Il Mediterraneo “largo” e l’Europa
Più passa il tempo, più il Mediterraneo appare come un concetto in costante mutamento, che riflette una realtà (politica, militare-tecnologica, economica e umana) in accelerato divenire. Così, se trent’anni fa la definizione di “Mediterraneo allargato” fotografava bene la nostra percezione della realtà, nonché dell’(in)sicurezza che ci circondava, oggi quel termine non basta più. I confini geografici del Mediterraneo sono sempre gli stessi, ma le frontiere geopolitiche e geostrategiche del nostro mare sono cambiate e guardano sempre più a est e a sud, dando sostanza a espressioni ora in voga come “Indo-Mediterraneo” e persino “Mediterraneo globale”. In fondo, sono le percezioni a fare la politica e, in parte, a ridefinire le parole che utilizziamo per pensare e dire il mondo.
Le crisi che allargano il Mediterraneo
Negli ultimi anni, il Mediterraneo è stato al centro degli eventi che hanno scosso gli equilibri globali.
L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 e il ritorno della Russia come principale minaccia alla sicurezza europea hanno fatto tardivamente comprendere all’Europa e alla NATO quanto fosse fuorviante distinguere tra “fianco est” e “sud”. Infatti, la presenza e le attività di Mosca si estendono in Siria (ridimensionate dopo la caduta di Assad), in Libia e in Africa: dal Sahel delle giunte golpiste al Sudan in guerra, fino alla Repubblica Centrafricana.
Dopo il massacro del 7 ottobre 2023, la guerra in Medio Oriente, multiforme e multi-fronte, ha poi destabilizzato le aree più orientali del Mediterraneo, già provate dagli esiti delle rivolte arabe del 2011. Gaza è una tragedia che riguarda il nostro stesso mare, così come Beirut sotto le bombe israeliane, e ogni volta che un missile iraniano o degli Houthi yemeniti giunge a Tel Aviv, colpisce il Mediterraneo. Non è una banalità sottolinearlo, se può aiutarci a sentire come quello sia, anche, il nostro mare.
Dalla fine del 2023, la crisi della navigazione commerciale nel Mar Rosso, a seguito degli attacchi degli Houthi, alleati dell’Iran, contro le navi israeliane, europee e americane, ci ha poi mostrato che i confini geopolitici del Mediterraneo iniziano sempre più lontano dalle nostre coste. Una consapevolezza frutto anche di fenomeni come migrazioni e terrorismo.
Più attori, meno Europa
A noi europei, il Mediterraneo che si allarga e si allunga – a est e a sud – appare sempre più affollato di attori, spesso nostri competitor e persino rivali. Potenze regionali, globali e attori non statali si muovono con rapidità e senso strategico, talvolta cooperando. Con l’Europa, invece, a “giocare di rimessa” e di reazione e, spesso, ognuno per sé.
Per esempio, il ruolo geopolitico della Turchia nel Mediterraneo si è rafforzato, soprattutto in Siria e in Libia, dopo il riposizionamento russo e l’indebolimento iraniano nel Levante arabo. Le monarchie del Golfo, in particolare il Qatar, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, hanno beneficiato dei rovesci subiti da Teheran e dai suoi alleati e proxies in Siria e in Libano, trovando spazi d’influenza. La Cina ha continuato a utilizzare la carta commerciale e infrastrutturale per penetrare le coste mediterranee con minimi costi politici, dal Maghreb all’Egitto.
Poi c’è la crescente cooperazione tra gruppi armati ai confini del Mediterraneo: interseca dinamiche locali di guerra e guerriglia con gli interessi di potenze regionali e globali. Gli esempi riguardano il quadrante Nord Africa-Sahel-Corno d’Africa e la regione del Mar Rosso. Nel primo caso, le Libyan Arab Armed Forces (LAAF) della famiglia Haftar cooperano con le Rapid Support Forces (RSF) sudanesi, anche grazie a connessioni russe ed emiratine: l’obiettivo è il controllo delle rotte del contrabbando per massimizzare profitti (LAAF) e sostegno logistico (RSF). Nel secondo caso, gli Houthi dello Yemen scambiano armi di provenienza soprattutto iraniana e offrono addestramento agli Shabaab della Somalia (affiliati ad al Qaeda) e alla yemenita al Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP). Una cooperazione che trascende le differenze settarie sciiti-sunniti in nome di convenienze reciproche e nemici comuni (Stati Uniti e Israele), rischiando di trasferire tecnologie ed expertise in tema di droni. Rotte, quelle del Nord Africa-Sahel-Corno e del Mar Rosso, che riguardano la sicurezza europea, perché si snodano lungo i principali corridoi commerciali e migratori: è il Mediterraneo sempre più “largo” e “lungo”.
In questo contesto, la guerra di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran sta già producendo un impatto, diretto e indiretto, sulla sicurezza mediterranea. I missili di Teheran e il dispiegamento di navi militari europee al largo di Cipro evidenziano quanto il Mediterraneo Orientale sia nel raggio della quarta guerra del Golfo. Poi ci sono le probabili ricadute per l’Europa: dalla sicurezza energetica ai fertilizzanti diretti in Africa via Hormuz, fino alle pressioni migratorie dal Libano e non solo.
Mentre la guerra degli Stati Uniti di Trump e del governo israeliano di Netanyahu getta i semi dell’instabilità di domani, a noi europei toccherà trovare nuove formule per definire il Mediterraneo. E per tamponarne le crisi.
