La cattiveria come morale del nostro tempo 


Articolo tratto dal N. 72 di Futuro imperiale Immagine copertina della newsletter

Buoni cattivi

Stando solo sul panorama italiano la cattiveria è una parola interdetta. Ma è una pratica diffusa. 

I “cattivi” non sono dei malvagi, ma sono dei “buoni” che devono fare i “cattivi” per un fine buono. 

Detta così sembra la versione aggiornata dell’altruismo, in “salsa sovranista“. 

Non consiste solo nel “fare la voce grossa”. Alle volte basta anche solo smettere di pensare in termini di futuro condiviso. 

Rappresentazione della realtà

Prendiamo una notizia apparentemente molto lontana. 

Nei giorni scorsi Stellantis, ha dichiarato una modifica strutturale delle sue linee di sviluppo e di investimento rispetto al settore dell’elettrico.

La transizione, da sola, non genera valore.

La questione, per il gruppo, non è se l’elettrico sia il futuro dell’auto, ma come costruire un’industria capace di stare dentro quel futuro senza inseguirlo in ritardo né anticiparlo in modo improduttivo. 

Stellantis, dunque, dice “mi adatto”. Non mi interessa il futuro. Mi interessa il “buono che c’è, ora”. 

Questa scelta risponde a una filosofia dominante di questo tempo.

Il nostro tempo, infatti, non chiede di sognare, chiede di garantire certezze al proprio gruppo di appartenenza – e dunque alla propria comunità – in nome di un benessere che faccia da tutela e dunque protegga da improvvisi cambiamenti. Ovvero “metta ognuno al suo posto”. 

La si potrebbe considerare legittima, comunque fondata (non scrivo “sostenibile”, altrimenti il rischio è proprio quello di ritornare a parlare il gergo di chi vuole ostinarsi a parlare di futuro alternativo). 

Ma oltre il dato economico, quella scelta o quel ripensamento allude a una filosofia politica che fonda il nostro tempo: quella della critica icastica a un’idea di trasformazione del costume classificata come “buonista”. 

Dunque, la cattiveria come buona morale, anzi come buona politica, che promuove gli interessi e consente di pensare futuro, come la rivendicazione del diritto all’odio. 

La vecchia solidarietà

Da che cosa discende? 

Da vari fattori. Almeno quattro vale la pena richiamare. 

  1. Differenza del sentire comune. Le élite globaliste e i governati hanno “tavole di valori” differenti e spesso opposte. Non è una sorpresa, Christopher Lasch con La cultura del narcisismo ci aveva messo in guardia molto tempo fa.
  2. Differenza d’interessi tra classe dirigente e governati. A cominciare dal dilatarsi della “forbice” della differenza dei redditi, dall’imposizione-elusione tributaria.
  3. Rivendicazioni identitarie. Argomenti “etici”, “identitari” ed “economici” sono comuni a tutti i movimenti anti-establishment, dai leghisti ai seguaci di Viktor Orbán, a quelle aree sociali (a destra come a sinistra) che fanno del complottismo la loro spiegazione del tempo presente.
  4. Rancore. Presente nelle realtà deindustrializzate che si sentono abbandonate e “sacrificate”. Non vale solo nella “cintura di ruggine” la regione del Midwest e dei Grandi Laghi negli Stati Uniti, un tempo cuore industriale del paese, colpita da un forte declino manifatturiero a partire dagli anni ‘70-80. Vale in molte aree che anche in Italia vivono la stessa condizione. I dati che emergono da questo studio parlano molto chiaramente.

La conseguenza è un cambiamento epocale della politica.

Uno degli atti principali è costituito dall’archiviazione della bontà, o di ciò che un tempo si chiamava “solidarietà”, ora descritta e percepita come “fare l’interesse del nemico”. 

Una scelta che rinvia ciò che chiama bontà all’”ottavo giorno”.

Espressione che non significa “il primo giorno della prossima settimana”, ma “a data da destinarsi”.

Oppure a un giorno che non c’è. Come il 32 dicembre. 

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