La politica dell’evento.
Appunti sul nuovo spirito della cultura civica  


Articolo tratto dal N. 70 di Fine dei Giochi Immagine copertina della newsletter

Da Expo alle Olimpiadi invernali, Milano ha vissuto un decennio di vivacità economica e civica, dove hanno preso vita conflitti generativi e pratiche dal basso. La città si trova ora di fronte a una svolta: quali eventi, per quale città? Come affrontare le contraddizioni irrisolte, dalle disuguaglianze alla sostenibilità?

Dare forma alla partecipazione civile

Nella prefazione all’edizione ampliata di «Milano dopo il miracolo», pubblicata a pochi mesi da Expo, lo storico John Foot si interrogava sulla capacità dell’esposizione universale di liberare la città dal peso del passato e proiettarla in una nuova fase di dinamismo collettivo. 

Molte voci hanno discusso dell’eredità di Expo. Pur divisi tra apocalittici e integrati, i giudizi sul «modello Milano» sembrano convergere su un punto: il grande evento ha rappresentato un laboratorio di governo della complessità, fondato sul coordinamento tra pubblico, privato e società civile capace di mantenersi e rafforzarsi nel corso degli anni. 

D’altronde, l’attuale amministrazione cittadina è espressione di quell’esperienza: ne eredita il personale, ma soprattutto una visione dello sviluppo urbano basata sull’attivazione di un ampio ecosistema di attori attorno a obiettivi concreti. 

In questo quadro, l’evento è entrato con forza nelle logiche d’azione della società civile, non come uno tra i repertori disponibili, ma come forma trainante di partecipazione.

Un dispositivo per raccontare la città 

Il sociologo Sebastiano Citroni è tra i pochi ad aver colto il nuovo spirito della cultura civica. Accanto ai più noti eventi di consumo, come le settimane della moda e del design, il calendario cittadino si è popolato di week e festival, centrali nei processi di city branding che hanno contribuito a posizionare Milano nel gotha delle città globali. 

Parallelamente, nei mondi del non profit si sono moltiplicate le realtà che investono nell’organizzazione di eventi con lo scopo di rigenerare la vita pubblica e rafforzare i legami sociali. Festival culturali, forum, rassegne diffuse e cicli di incontri diventano strumenti attraverso cui l’azione civica assume forme riconoscibili e immediatamente comunicabili, anche grazie ai social media. 

Che sia concentrato, diffuso o sporadico, mega, medio o piccolo, l’evento si configura come un dispositivo tramite cui la città prova a raccontarsi – tanto a sé stessa quanto all’esterno – inclusiva, sostenibile e innovativa, sfidando le narrazioni della Milano neoliberista, individualista ed escludente. Un’operazione non priva di ambivalenze, anche alla luce della recente concentrazione di grandi patrimoni che fa di Milano una capitale mondiale dei super ricchi.

Il conflitto come evento 

Il primo maggio 2015, mentre si svolgeva l’inaugurazione di Expo, il centro città veniva attraversato dalla protesta NoExpo: il contro-evento al grande evento. Una mobilitazione che aveva colto nel segno alcune delle conseguenze reali dell’esposizione: «debito, cemento, precarietà»; riflessioni rapidamente oscurate dalla spettacolarizzazione mediatica degli scontri in centro città

Gli arresti e le misure repressive successive segnarono la fine dell’ultimo movimento unitario apparso in città. Ma quella data può essere letta come una svolta anche in un altro senso: a partire da allora, nella città eventificata”, anche il conflitto sociale tende a ricalcare una grammatica riconoscibile, ritualizzandosi in spazi e tempi circoscritti per produrre attenzione collettiva contro-narrazioni.

Quali eventi, quale città?

Nel decennio successivo al G8 del 2001, a Milano si è consolidata una rete di sport popolare orientata a promuovere l’accesso alla pratica sportiva. Nel caso della boxe popolare di cui, insieme a pioniere e pionieri del movimento, abbiamo provato a tracciarne l’immaginario, un evento come Pugni e Libertà ha rappresentato, tra il 2015 e il 2019, un appuntamento chiave per consolidare le relazioni tra le palestre e diffondere un’idea alternativa di sport fondata su partecipazione, cura, socialità comunitaria e sperimentazione pratica. 

A causa della pandemia, il gala meneghino è cessato di esistere. Alcune palestre non hanno più riaperto. Altre ne sono nate. Nel frattempo, diversi movimenti hanno occupato la scena pubblica, anche grazie ad eventi capaci di mobilitare consistenti strati di giovani – come nel caso del Milano Climate Camp 

Solamente nell’ultimo anno, migliaia di persone sono scese in piazza per denunciare il genocidio in corso del popolo pastinese. Il 6 settembre 2025, dopo lo sgombero del Leoncavallo, Milano è stata attraversata da un corteo oceanico. Con tutta probabilità, il centro sociale troverà casa in un nuovo quartiere in cui organizzare eventi in linea con finalità di «pubblico interesse» legate a inclusione, accoglienza e sport. 

Nell’evento si rendono così visibili l’incontro, nonché lo scontro, tra forze istituzionali e iniziative dal basso. La fenomenologia dell’evento costruisce spazi-tempo di effervescenza collettiva e rappresentazioni della città, dando sostanza al senso stesso della vita democratica – un sistema di relazioni di potere e scambi decisionali basati sul pluralismo, oggi come oggi, decisamente sotto minaccia. 

A pochi giorni dai Giochi Olimpici, i riflettori sul megaevento iniziano ad accendersi. Mentre la città si appresta ad ospitare la cerimonia di apertura, e ad accogliere i tanto agognati turisti, prende il via la mobilitazione organizzata dal C.I.O. (Comitato Insostenibili Olimpiadi).

Una settimana che culminerà nelle Utopiadi (6-8 febbraio)quando i corpi si alleeranno per resistere alle politiche securitarie messe in campo dalle autorità pubbliche nazionali con il supporto delle forze militari di mezzo mondo – ICE compresa – schierate a garanzia delle «Olimpiadi più insostenibili di sempre».

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