento alla lunga durata.
Potremmo allora parlare di un territorio olimpico, non solo di una via olimpica o di specifici cluster come sono stati definiti nella programmazione degli interventi.
Un territorio che utilizza le possibilità offerte dalle nuove infrastrutture digitali predisposte per l’evento per consentire di riabitare anche luoghi lontani dal centro urbano, grazie al telelavoro, facendo tesoro di quanto sperimentato in modo consistente nella recente fase pandemica.
Un territorio che si avvantaggia delle nuove distanze spazio-temporali consentite dalle infrastrutture fisiche. Che torna a concentrare l’attenzione e a valorizzare lo spazio in between: i centri tra i poli urbani o turistici.
Quella che si apre dopo la chiusura delle Olimpiadi, e grazie alle Olimpiadi, potrebbe essere una fase che consente di alzare lo sguardo oltre la frammentazione: delle competenze, dei confini amministrativi, della contrapposizione grande città/montagna.
In una nuova alleanza che utilizza le nuove condizioni; integrando le forme di governo, coniugando visione dall’alto e iniziative dal basso; lavorando sulla legacy dello sport e del benessere per l’intero territorio, sulle possibilità di riportare residenti nelle aree montane grazie a digitalizzazione e nuove infrastrutture, sul conseguente sviluppo di servizi di carattere culturale e di cura del paesaggio come strumenti per una nuova e diversa “urbanità”.
Si tratta di guardare oltre per prefigurare un diverso ritmo della città e della montagna che possa beneficiare entrambe, aprendo a nuovi immaginari territoriali.
