Sicurezza europea
Mentre in queste ore la Guardamar Urania di Salvamento Marítimo è in rotta verso il porto di Arguineguín, Gran Canaria, con a bordo 110 sopravvissuti e 2 morti, la nostra Presidente del Consiglio partecipa al video di endorsement per le prossime elezioni del presidente ungherese Orbàn, insieme ad altri leader di quella che si configura ormai come una lega transnazionale dell’estrema destra. E in Italia e in Europa c’è grande preoccupazione per l’applicazione del Nuovo Patto europeo su Migrazione e Asilo a partire dal prossimo giugno.

In particolare, se la speranza del governo italiano è che l’accordo Italia-Albania venga considerato come precursore dell’applicazione del Patto, occorre domandarsi se con essa, oltre a limitare o sopprimere la libertà di movimento delle persone attraverso le frontiere europee, si cercherà di legittimare e normalizzare la politica di esternalizzazione della detenzione e creazione di centri di rimpatrio al di fuori dell’UE. Si sta cercando di creare un contesto giuridico perché l’accordo Italia-Albania funzioni? L’intenzione è quella di estenderlo all’intera Unione europea?
La deputata Lia Quartapelle sostiene che “la cosa più importante sia l’abbandono di una qualsiasi strategia di stabilizzazione e sviluppo in Africa, sia da parte dell’Unione europea che da parte del governo”. Tali sforzi mancati, al contrario di quanto dichiarato nella Comunicazione della Commissione: Un nuovo patto sulla migrazione e l’asilo, non dovrebbero “far sì che tutti i cittadini sentano che il futuro è a casa propria”.
Alberto Alemanno, Professore di diritto dell’Unione europea presso HEC Paris, si dice “sorpreso dalla normalizzazione rispetto a questa idea di concepire, trattare e governare la migrazione come se fosse una questione di sicurezza. Gli ingressi sono in calo, però a un prezzo molto elevato: i trasferimenti che facciamo a governi autoritari, da quello turco al non-governo libico. Ormai di fatto il diritto europeo non si applica più”.
Gli fa eco Moni Ovadia, che propone di sostituire sicurezza con sviluppo: “investendo nelle migrazioni, investi sul futuro. Una delle chiavi di volta per la crescita europea del breve e del lungo periodo è la migrazione, il nesso accoglienza e migrazione = sviluppo”. Immaginate un mondo in cui i sindacati indicano per una settimana uno sciopero generale di lavoratori e lavoratrici migranti nel nostro paese, e in tutt’Europa: lo stato si paralizza, il “nostro” mondo si ferma.
Il ruolo della sinistra
Ci si chiede spesso se la sinistra manchi di visione. È invece possibile, come suggerisce Sara Prestianni (EuroMed Rights), che più semplicemente la destra e l’estrema destra monopolizzino le decisioni in sede di Parlamento, Commissione e Consiglio europei e che “restino così pochi paesi a sinistra, che il problema non sia la loro mancanza di visione”.
È però pur vero, come dimostra il video menzionato all’inizio, che le destre europee e mondiali paiono avere molto più talento nel formulare e promuovere una visione transnazionale. Ovunque si guardi in Europa e al di là – il Primo Ministro labourista Keir Starmer che parla del Regno Unito come “an island of strangers” certo non favorisce la formulazione di una contro-narrazione transnazionale da parte della sinistra –, nello spazio transatlantico la mono-politica delle destre dei confini chiusi, dei muri, dei respingimenti, delle morti in mare e alle frontiere territoriali, e delle sparizioni e rimpatri forzati sembra aver invaso per intero lo spazio politico globale.
E allora l’unico vero cambio di prospettiva che la sinistra può proporre è di considerare i cosiddetti “migranti” dei semplici lavoratori che, in quanto tali, contribuiscono allo sviluppo sociale ed economico di un paese, ma questo è in realtà un dato di fatto innegabile, a prescindere dal punto di vista politico. La questione della sicurezza abbandonerebbe quindi il terreno delle migrazioni per trasferirsi su quello del lavoro: in primis la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori e la tutela dei diritti del lavoro. Nessuno stato agisce contro chi lavora, ma li protegge, a prescindere dall’origine o dal colore della pelle.
Se, invece, la sola priorità è la difesa dei confini europei, si impedisce di fatto la creazione di vie sicure e legali per le persone in movimento, come affermano le ONG SAR, “in prima linea nella protezione del diritto alla vita in mare”, nel documento “Dieci anni di soccorso in mare” presentato a Roma lo scorso dicembre.
L’OIM stima che dal 2014 nel Mediterraneo centrale le vittime siano oltre 25.899, bilancio che si somma a quelli delle altre rotte: il Mediterraneo occidentale (4.461 persone dal 2014) e orientale (2.749 persone), la Manica (360 persone) e, la più pericolosa, l’Atlantico (almeno 1.166 persone solo nel 2024). Tuttavia, queste stime non tengono conto dei cosiddetti “naufragi invisibili”.
Le politiche di esternalizzazione dei confini e gli accordi fatti con paesi terzi che non costituiscono in alcun modo un porto sicuro – Manuel Capa, delegato sindacale della CGT e marinaio di Salvamento Marítimo alle Canarie (2020-2025) e alle Baleari (2025-2026), definisce porto sicuro quello che “rispetta il requisito minimo della tutela dei diritti umani, dell’assistenza medica, ecc.” –, oltre a non rispettare l’obbligo di tutela dei diritti umani, modificano di continuo le rotte migratorie, rendendole sempre meno sicure e particolarmente pericolose.
