In senso classico, la gunboat diplomacy indicava l’uso – o la minaccia – della forza militare per ottenere concessioni politiche o economiche.
Era una forma di coercizione statale rivolta ad asset materiali, tipica dell’imperialismo ottocentesco, quando le potenze occidentali facevano leva sulla superiorità militare per intimidire gli Stati più deboli e costringerli alla conformità.
Il ritorno della “politica industriale”
Alla fine del XX secolo, pratiche di questo tipo apparivano anacronistiche, persino impensabili.
Il modello dominante alla base della globalizzazione presupponeva che l’approfondimento delle catene globali del valore (GVCs) avrebbe funzionato da antidoto alla politica di potenza coercitiva.
Nel paradigma neoliberale, le reti produttive non dovevano essere governate dalla forza ma dai mercati: i Paesi ricchi esportavano capitali, tecnologia e beni ad alto valore aggiunto; quelli più poveri fornivano lavoro e materie prime.
La politica industriale – intesa come intervento statale tramite dazi, sussidi o coordinamento strategico – era trattata come un tabù, definita una volta dal Fondo monetario internazionale (Fmi) “la politica che non deve essere nominata”.
Questo modello, tuttavia, ha iniziato a incrinarsi ben prima degli shock geopolitici odierni.
Già nei primi anni Duemila le GVCs non riproducevano più una semplice gerarchia Nord-Sud.
Le economie emergenti stavano avanzando verso esportazioni a medio e alto contenuto tecnologico, con la Cina in un ruolo decisivo.
La competitività occidentale si erodeva, mentre produzione, apprendimento e potere di mercato si diffondevano.
Come osservava David Smick nel 2012, nel pieno del crollo dell’export globale, “il modello di globalizzazione degli ultimi trent’anni si sta sgretolando – e non sembra esserci un nuovo modello pronto a sostituirlo”.
Arrivando a oggi, l’assenza di un modello alternativo ha prodotto una torsione pericolosa.
Da un lato, la politica industriale è rientrata nel mainstream delle politiche economiche come strumento legittimo di miglioramento produttivo.
Il Cile, per esempio, persegue strategie per andare oltre l’estrazione di materie prime – restando aperto ai mercati ma orientando gli investimenti verso attività a più alto valore, come i componenti per batterie di veicoli elettrici.
Questa espansione dello spazio di policy può favorire tanto le economie avanzate quanto quelle in via di sviluppo.
Materie prime: una questione di sicurezza
Dall’altro lato, nei Paesi ricchi la politica industriale si è fusa sempre più con la sicurezza nazionale.
Come sostengono Jostein Hauge e altri co-autori, la competizione economica tra grandi potenze è ormai inquadrata in termini a somma zero.
Nel campo delle materie prime critiche ciò assume forme diverse: il tentativo dell’Ue di garantirsi le forniture attraverso la diplomazia; il controllo coordinato dallo Stato cinese su nodi chiave delle reti produttive; e strategie statunitensi più aggressive, costruite su dazi e pressioni extraterritoriali.
Più che un arretramento della globalizzazione, stiamo assistendo alla sua securitizzazione: le catene di approvvigionamento non sono più considerate infrastrutture neutrali, ma asset strategici da controllare, difendere o negare.
Quando le relazioni economiche vengono inquadrate come minacce alla sicurezza nazionale, la coercizione diventa più facile da giustificare – e più difficile da invertire.
Se l’estrazione domestica o il coordinamento interno incontrano limiti, questa logica può spingere gli Stati a cercare controllo oltre i propri confini.
La transizione energetica, la digitalizzazione e la rinnovata militarizzazione hanno intensificato la corsa all’accesso alle materie prime – input geograficamente concentrati e politicamente sensibili.
La scarsità, in questo caso, riguarda meno l’esaurimento fisico che le condizioni necessarie alla loro estrazione.
Le grandi potenze industriali faticano spesso a sviluppare queste risorse, sia in patria sia all’estero.
L’Ue, per esempio, affronta forti opposizioni interne all’attività mineraria, mentre il suo settore privato – vincolato da quadri regolatori, finanziari ed ESG – fatica a investire efficacemente nell’estrazione oltremare.
Risorse energetiche: la fine dei “mercati neutrali”
In questo contesto, l’idea dei mercati come allocatori neutrali si sgretola.
La politica industriale è tornata non principalmente come strumento di sviluppo, ma come strumento difensivo.
Ancora più significativo è lo scivolamento verso comportamenti apertamente coercitivi. Le recenti mosse degli Stati Uniti lo illustrano bene.
L’accesso ai metalli critici è stato collegato al sostegno militare all’Ucraina.
Minacce tariffarie sono state rivolte ad alleati nelle dispute sulla Groenlandia, esplicitamente inquadrate in termini di sovranità e sicurezza.
In modo ancora più netto, nel gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno rivendicato il diritto di assumere il controllo del petrolio venezuelano – una mossa straordinaria che abbandona perfino la pretesa che sanzioni o politiche di riconoscimento siano neutrali o basate su regole.
Azioni di questo tipo sono difficili da giustificare come strategie di massimizzazione del profitto.
Petrolio e minerali non hanno valore in isolamento: richiedono stabilità, infrastrutture, porti e orizzonti temporali lunghi.
I costi legali, reputazionali e operativi di una presa coercitiva sono enormi.
La logica in gioco si comprende meglio come segnalazione di potenza in un ordine mondiale fratturato.
La presa sul petrolio venezuelano da parte di Trump ha poco senso come investimento; ne ha molto di più come diplomazia delle cannoniere del XXI secolo, dove sanzioni e dazi sostituiscono le navi da guerra.
Il paradosso dell’“ascesa multipolare”
Per il Sud globale questo produce un paradosso.
L’ascesa di un’economia multipolare – con Cina, India, Arabia Saudita e altri attori – ha ampliato le opzioni commerciali.
Investitori concorrenti e modelli di sviluppo alternativi hanno esteso i margini di manovra degli Stati.
Eppure, questa flessibilità convive ora con una possibilità più inquietante: che le grandi potenze possano minacciare apertamente di sequestrare risorse – con la forza o tramite coercizione economica.
Finora questo comportamento è stato più esplicito nel caso statunitense, ma il precedente conta.
Quando il diritto internazionale non vincola gli attori più potenti, la coercizione rischia di normalizzarsi.
Nel campo delle materie prime critiche, questo è profondamente destabilizzante.
Gli esiti divergono quindi tra Nord e Sud.
La Groenlandia – protetta dall’Ue ma da tempo in cerca di investimenti minerari esteri – può tentare di trasformare la pressione statunitense in leva, sfruttando l’attenzione geopolitica per attrarre fondi europei.
Il Venezuela, al contrario, pur essendo di fatto sotto controllo statunitense, resta isolato: sanzioni, incertezza legale e assenza di protezione istituzionale trasformano l’investimento in un’attività ad alto rischio per gli attori privati, più che in un percorso di sviluppo nazionale.
L’invasione statunitense dell’Iraq offre un precedente istruttivo: il controllo militare non si tradusse in investimenti petroliferi, proprio perché la coercizione produsse instabilità anziché certezza per gli investitori.
La globalizzazione aveva promesso di “addomesticare” il potere attraverso l’interdipendenza.
Con il venir meno di quella promessa, la politica industriale si trova oggi a operare in un paesaggio geopolitico plasmato non solo dalla competizione, ma da una diplomazia delle cannoniere senza cannoni – dove il controllo delle reti produttive sostituisce la conquista territoriale e dove il potere coercitivo, più che il profitto, organizza sempre più l’economia globale.
