Il tempo lungo dei territori: grandi eventi e crisi climatica
Intervista a Stefano di Vita


Articolo tratto dal N. 70 di Fine dei Giochi Immagine copertina della newsletter

Danni ambientali e costi

A pochi giorni dalle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, l’immagine della cittadina di Niscemi, sospesa sul vuoto e sul fango al capo opposto dello stivaledialoga con la fragilità dei territori alpini che si preparano a ospitare migliaia di atleti e turisti come un sinistro presagio.

È l’immagine dei danni economici e simbolici di una comunità distrutta, e di tutto quello che non si è fatto per proteggerla e metterla in sicurezza.

L’adattamento alla crisi climatica ha un costo alto, ma il prezzo di una crisi climatica senza adattamento è insostenibile.

I danni del ciclone Harry sono passati da mezzo miliardo a due miliardi in pochi giorni, e non abbiamo ancora finito di contare. Per ora il governo ha stanziato 100 milioni di euro, gli altri arriveranno, forse.

Qualche giorno prima è uscita un’altra immagine: quella che mostra dall’alto l’impatto dei lavori per la pista di Bob costruita a Cortina per queste Olimpiadi.

È impressionante, sembra di vedere le conseguenze di un disastro naturale, quasi fosse contigua alle foto del ciclone Harry in Sicilia.

L’opposto di quello che servirebbe a territori alpini, fragili di per sé, resi vulnerabili più che mai dalla doppia scure di un clima in trasformazione e di interventi umani ancora ciecamente invasivi.

Sono entrambe immagini di ciò che si sarebbe potuto fare e non si è fatto, o di ciò che si sarebbe dovuto fare in maniera diversa.

Sulla carta non sono collegate, ma hanno a che fare con una stessa visione del mondo e delle priorità. E hanno a che fare con i soldi.

Quelli che serviranno per ricostruire, quelli che sarebbero serviti per proteggere, quelli che si sono trovati facilmente, invece, quando i costi preventivati delle Olimpiadi sono lievitati sotto i nostri occhi.

Considerando i 4 miliardi di soldi pubblici investiti nelle Olimpiadi di Milano-Cortina, dovremmo chiederci: quanti ne sono stati usati per i territori? Quanti per dar loro salute e futuro, per prepararli a una crisi climatica che cambierà le stagioni e le abitudini delle persone? Quanti per mitigare la crisi stessa?
Il ciclone Harry ci ha ricordato che siamo in emergenza climatica, servono fondi e piani per affrontare le tempesta Harry o Vaia che verranno, e soprattutto per riscrivere il futuro e il ruolo di questi territori che abbiamo reso fragili e marginali ma potrebbero essere altro, se solo da parte del pubblico ci fossero responsabilità, consapevolezza e visione.

La redazione di PUBBLICO lo ha chiesto a Stefano Di Vita, architetto e dottore di ricerca in Pianificazione urbana territoriale e ambientale al Politecnico di Milano e che con CRAFT (Centro di Competenze Territori AntiFragili), si occupa di cercare strategie “antifragilità” sui territori, in particolare nelle zone montane della Valtellina. 

Queste Olimpiadi erano state presentate nel dossier di candidatura del 2018-19 come i Giochi invernali più sostenibili della storia. Si può dire che sia andata così?  

L’Agenda Olimpica 2020 del Comitato Olimpico Internazionale (CIO), con al centro la sostenibilità, era nata a fronte di una crisi profonda dei grandi eventi: molte città, soprattutto in Europa e Nord America, avevano rinunciato a candidarsi a causa dei costi e degli impatti ambientali e sociali.

Parigi 2024 è stata la prima edizione estiva dopo questa svolta ed era andata abbastanza bene.

Milano-Cortina 2026 invece è la prima edizione invernale e già mette in evidenza le contraddizioni di quel progetto.

Il principio di “costruire sull’esistente” viene assunto come sinonimo di sostenibilità, ma ciò che esiste non è automaticamente sostenibile.