Di fronte a tutto questo le ONG SAR raccomandano che venga attivata quanto prima una “missione SAR europea”; che venga sistematicamente assegnato il porto di sbarco più vicino e si ponga fine ai respingimenti e alle politiche di esternalizzazione; che si investa in programmi di cooperazione di lungo periodo con i paesi di origine e di transito, garantendo e ampliando “vie di accesso sicure e legali in Europa”.
C’è anche chi (Tiziano Rossetti, Francesco Delli Santi, “marinai che si sono dati all’attivismo perché hanno visto sovvertire la legge del mare”, Circolo Arci Navigante Sailingfor Blue Lab), naviga in barca a vela (“Nihayet Garganey VI”) nel Mediterraneo per monitorare e salvare vite, perché “lasciarli a mollo non è un’opzione”: “per prima cosa cerchiamo di fare intervenire la guardia costiera, interveniamo se la guardia costiera non interviene”.
Il problema è quando i libici arrivano per primi, spesso senza nessuna formazione, “corsari e non pirati”. La seconda questione è quella delle navi Libra e Cassiopea, ovvero del maldestro tentativo del governo italiano di mettere in pratica il “blocco delle navi” e l’accordo Italia-Albania. Ma come sottolinea Capa, che si tratti di una nave dello Stato “spagnolo o italiano, se le persone vengono trovate in mare e fatte salire, si trovano in Spagna/in Italia”.
Al di là dei costi altissimi e della disproporzione tra membri dell’equipaggio e persone trasportate, in questo modo si raggirano tanto il diritto internazionale quanto quello del mare: “ci sembra l’esperienza più simile alla Resistenza, – dice Rossetti – noi ci battiamo perché le leggi vengano applicate anche se ci accusano sempre di essere dei fuorilegge”.

Nuove e vecchie rotte
Se gli accordi con Turchia e Libia hanno reso più pericolose e quindi meno utilizzate le rotte del Mediterraneo orientale e centrale, e fatto riaprire quelle del versante occidentale e delle Canarie (2020), l’accordo con il Marocco ha progressivamente determinato un calo degli arrivi su queste ultime, causando la riapertura della rotta Tunisia-Italia, come recentemente rilevato dall’OIM.
Inoltre, per la prima volta (2025), le popolazioni nere provenienti dall’Africa subsahariana hanno utilizzato la rotta Algeria-Baleari, come spiega Capa. Che cosa ci dice tutto questo? La costa nord dell’Africa “non è una costa ma un insieme di porte, troppe porte da mantenere protette tutte insieme: ne proteggi e chiudi una e se ne apre un’altra”. Questi tentativi sono volti a “lasciare che i migranti passino ma in maniera un po’ controllata” (managingchaos), “perché l’Europa ha bisogno di migranti”.
Le persone approdate alle Baleari la mattina, nel pomeriggio risalpano per la Spagna. Il loro passaggio resta quasi invisibile. Ma se alle Canarie l’oceano porta i cadaveri delle persone annegate al largo, nel Mediterraneo arrivano sulle spiagge. Così le isole, che vivono di turismo benestante, esprimono il loro malcontento perché se una barca affonda, i morti, a differenza dei vivi, non possono essere nascosti facilmente. L’altro problema sono le cataste delle piccole imbarcazioni che rimangono ammucchiate sul litorale. C’è di più: che si tratti degli accordi con la Libia o con il Marocco, o della rimozione del filo spinato delle frontiere-muro spagnole di Ceuta e Melilla sul lato marocchino, sono sempre gli africani i cattivi, i selvaggi, anche se a pagare siamo noi, al prezzo di una “doppia moralità”. Infine, e questo è forse il pericolo più grande, è plausibile che tali accordi conferiscano a paesi terzi il potere di far pressione sull’Unione affinché blocchi e riapra le rotte marittime, dinamica che si basa sul razzismo istituzionale che domina in Europa.
L’Europa respinge. Il caso dell’Albania è uno fra i tanti; come dimenticare l’Australia che, oltre un decennio fa, cominciò a creare isole-carcere “prese in affitto” all’esterno dei propri confini. Fra slogan e politiche (non) realizzabili, fatti e fattacci, la genealogia transnazionale è questa: Tony Abbot, Australia, “Stop the boats” (“Operation Sovereign Borders”, 2013); Matteo Salvini, Italia, “Chiudiamo i porti” (2018); Giorgia Meloni, Italia, “Blocco navale” (2022); Donald Trump, Stati Uniti d’America, “Securing Our Borders” (2025) – tutte ancora in atto. Alla lega transnazionale delle destre, la sinistra non può che rispondere con un discorso politico che si opponga alla mono-politica delle frontiere-muro e delle isole-carcere, e che racconti qualcosa di nuovo, soprattutto nel contesto del cambiamento climatico, avvalendosi di una lungimiranza di sapore machiavelliano, o, se si preferisce, facendo proprio il motto di Hölderlin: “dove c’è pericolo cresce anche ciò che salva”.
L’unica risposta possibile è quella della migrazione per lo sviluppo – verde e blu –, per la pace. Come scrivevo insieme a Mathieu Segers in un articolo pubblicato qui qualche anno fa, soltanto “nel confronto con la verità effettuale della cosa, l’Europa può individuare le opportunità per tradurre in pratica i diritti umani che rivendica”.
