il manifesto siamo tutti e tutte noi


Articolo tratto dal N. 80 di Senza giornali, senza intellettuali? Immagine copertina della newsletter

Il collettivo. Che cos’è il collettivo. Ci è capitato di chiedercelo negli anni più difficili, quando talvolta la forma della nostra organizzazione e del nostro agire quotidiano dentro la redazione sembrava svuotarsi di contenuto. Per la fatica, le difficoltà economiche, le crisi interne.

Persino per l’impossibilità e anzi il divieto di stare insieme, riuniti, perché un virus attanagliava il mondo.

Ma il manifesto, il “quotidiano comunista” nato nel 1971 dopo la radiazione dal Pci dei suoi fondatori, un giornale che, come diceva Luigi Pintor e come è tuttora scritto nello statuto della cooperativa, intende essere una «forma originale della politica», è riuscito ad attraversare marosi e tempeste.

E ad arrivare al suo 55° compleanno (lo festeggeremo il prossimo 28 aprile con un corposo speciale in edicola già dal 24) proprio perché a quella domanda alla fine siamo sempre riusciti a dare una risposta.

E la risposta è che ogni giorno (tranne il lunedì) il quotidiano è in edicola grazie al contributo di tutte e tutti, giornalisti e non, e al confronto continuo e alla pari in uno spazio condiviso dove chi ha, temporaneamente, ruoli dirigenziali non pretende di avere la parola definitiva ma si sforza di organizzare un flusso di idee a volte anche discordanti dove trovare, ogni giorno, la migliore chiave interpretativa non solo per raccontare ma anche per intervenire sul presente.

Una community “indisciplinata”

Non è un idillio, siamo da sempre una grande famiglia caotica e indisciplinata con tutto ciò che comporta, scontri e separazioni, riconciliazioni, nuovi arrivi. Ma è appunto questa la nostra forma della politica, del fare politica e stare nello spazio pubblico attraverso un prodotto editoriale indipendente e autonomo anche dai partiti.

A sinistra ma mai fazioso (almeno ci proviamo) e aperto al confronto con l’esterno, con la comunità larga del giornale e con i lettori che da sempre ci scrivono, ci telefonano, ci mandano mail o vengono a trovarci direttamente in redazione in cerca di una bussola per orientarsi quando la destra avanza o quando il ginepraio della sinistra diventa davvero inestricabile.

Uno scambio che ultimamente abbiamo esteso grazie al nostro festival, la Manifestival, che dopo la prima edizione dello scorso anno tornerà il prossimo ottobre sempre a Roma, alla Garbatella.

Va sottolineato che nel corso degli anni, in aggiunta al contributo pubblico tanto bistrattato quanto opportuno per garantire il pluralismo dell’informazione, quegli stessi lettori hanno risposto anche a tante campagne di sottoscrizione.

Nel tempo il manifesto ovviamente si è arricchito con nuovi prodotti non solo digitali. Oltre al sito produciamo newsletterpodcast di interni e esteri (presto ne arriveranno un paio nuovi). Ma dallo scorso dicembre anche una rivista di fumetti mensileLa fine del mondo, che, direbbe l’ideatore e curatore, il nostro vignettista Maicol&Mirco, «ha fatto impazzire tutti».

Prodotti frutto del contributo di tutte e tutti – dalla direzione ai tecnici all’amministrazione ai creativi – e non solo intellettuale ma anche fisico: siamo factotum e non solo perché l’aspetto economico di tutta questa bella storia è che non navighiamo nell’oro, essendo una cooperativa (una sessantina di dipendenti quasi tutti soci) basata sul principio della mutualità, senza fini speculativi.

Una forma originale della politica

Abbiamo un bilancio da anni in attivovendite in crescita nell’edizione digitale (+21,9% marzo 2026 su marzo 2025) e qualche record persino su carta. Ma ci è capitato anche di autotassarci – e avevamo già saltato qualche stipendio – quando, dopo la crisi e la liquidazione coatta amministrativa avviata nel 2012, abbiamo costituito la nuova cooperativa. In questo modo siamo riusciti, nel 2016, a riacquistare la testata messa all’asta.

La crisi finanziaria e una frattura interna avevano però assottigliato il collettivo. Poi, proprio quando la macchia aveva ripreso a viaggiare con relativa tranquillità, una nuova crisi, questa volta sanitaria, ha sconvolto vite e abitudini costringendo tutte e tutti nelle proprie case.

Da un giorno del marzo 2020 ci siamo ritrovati a turno in una redazione quasi deserta, una sola persona al desk, una nell’ufficio tecnico, stanze vuote dove anche solo scambiarsi un saluto più ravvicinato sembrava un gesto da incoscienti, se non criminali.

Non è stato facile evitare di scivolare ognuno in una bolla autoriferita, perché lo spazio digitale comune di una chat (anzi, tante chat) o di una riunione online per quanto “affollata” non riescono a replicare quel senso dello stare insieme in un confronto continuo, ma diradano la comunicazione rendendola più farraginosa, faticosa e per questo a volte anche aspra.

Poi, superata l’emergenza, tornati per le strade e lentamente quasi ogni giorno, con una nuova organizzazione e nuovi stimoli, anche nelle stanze di via Bargoni, abbiamo ricominciato a guardarci negli occhi, a parlarci uno sopra all’altra e a capirci più in fretta. E a riscoprire così perché ci piace questo lavoro.

Le riunioni di redazione sono di nuovo partecipate come un tempo, anche quella serale per fare il titolo di prima. Perché il famoso “titolista” del manifesto siamo tutte e tutti noi. Ma come, ci chiedono spesso, non c’è nemmeno un gruppo ristretto di titolisti scelti?

No, perché il manifesto è una forma originale della politica. Molto originale.

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