E il “consumo di suolo zero” non garantisce di per sé un esito positivo: intervenire su aree già urbanizzate non equivale a un progetto territoriale coerente.

Anche il riuso post-evento delle opere non è una risposta sufficiente, e la trasformazione di alcune strutture in residenze universitarie non modifica la traiettoria di sviluppo dei territori.

A Cortina, poi, questo limite è evidente: si è intervenuti demolendo e ricostruendo infrastrutture esistenti, come la pista da bob, con impatti ambientali elevati, in contraddizione con l’idea stessa di sostenibilità.

In questo modo la sostenibilità si riduce a strumento di legittimazione dei Giochi, più che un reale cambiamento di paradigma.

Cosa si sarebbe potuto fare di diverso?

I grandi eventi potrebbero essere leve straordinarie per ripensare il futuro della montagna, ma senza una visione strategica diventano interventi frammentari.

I territori intermedi tra città e resort, già frammentati e in declino, rischiano di rimanere marginali; il cambiamento climatico rende ancora più urgente ripensare il loro ruolo come spazi di biodiversità, risorse idriche ed energetiche a scala europea.

Un’Olimpiade potrebbe inserirsi in questo percorso, ma solo se finalizzata a costruire un progetto di sviluppo duraturo, non a consolidare vecchi modelli turistici.

Invece, gran parte delle opere realizzate in Lombardia e nelle Alpi – la tangenziale di Tirano, le piste a Bormio e Livigno, i cantieri incompiuti – mostrano un approccio tecnico e frammentato, con forte impatto paesaggistico e pochi benefici strutturali.

Anche spazi urbani come il villaggio olimpico rischiano di restare cattedrali nel deserto.

Senza pianificazione integrata, l’evento non genera innovazione territoriale né sostenibilità reale, confermando la difficoltà italiana di trasformare opportunità straordinarie in eredità durevole.

Queste Olimpiadi potevano, con una gestione diversa, rappresentare un’opportunità per i territori coinvolti?

Poteva essere l’occasione per ripensare il rapporto tra città e montagna alla luce del cambiamento climatico. Era questa la vera sfida, ma è mancata una visione politica capace di interpretarla.

E invece abbiamo visto responsabilità frammentate tra livelli istituzionali, ritardi cronici che hanno portato a deroghe, poteri speciali e un approccio emergenziale ormai consolidato, che privilegia la gestione dell’urgenza rispetto alla costruzione di una strategia di lungo periodo.

Altri Paesi si stanno ponendo il problema in modo più esplicito. La Francia, per le prossime Olimpiadi invernali, ha inserito nella legacy anche lo sviluppo di forme di turismo alternative a quello invernale.

È una differenza importante: non una rinuncia immediata, ma la consapevolezza che serve preparare il futuro.

È questo il tipo di vantaggio che territori come quelli alpini italiani avrebbero potuto e dovuto cogliere.

Ci sono stati grandi eventi che hanno avuto legacy diverse? Per stare in Italia, penso per esempio alle Olimpiadi Invernali di Torino, oppure a Expo a Milano.

In Italia i grandi eventi hanno spesso legacy ambivalenti.

I Mondiali del 1990 furono occasione di grandi sprechi, preludio alle Olimpiadi di Torino 2006: la città beneficiò di trasformazioni urbanistiche e di un rilancio culturale e turistico, ma la montagna ereditò strutture poco utilizzabili, come bob e trampolini, e opere ormai inadeguate al cambiamento climatico.

Anche Milano con Expo 2015 ha mostrato luci e ombre: acceleramento infrastrutturale e attrattività internazionale si accompagnarono a criticità gestionali e a un aumento delle disuguaglianze territoriali.

La riuscita di un evento non garantisce una legacy duratura: senza visione integrata, gli investimenti restano episodici, e la sostenibilità rimane più un principio che una pratica.

Il rischio è che l’entusiasmo iniziale si esaurisca, lasciando cattedrali nel deserto anziché processi di sviluppo reale e duraturo.

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