A scuola di difesa. Interessi pubblici e privati per una militarizzazione delle classi


Articolo tratto dal N. 71 di Le mani sulla scuola Immagine copertina della newsletter

Cultura della difesa

Il mondo delle uniformi, dei comandi e delle esercitazioni militari sembra molto distante da quello scolastico-accademico, ma non è così.

Il mondo militare si insinua sempre di più in quello dell’istruzione, sfruttando i meccanismi di privatizzazione e di precarizzazione del sistema educativo italiano.

Questo processo ha avuto un’accelerazione in tempi recenti, ma viene da molto lontano.

Nel 2014 è stato siglato il primo Protocollo d’intesa tra i ministeri della difesa e dell’istruzione, guidati rispettivamente da Roberta Pinotti e Stefania Giannini, entrambe esponenti del Partito democratico.

Il Protocollo prevedeva l’attivazione nelle scuole di percorsi progettuali con un fine comune: diffondere la cultura della difesa.

Questo obiettivo era già presente da alcuni anni nei documenti del ministero della difesa, desideroso di cambiare l’opinione dei cittadini riguardo gli apparati militari, ma per la prima volta il concetto di cultura della difesa entra nel mondo della scuola.

Un altro punto di svolta è il 2019, quando il governo PD-M5S delega all’allora sottosegretario di Stato, Angelo Tofalo, il compito di migliorare la percezione comune circa il ruolo delle forze armate e delle industrie della difesa.

L’ultima iniziativa in ordine temporale per la promozione della cultura della difesa è quella del governo Meloni.

Nel 2023, il ministro Guido Crosetto ha istituito un think-tank formato da 14 consulenti per promuovere i valori cari al ministero della difesa.

Propaganda militare

Tutte queste iniziative mirano prima di tutto a far sì che i cittadini e le cittadine percepiscano la difesa come un valore e non più come un costo, ma non solo.

Come affermato più volte dai generali e dai capi dell’esercito, le forze armate italiane devono svecchiarsi: l’età media è troppo alta e la carriera militare non attrae i più giovani.

Il calo demografico, poi, rappresenta un ulteriore ostacolo.

Il Protocollo d’intesa del 2014, dunque, ha offerto al mondo militare la possibilità di inserirsi nelle vite di studenti e studentesse fin dall’infanzia.

Grazie all’intesa tra i due ministeri, nelle scuole è aumentata la presenza dei militari.

Agli uomini e alle donne in divisa vengono affidati corsi sull’educazione civica e la Costituzione, agenti di polizia sono invitati a parlare di cyber bullismo e in alcuni istituti i militari americani presenti nelle basi USA hanno persino tenuto delle lezioni di inglese.

Ma lo scambio tra difesa e scuola non è certo unilaterale.

Le classi di tutti gli ordini e gradi, anche dell’infanzia, sono invitate a partecipare agli alza-bandiera, ad assistere alle esercitazioni militari o alle parate. Esempi di questo tipo sono ben mappati dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole.

Grazie ai protocolli firmati con il ministero del lavoro, poi, i percorsi di alternanza scuola-lavoro che hanno interessato le scuole superiori hanno portato gli studenti dentro le basi e le infrastrutture militari, ma anche all’interno delle aziende della difesa, interessate ad attrarre lavoratori giovani e specializzati.

Emblematica a questo proposito la nascita a giugno del 2024 della Fondazione per la scuola italiana, un ente no-profit formato da Unicredit, Banco Bpm, Enel Italia, Leonardo e Autostrade per l’Italia, che punta a raccogliere 50 milioni di euro entro il 2029 da investire a supporto delle scuole, con un fine ben preciso.

Come affermato l’AD di Autostrade, Roberto Tomasi, “il tema dell’istruzione e del capitale umano è cruciale, perché il mondo delle imprese abbia a disposizione i lavoratori con le giuste competenze”.

Lezioni di obbedienza

La scuola, dunque, non è più un luogo orientato a promuovere sviluppo della persona, cittadinanza, e crescita collettiva, ma diventa un luogo in cui insegnare il rispetto per l’autorità, l’obbedienza agli ordini e la performatività.

Neanche le università sono state risparmiate da questo assedio.

Sempre più atenei stringono accordi con le grandi aziende della difesa nella realizzazione dei cosiddetti prodotti dual-use: tecnologie che possono avere applicazione sia civili sia militari.

Spesso, però, questi accordi avvantaggiano più le aziende, che le università.

Un esempio su tutti è quello dell’accordo tra Frontex e il Politecnico di Torino: il contratto, che coinvolge il Dipartimento Interateneo di Scienze, Progetto e Politiche del Territorio (DIST), riguarda la fornitura di cartografia tematica, mappe di infografica e map book per l’attività di controllo migratorio di Frontex.

L’università fornisce all’agenzia un accredito sociale e scientifico che altrimenti non avrebbe.

Che si tratti di forze armate, agenzie europee o del mondo industriale, la precarietà dell’istruzione in Italia si sta rivelando un’occasione d’oro per abbattere il confine tra militare e civile e piegare il secondo alle esigenze del primo.

L’istruzione, allora, non diventa più un mezzo di crescita ed emancipazione, bensì strumento di asservimento.

Ricevi il numero completo di PUBBLICO nella tua casella di posta

Non sei ancora iscritto? Compila il form!