Il più grande antidoto. La scuola inclusiva ieri e oggi


Articolo tratto dal N. 71 di Le mani sulla scuola Immagine copertina della newsletter

La scuola italiana 

Abbiamo tutti amici o parenti che sono andati all’estero e hanno trovato ciò che in Italia spesso manca: professioni riconosciute, validi sistemi di welfare, città più vivibili e sostenibili in cui crescere i figli.

Il confronto suscita non di rado invidia e fa sorgere una domanda: perché l’Italia è sempre indietro rispetto ai diritti e alla qualità della vita?

Quando si parla di scuola il quadro si fa più complesso.

In Canada, la figlia dislessica di alcuni amici frequenta una scuola speciale; a Parigi, due gemelli vengono separati sulla base dei risultati scolastici, vedendo segnate fin dal principio le carriere future; nella vicina Svizzera, figli di professionisti sono stati rapidamente etichettati come “italiani” e hanno deciso di lasciare la scuola.

Paesi diversi ma con un elemento comune: la scuola come strumento di selezione precoce.

In Italia, le cose vanno diversamente e le ragioni vanno ricercate nella storia del secolo scorso.

L’articolo 34 della Costituzione contiene una formulazione insolita per un testo di legge: “La scuola è aperta a tutti”.

Per padri e madri costituenti la scuola è l’organo vitale della democrazia e solo il pronome “tutti” poteva esprimere la radicalità di quel progetto.

In un paese distrutto materialmente e moralmente, dove l’analfabetismo era alle stelle e le disuguaglianze più profonde di sempre, quell’espressione ha il sapore di un’utopia, ma è in realtà un messaggio nella bottiglia affidato alle generazioni future.

 

Pionieri delle scuole italiane

Saranno maestri e maestre di tutta Italia, le cui storie vale la pena ricordare, a raccoglierlo e a provare a metterlo in pratica.

Penso ad Anna Maria Melli ed Ernesto Codignola che a Firenze nel 1946 hanno fondato una “scuola-città” per gli orfani di guerra: ragazzi affamati, feriti nel corpo e nella dignità, allora definiti “socialmente pericolanti”.

In quella scuola si sperimentava quella che i fondatori chiamavano “l’emozione della democrazia”: un modello di educazione affettiva e relazionale che conserva ancora oggi una sorprendente attualità.

Penso anche a Mario Lodi e don Lorenzo Milani, maestri con personalità molto diverse che negli anni Sessanta hanno sperimentato la scrittura personale e collettiva come strumento di emancipazione sociale.

“È la lingua che fa eguali” è la nota frase del priore di Barbiana, che insegnava ai ragazzi l’italiano e le lingue straniere per dare loro un futuro.

Penso, infine, alla grande pagina storica che ha portato all’abolizione delle classi differenziali per alunni con disabilità, ancor oggi diffuse in tutta Europa.

Pochi sanno che a sperimentarla per prime, negli anni Settanta, sono state alcune maestre romane e venete che hanno cominciato a introdurre bambini con disabilità all’interno dei servizi per l’infanzia riservati ai bambini cosiddetti “normali”.

Una serie di esperienze pioneristiche che hanno creato le premesse per la grande riforma del 1977.

Potremmo riempire interi volumi di storie come queste che hanno dimostrato come la scuola inclusiva non sia stata soltanto il frutto di un grande ideale democratico, ma l’occasione per il più straordinario laboratorio di innovazione didattica e educativa.

Inclusione made in Italy

Quella inclusiva è la vera scuola made in Italy.

Oggi sono in molti a non credere più a quel modello di scuola e di società.

Insegnanti demotivati, famiglie disorientate, opinionisti e persino rappresentanti delle istituzioni che nel Ministero dell’Istruzione e del Merito hanno trovato la definizione pubblica del loro scetticismo.

Invece di riconoscere il progressivo svuotamento dell’istituzione scolastica, a cui nel tempo sono state sottratte ingenti risorse finanziarie e professionali, si finisce per mettere sotto accusa l’idea stessa di inclusione scolastica.

Le cause di tutti i mali del sistema scolastico italiano sarebbero, paradossalmente, gli alunni stessi: ora gli studenti con background migratorio, ora gli studenti con bisogni educativi speciali o con disabilità, ora gli studenti poveri e vulnerabili.

Se in pochi osano esprimere apertamente l’idea di una scuola esclusiva e riservata a un’élite, in molti giudicano questo modello incapace di garantire livelli adeguati di apprendimento.

Eppure, nonostante tutto, la scuola inclusiva è ancora un modello diffuso.

Vive nei maestri di strada che sottraggono i ragazzi di Scampia alle reti criminali, nelle scuole medie di Milano che accolgono volontariamente i minori stranieri non accompagnati arrivati in città, ma anche nei Centri provinciali per l’istruzione degli adulti che a partire da Udine si sono attivati per garantire l’istruzione femminile a tutte le donne, cittadine e non.

È questa la nostra scuola migliore ed è questa la nostra eccellenza.

Dovremmo difenderla a ogni costo e con grande orgoglio come si fa con le migliori tradizioni.

Come sapevano padri e madri costituenti, una scuola aperta a tutti è il più grande antidoto alla dittatura e alla guerra.

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