Il punto di vista di una dirigente scolastica
di Giuseppina Romina Porro
C’è una sottile crudeltà nel veder comparire sul desktop del mio computer la cartella “Revisione Curricolo d’Istituto 2026”.
È una crudeltà che profuma di ore sottratte alla vita vera, quella che accade nei corridoi.
Eppure, eccoci qui, pronti a sacrificare l’ennesimo giugno sull’altare delle Nuove Indicazioni Nazionali.
Alla luce di questo testo, ciò che si impone spontaneamente a chi fa il mestiere di dirigere una scuola è una grande nostalgia per il testo precedente, varato nel 2012.
Era un testo che offriva al mondo della scuola non una semplice norma, ma finalmente una riflessione pedagogica seria e attuale, che sarebbe diventato un riferimento imprescindibile per la visione del primo ciclo.
Bastava aggiornarlo, alla luce delle trasformazioni attuali. Invece, si è scelto il “restyling totale”.
Perché nella scuola, si sa, se una cosa funziona, il rischio che duri troppo è intollerabile.
Leggendo tra le righe di queste nuove direttive, si avverte l’auspicio a una restaurazione del passato travestita da “ritorno ai fondamentali”, figlia di un’incapacità cronica di guardare in faccia il cambiamento senza farsene spaventare.

C’è l’illusione, quasi commovente (o colpevole) nella sua ingenuità, che la complessità del mondo contemporaneo possa essere addomesticata.
Chi ha sovrinteso alla stesura di questo nuovo testo pensa ed è convinto che basti una griglia più rigida o un precetto più severo per “mettere in ordine” il caos vitale delle e degli adolescenti di oggi.
Basterebbe che questi stessi estensori si soffermassero una mattina all’ingresso di una qualsiasi scuola primaria: non faticherebbero a riconoscere che dietro lo zaino di moltissimi bambini c’è spesso una famiglia che barcolla.
Sono genitori emotivamente stanchi e schiacciati da un isolamento sociale, famiglie che non hanno più la rete di una volta e che arrivano a scuola chiedendo, implicitamente o esplicitamente, di essere tenute per mano.
L’idea che questa complessità possa essere risolta attraverso un richiamo all’ordine formale che passa attraverso l’insegnamento delle discipline è, nel migliore dei casi, un’ingenuità pedagogica; nel peggiore, un atto di cecità sociale.
Ma l’aspetto più ironico – o forse quello più irritante – è la visione antropologica che sottende a questa riforma: l’idea che tra dirigenti e docenti regni una sorta di bieca obbedienza.
Evidentemente, qualcuno immagina la scuola come una caserma ottocentesca dove, ricevuto l’ordine, noi scattiamo sull’attenti e cancelliamo anni di sperimentazione, pensiero critico e autonomia professionale con un colpo di spugna.
Traspare senza troppe velature la presunzione di credere che siamo solo meri esecutori, privi di una visione autonoma.
Non è così, e per nostra fortuna abbiamo un antidoto che ancora funziona, quello del DPR 275/1999, che sancisce l’atto di nascita della scuola come comunità pensante.
Rifaremo il curricolo? Certo, siamo professionisti dello Stato.
Ma lo faremo con quel sorriso un po’ sarcastico di chi sa che le riforme passano, i ministri sbiadiscono, ma la scuola – quella vera, fatta di teste che pensano e cuori che battono – resta.
Il punto di vista di un genitore
di Carlo Ridolfi
Mio figlio più piccolo, a settembre, inizierà a frequentare la prima classe della scuola secondaria di primo grado.
Lo farà, come tutti i suoi coetanei, nell’anno scolastico in cui entreranno in vigore le Indicazioni Nazionali 2025.
Conosco alcuni degli insegnanti che mio figlio incontrerà in questa sua nuova esperienza, ne apprezzo la preparazione professionale, il rigore didattico, le capacità pedagogiche e di relazione con gli studenti e le studentesse.
Confido nella loro sapienza, che saprà certamente tener nel giusto conto Indicazioni Nazionali che hanno tutto l’agro sapore e l’evidente intenzione di riportare la scuola italiana agli anni Cinquanta del secolo scorso.
A leggerle bene, infatti, si respira quell’aria polverosa della scuola di un tempo, con l’insegnante al centro dell’aula che impartisce pillole di sapere, sempre quelle e sempre allo stesso modo, a un uditorio silenzioso e attento.
Magari richiamando anche, in ottemperanza proprio delle Indicazioni 2025, l’amor per la nazione, il dulce et decorum est pro patria mori, la superiorità dell’Occidente e così via.
Dimenticando che, per esempio, i compagni e le compagne di classe di mio figlio saranno di svariatissima provenienza geografica, culturale, religiosa.
O che quelle che le vengono definite “forme minori di poesia”, cioè le canzoni, sono ciò che ragazzini e ragazzine conoscono meglio, e in moltissimi casi anche alti esempi di uso della lingua, delle sue articolazioni e sfumature, delle figure retoriche e via dicendo.
Sono solo due esempi per dire che la commissione presieduta dalla prof.ssa Loredana Perla che ha elaborato le 150 pagine di un testo spesso confuso, approssimativo, contradditorio e discutibilissimo, ha prodotto, di fatto, la descrizione di una scuola del tutto immaginaria, probabilmente neanche mai esistita se non nei desiderata degli estensori, in cui i ragazzi e le ragazze dovrebbero imparare a “leggere, scrivere, far di conto e star fermi nei banchi”.
Per fortuna, almeno questa è la mia speranza di genitore, esistono insegnanti in carne e ossa, che sanno di aver di fronte creature in formazione in ossa (a volte fragili), carne (a volte fuori scala per un’alimentazione sbagliata), nervi (a volte scoperti), sensi (a volte confusi e non sempre felici) e che, grazie a questo sapere, che è capace di diventare sapienza, si dedicano quotidianamente alla scuola della realtà, trascurando in modo sacrosanto la scuola-che-non-c’è.
Contributo a cura di Scuola Sconfinata
