Mentre la pace in Ucraina resta nelle fantasie di Trump e ci avviciniamo al quarto anniversario del conflitto tra Kiev e Mosca, gli Stati Uniti bombardano Caracas e rapiscono il presidente venezuelano.
Questi primi scorci del 2026 ci danno l’impressione di una prepotente accelerazione della crisi in cui ci troviamo e la lista delle sfide potrebbe allungarsi: a Gaza si continua a uccidere e a morire; il Medio oriente resta un’instabile polveriera; l’Asia orientale sta trasformandosi nella frontiera di una nuova guerra fredda; il riarmo e le prospettive di uno sbocco armato della crisi in una grande guerra totale sono follie che vengono sdoganate senza ritegno nel dibattito pubblico, come se il suicidio possa rappresentare una soluzione.
In tutto ciò l’emergenza ambientale sembra ormai derubricata dalle agende dei governi e lasciata alla sensibilità dei singoli; innovazione tecnologica e AI fanno passi da gigante promettendo da un lato profitti immensi alle poche mani che li gestiranno e dall’altro costi sociali elevatissimi per fette consistenti di società che appaiono meramente spettatrici.
Ritornare alla rappresentanza
Proprio in questa fase storica di grandi cambiamenti negli equilibri internazionali, proprio ora che necessitiamo di idee e proposte per affrontare l’insieme delle crisi che ci troviamo di fronte, servirebbe da parte della politica una visione e la disponibilità al dialogo da cui questa può derivare.
Invece abbiamo l’impressione che le nostre democrazie, sempre più ridotte all’ombra di sé stesse e lontane dal mantenere le promesse di partecipazione ed emancipazione che dovrebbero sostanziarle, si siano avvitate in una campagna elettorale permanente dove conta chi grida di più e ascolta di meno; dove la rappresentazione attoriale di sé (o del proprio ruolo in commedia) prevale sulla rappresentanza delle diverse istanze presenti nella società e nel paese reale.
Sappiamo per esperienza che nei periodi storici in cui si registra maggiormente lo scollamento tra cittadini e istituzioni sono sempre gli interessi di coloro che vivono del proprio lavoro ad essere maggiormente ignorati. È la loro voce la prima che si spegne.
Quando questo avviene, si spegne il senso della comunità, di stare assieme per costruire qualcosa per le generazioni future e le istituzioni si trasformano: da possibili strumenti della democrazia a rituali.
Un dibattito oltre gli “steccati” delle famiglie politiche
Cicli regressivi, come quello qui descritto, non sono destini già scritti ai quali è impossibile sfuggire. Dipendono dal concatenarsi di forze sociali, politiche, economiche di una determinata epoca. Le equazioni della storia sono cambiate, cambiano e possono cambiare.
Ma occorre inserire nel processo altri fattori e altre relazioni. Per farlo bisogna pensare e far circolare le indicibili “alternative”.
Più la situazione peggiora più le alternative non sono opzioni ma divengono necessità.
Come ci ha insegnato il Gattopardo le alternative possono essere di facciata o di sostanza.
Forse dietro l’affermazione delle destre radicali in gran parte dell’Occidente c’è la promessa di rappresentare un’alternativa (di facciata) al sistema. Ma c’è anche la mancanza della controparte di intestarsi la responsabilità di definire delle alternative (di sostanza) praticabili e realistiche.
Manca ormai da troppo tempo in questa parte di mondo la volontà e la capacità di pensare e progettare un’alternativa. E forse non a caso, proprio per questo, è carente il dialogo e il confronto sul piano internazionale con le prospettive democratiche e progressiste di altri paesi europei e di altre latitudini.
Manca lo scambio sulle visioni, manca lo scambio sulle politiche possibili.
La costruzione di una piattaforma di dialogo su questo è urgente, guardando oltre gli steccati troppo stretti delle famiglie politiche tradizionali e oltre le differenze tra partiti, movimenti, sindacati, istituzioni o think tank, giornali, comitati o blog.
Con questo numero di Pubblico su Europa e Sinistra vogliamo lanciare un sasso nello stagno; per iniziare a promuovere un dibattito e, ci auguriamo, per dare un contributo per colmare questo vuoto.
Con tutto quello che ci succede intorno, se non ora quando?
