E se fermare gli sbarchi non servisse a niente? Ogni anno, secondo i dati Eurostat, a fronte di una media di 300 mila ingressi senza visto in Europa via mare e via terra, altri 3 milioni di immigrati non europei raggiungono legalmente l’Unione in aereo tra ricongiungimenti familiari, turisti che si fermano allo scadere del visto, studenti e lavoratori stagionali. Il rapporto è uno a dieci.
Vuol dire che per ogni persona che sbarca a Lampedusa davanti alle telecamere dei telegiornali, altre dieci atterrano lontano dai riflettori tra Fiumicino e Malpensa.
Cosa sarebbe successo se…
In pratica, se dal 1991 – anno zero degli sbarchi – ad oggi le mafie del contrabbando non avessero imbarcato un solo cliente, la popolazione non bianca d’Europa sarebbe comunque triplicata negli ultimi trent’anni.
Persino in uno scenario di sbarchi zero, da qui al 2050 arriveranno in aereo, in Europa, 15 milioni di persone dall’Africa. E più o meno altrettante dal resto del mondo.
Che ci piaccia o no, è troppo tardi. La frontiera è già aperta. Il sistema dei visti di Schengen – che pure ha causato migliaia di morti in mare – non ha fermato l’immigrazione afroasiatica. Ne ha semplicemente dirottato una parte, quella più povera e statisticamente meno rilevante, lungo le rotte del contrabbando. Forse allora il vero tema non è aprire o chiudere ma legalizzare o meno quell’ultimo pezzettino di mobilità.
Libertà di movimento
Per farlo, basterebbe ristabilire la completa libertà di movimento tra le due rive del Mediterraneo, liberalizzando visti e permessi di soggiorno e consentendo a chiunque voglia trasferirsi in Europa di farlo in aereo anziché su un barcone e di potersi cercare una casa e un lavoro sin dal primo giorno, in totale autonomia, anziché pesare per anni sull’accoglienza.
Obiezione! – diranno in tanti -: legalizzando l’immigrazione da Africa e Asia ci ritroveremmo sommersi dai diseredati del mondo intero.
Ora – a parte il fatto che là fuori non c’è più il Terzo Mondo per come lo intendevamo, ma due super potenze come Cina e India e tutta una serie di nazioni asiatiche, arabe e africane in pieno boom economico le cui popolazioni pensano a tutto fuorché a emigrare nella piccola e vecchia Europa -, conviene ricordare un precedente.
Già fatto, già visto
L’UE, infatti, ha già cancellato i visti con i paesi dell’Est Europa. È accaduto tra il 2004 e il 2010. E anche allora in molti dicevano che sarebbero arrivati milioni di disperati albanesi, polacchi, rumeni o ucraini, che il mercato del lavoro non avrebbe retto e che la criminalità avrebbe dilagato. Quindici anni dopo, sappiamo com’è andata.
Passato l’effettivo picco di arrivi iniziale, i flussi si sono stabilizzati e hanno fatto emergere un nuovo modello di mobilità circolare: fatto di viaggi di andata e di viaggi di ritorno, brevi soggiorni, lavori stagionali, formazione. Un modello che non comporta oneri di accoglienza e che si autoregola con l’andamento effettivo del mercato del lavoro.
E allora, se un ragazzo di Tirana si può comprare con un click un biglietto low cost e presentarsi al gate col suo bel passaporto senza passare da un’ambasciata, perché non può fare lo stesso una ragazza di Dakar?
Porte chiuse, porte girevoli
Eppure, non esiste una questione di soldi. Chi bussa alle mafie spende 3-4 mila euro come minimo. Se a partire è una coppia con figli la spesa è di quattro, cinque volte superiore. Senza contare gli interessi dell’azzardo. Dal rischio di essere sequestrati e torturati in mezzo al deserto a quello di perdere in mare gli affetti più cari: un amore, un fratello, un figlio…
Le persone che vediamo arrivare devastate dalla traversata potrebbero fare lo stesso viaggio senza alcun trauma, trascorrendo poche ore in aereo e oltretutto spendendo un decimo della cifra. E magari usando il resto dei propri risparmi per pagarsi una stanza una volta arrivati, il tempo di trovarsi un lavoro, ammesso che il lavoro ci sia…
Spesso, infatti, il lavoro non c’è. E senza lavoro non c’è integrazione. Perché l’integrazione non la fanno i buoni sentimenti ma la dignità di un salario. Con la differenza che quando il confine ha la forma di una distesa d’acqua disseminata di cadaveri, il successo diventa un obbligo…
Nessuno fa il viaggio della morte due volte. La partita è una sola. O si vince o si è vinti. E per i vinti non c’è misericordia. Per loro è più facile restare intrappolati in Europa da sconfitti, che sia sotto un ponte, in carcere o in psichiatria, anziché tornare tra la propria gente portando lo stigma del fallimento.
Al contrario, quando il confine è una porta girevole, chi non trova lavoro, prima di finire in rovina, fa quello che fanno i nostri expats a Berlino: riparte sapendo che potrà ritentare l’anno dopo e quello dopo ancora senza che questo comporti indebitarsi fino al collo o rischiare la vita.
Accoglienza sostenibile
Detta altrimenti: se le persone potessero viaggiare in autonomia, nessuno andrebbe a pesare sull’accoglienza. E con i miliardi risparmiati chiudendo i centri e smilitarizzando i confini, lo Stato potrebbe davvero accompagnare l’inserimento dei nuovi arrivati potenziando scuola, sanità e welfare. Fin quando, come accaduto con l’Est, anche la pressione migratoria da Africa e Asia passato il picco si andrebbe allentando per poi regolarsi con l’andamento del mercato del lavoro.
La sola incognita a quel punto rimarrebbe quella delle guerre. Perché è chiaro che in un mondo senza visti i civili partirebbero sui voli di linea anziché sui barconi. In queste ore ne arriverebbero a milioni dall’Iran, dalla Palestina, dal Libano, dal Sudan, dall’Ucraina, dal Venezuela, dal Congo… sarebbe sostenibile?
Probabilmente no. Ma proprio per questo sarebbe la scelta migliore. Perché neanche la guerra è sostenibile. E forse quello sarebbe l’unico modo per costringere finalmente l’Europa a difendere strenuamente la pace.
