Manuale per l’intellettuale in tempi bui 


Articolo tratto dal N. 80 di Senza giornali, senza intellettuali? Immagine copertina della newsletter

Tra poche settimane, per la precisione il 7 giugno prossimo, cade il 70° della morte di Julien Benda, una figura famosa al grande pubblico soprattutto per il richiamo agli intellettuali a non tradire se stessi (il riferimento è al suo Il tradimento dei chierici; nel 2027 saranno i cento anni dalla prima edizione). 

Cover de Il tradimento dei chierici

Il suo invito, però, non si limitava a richiamare la funzione o il ruolo.  Ciò che premeva a Benda era ripensare sia le piattaforme, sia il vocabolario pubblico. Per questo sarebbe interessante da riprendere in mano altri suoi testi 

Ne indico due. 

Il primo riguarda il tema dell’identità dell’Europa, che Benda richiama con La Grande épreuve des démocraties. Essai sur les principes démocratiques. Leur nature, leur histoire, leur valeur philosophique (pubblicato in prima edizione nel 1942 dalle Éditions de la Maison française, a New York e poi da Le Sagittaire, a Parigi, nel 1945. 

Cover de La Grande épreuve des démocraties

Il secondo riguarda l’introduzione alla edizione (1950) del Dictionnaire philosophique di Voltaire pubblicata da Cooperativa del Libro popolare. 

Cover de Dictionnaire philosophique

Ciò che scrive Benda in quell’occasione è la dichiarazione dei compiti dell’intellettuale, in tempi in cui il potere vuole arruolare gli intellettuali per usarli contro chi si oppone. Quel potere è «l’avversario» di cui scrive nelle righe conclusive di questa introduzione: 

“Confesso che in gioventù leggevo il Dizionario con quel culto un po’ distratto che si ha per i combattenti della prima ora d’una lotta ormai finita. Sono altri i sentimenti con cui lo leggo oggi, constatando che la lotta non è affatto finita e che l’avversario contro il quale egli combatte conduce la guerra con più vigore e accanimento che mai. Si dice che la gloria dei polemisti vive un sol giorno. Si dimentica il caso in cui essi si siano trovati a fronteggiare una posizione di umanità eterna, della quale han saputo, nel bagliore di un lampo, scorgere tutte le barbarie”. 

Dunque «non tradire se stessi», va tradotto con darsi un ruolo pubblico da svolgere. 

Non è una soluzione, ma è appunto un presupposto. 

Ricordava molti anni fa Norberto Bobbio in un testo dal titolo “Intellettuali e vita politica in Italia”, (poi ricompreso in Politica e cultura) come si siano strutturate nel corso del’900 quattro figure distinte per descrivere la fenomenologia dei rapporti tra politica e cultura. Ovvero: 

L’intellettuale che si pone al disopra della mischia e dunque si chiama fuori dal mainstream;
quello che si propone «né di qua, né di là»;

quello che si propone «e di qua, e di là», nel senso che non si individua il bene da una sola parte, ma coglie le positività in tutti i campi in conflitto;

quello che si dà il compito della sintesi, includendo, ma anche superando i singoli schieramenti contrapposti.

Forse potrebbe essere una strada percorribile anche se non sarei così certo del successo.

Cover de Politica e cultura

Enzo Traverso già dieci anni fa nel suo Che fine hanno fatto gli intellettuali? metteva opportunamente in guardia dal ritenere che bastasse recuperare quella postura per potere ritrovare la strada perduta.

Forse una postura oggi è «farsi asini». L’asino ha qualcosa di Bartleby lo scrivano. Come il personaggio di Melville, rifiuta di farsi complice della grande messa in scena. Umile e insieme imbattibile, sembra dire con la postura e con l’espressione: «I would prefer not to» [“Avrei preferenza di no”], come traduceva Gianni Celati, ma anche come insisteva Goffredo Fofi.

Riprendere la strada perduta non è trovare un catechismo che ci dia le pratiche da seguire. Ma è aumentare il livello delle domande, non dichiararsi soddisfatti delle risposte, dubitare fortemente. Non nel privato, ma in pubblico, mettendosi in gioco in prima persona. Come scriveva e diceva Fofi: «Rompere i coglioni».

Nel tempo della adesione al mainstream, non adeguarsi. Senza piagnistei.

Appunto: senza cadere nella rete dei complottismi e dei vittimismi.

 

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