Una vera pattuglia d’assalto. Mai si era visto in un giornale italiano un tale numero di donne. Miriam Mafai al politico, Rosellina Balbi alle pagine culturali, Natalia Aspesi inviata di costume e società, Barbara Spinelli agli esteri, e poi Laura Lilli, Anna Maria Mori, Alessandra Carini, Silvia Giacomoni… Malgrado nella foto storica che lo ritraeva in tipografia per la chiusura del primo numero fosse circondato da una decina di giornalisti tutti maschi, per la sua Repubblica Eugenio Scalfari aveva voluto dare spazio a molte firme femminili. Fatto quasi rivoluzionario per l’epoca.
Nelle redazioni dei quotidiani le donne, se c’erano, le si contava sulle dita di una mano, e quasi sempre erano relegate a occuparsi di colore e mondanità. Nel giornale di Scalfari invece scrivevano di economia, esteri, persino di sport.
In quel primo numero storico del 14 gennaio 1976 Miriam Mafai, che copriva il politico, firmava in seconda pagina un articolo sull’aborto, si chiedeva se finalmente sarebbe entrato nei programmi del governo. Articolo quasi profetico: la legge di lì a poco arrivò in Parlamento e nel giro di due anni, nel maggio del 1978, la 194 fu approvata.
In quei due anni, nel mondo del giornalismo molto era cambiato, quasi una rivoluzione. Il solido ordine patriarcale che guidava da sempre le redazioni sull’onda del movimento femminista veniva messo in discussione. Nelle redazioni le donne confinate in ruoli marginali si stavano svegliando dal torpore e il disagio nel giro di pochi mesi esplose. Che sia stato l’esempio di Repubblica, dove molte giornaliste erano inserite in settori prima rigorosamente maschili, la miccia d’innesco?

Il coordinamento delle “senza carriera”
È bene sottolineare che a metà dei Settanta le professioniste in Italia erano soltanto il 6 per cento, era la prima generazione giornalistica femminile, poi definita quella delle “grandi emancipate”. Di loro scrive la sociologa Milly Buonanno nel suo saggio L’elite senza sapere (Liguori Editore, 1988): “Donne che vivono un’avventura solitaria e durissima, pagando prezzi elevati – soprattutto in termini di sacrificio della sfera affettiva e privata – alla tenace aspirazione a entrare (e assai meno alla possibilità di contare) in una professione maschile, e perciò erogatrice di sensi di identità paritaria”.
Malgrado la percezione di sé come privilegiate, – facevano un lavoro da maschio! – fra le giornaliste cresceva lo scontento. Nasce così un movimento spontaneo che si concretizzerà in un’esperienza breve, forse unica, il cosiddetto “coordinamento”. A Milano la mobilitazione era cominciata già nel 1975 con un questionario girato nelle varie redazioni.
Le domande sono una cinquantina e le risposte, molto numerose quasi non si aspettasse altro per esprimersi, mettono in luce una situazione disastrosa. Rispondono in gran parte dipendenti delle grandi case editrici, la metà lavorano in periodici femminili. Carriera inesistente, qualifiche basse, settori di lavoro emarginati e legati a moda, cucina, arredamento. Le donne sono la forza lavoro più bassa, i colleghi maschi i colonnelli e i generali di questo esercito senza carriera.

Cambiare l’organizzazione del lavoro
A Roma parallelamente una ventina di giornaliste comincia a vedersi settimanalmente in un piccolo locale nei seminterrati dell’agenzia di stampa Ansa. Nelle redazioni nascono gruppi, si discute di discriminazione, e nelle riunioni diventa centrale anche “lo specifico femminile”. Ci si chiede se sia possibile raccontare un modello di donna diverso, se l’emarginazione delle donne nella professione sia speculare a quella nella società.
Al Congresso nazionale della Federazione della stampa, nell’autunno del 1976 un gruppo di giornaliste presenta un documento diventato poi centrale nel dibattito. Non si limita a denunciare emarginazione e lavoro nero, a chiedere più spazio nel sindacato, è anche una protesta per la mistificazione che la stampa fa dell’immagine femminile. Fra le firmatarie Aspesi, Mafai, Anna Bartolini, Carla Stampa, Giuliana del Bufalo, Maria Adele Teodori. Qualcuno tenta di deriderle, ma senza seguito. La discussione appassiona e il coordinamento si allarga anche alle redazioni del Sud.
Alla fine di aprile dell’anno dopo si svolge il convegno “Donne e informazione” al Museo Della Scienza di Milano. Arrivano giornaliste da tutta Italia e i gruppi di lavoro presentano le loro relazioni. Emergono varie posizioni, anche divergenti, e non ci si limita a rivendicare più spazio nelle redazioni, ma soprattutto ci si interroga sulla qualità dell’informazione.
Potranno le donne cambiare l’organizzazione del lavoro? Potranno portare uno sguardo diverso su quello che succede nel mondo? Uno sguardo più attento ai mutamenti in atto nella società e nella famiglia, più libero dalle logiche di potere?
Una scelta politica
Nella relazione “Competitività e individualismo” di un gruppo di giornaliste femministe romane c’è un esplicito invito al lavoro di squadra e un’affermazione perentoria: “Oggi scrivere di donne è per noi anche una scelta politica”.
Non a caso Milly Buonanno nel suo saggio chiama “quella delle politiche” la seconda generazione delle giornaliste che cominciano a entrare in massa nella professione a fine anni Settanta. Donne mosse non da motivazioni emancipatorie, ma che vivevano il lavoro con un atteggiamento e un obiettivo militante.
Oggi siamo alla quarta o addirittura alla quinta generazione di giornalismo femminile. Chissà i sociologi come la racconteranno fra 50 anni? Quelle che si affannavano per avere i like sui social? O quelle in prima linea per raccontare le guerre? Ma poi, forse, AI spariglierà le carte.
