In questi ultimi due anni abbiamo imparato a familiarizzare con il concetto di remigrazione. Il termine, come non mancano di sottolineare i propagandisti dell’estrema destra, è contenuto anche nei documenti delle agenzie dell’ONU, e sta a indicare né più né meno che il ritorno nel proprio paese di origine di una persona, al termine di un percorso migratorio. Il termine così inteso ha una sua neutralità scientifica, non indicando se il ritorno nel paese di origine arriva al termine di un processo migratorio di successo, o al contrario di un fallimento.
A partire dagli anni Novanta l’estrema destra identitaria, in area tedesca e francese, ne ha piegato il senso in maniera radicale dando una veste “pragmatica” a idee razziste. Oggi, grazie alla diffusione di questa parola d’ordine, il razzismo biologico è tornato ad affacciarsi nel dibattito pubblico dell’Occidente globale in maniera sempre meno mascherata, senza l’utilizzo del codice differenzialista messo a punto dalla nuova destra francese a partire dagli anni Ottanta.
A casa loro, coi loro figli
La remigrazione è diventato un concetto mainstream da quando lo ha utilizzato Donald Trump durante la campagna elettorale del 2024. Oggi è moneta corrente delle destre nazionaliste e xenofobe, di governo e di opposizione. In Italia siamo arrivati al punto che il quotidiano La Verità ha distribuito pochi giorni fa in edicola il testo del principale propagandista dell’idea di remigrazione, Martin Sellner, leader del movimento identitario austriaco a cui in Germania e Svizzera è stato più volte impedito l’ingresso, perché considerato un promotore di teorie razziste ed estremiste.
La remigrazione non si limita a sostenere la necessità di rimandare “a casa loro” i migranti che risiedono sul territorio nazionale in modo irregolare, ma mette l’accento sulla necessità di tornare allo status precedente all’inizio della “grande sostituzione”. In sostanza mandare nei loro paesi d’origine anche i cittadini di origine straniera che risiedono regolarmente in una determinata nazione, e perché no anche i loro figli ritirandogli qualora l’abbiano acquisita la cittadinanza.
Sangue e territorio
L’obiettivo è dunque, in maniera inequivocabile, il ritorno a una comunità nazionale omogenea, pura, dove il vincolo tra blut und boden – sangue e territorio – per rimandare alle pagine più terribili del Novecento, deve essere rinnovato. Sellner ad esempio nel suo pamphlet appare ossessionato dalla necessità di verificare l’effettiva assimilazione dell’immigrato che si candida a entrare nella comunità nazionale, e appare altrettanto ossessionato dalla necessità di stabilire delle piccole e rigide quote di assimilazione nella comunità nazionale, così diluite da rendere chi viene accolto ininfluente sull’identità di questa.
L’idea di mantenere inalterato il patrimonio di un popolo, anzi di ritornare a una supposta identità originaria oggi messa in pericolo, è sostenuta dalla limpida ambizione a creare una vera e propria apartheid: se forza lavoro straniera è necessaria per le fabbriche, il lavoro di cura o quello nei servizi, questa deve ricevere un trattamento giuridicamente differenziato, deve essere esclusa dai diritti di cittadinanza (compreso il voto), dall’accesso al welfare e deve ricevere anche un trattamento previdenziale svantaggioso. Questi sono privilegi a cui possono accedere solo ed esclusivamente i cittadini che possono essere assimilati, in minime quantità per non inquinare l’identità del popolo ospitante.
Osservatorio e purezza
Sellner arriva a immaginare la costituzione di un Osservatorio per l’assimilazione. Il punteggio di partenza ovviamente sarà diverso per un cittadino che proviene da un altro paese occidentale, piuttosto per chi fa parte di “gruppi etnici afro-asiatici”. Nonostante il libro-manifesto sia costruito per far apparire la proposta della remigrazione come una questione tecnica e di assoluto buonsenso, tra grafici e un lessico rassicurante, dietro questa patina si presenta la difesa della purezza dell’identità etnica nazionale.
E qui si riaffaccia la difesa della bianchezza: quanti cittadini non bianchi possono essere assimilati prima di perdere un certo grado di bianchezza di un popolo? Lo stabilirà un Ministero per l’assimilazione e la remigrazione?
Remigrazione e invisibilizzazione
L’affermazione della parola d’ordine remigrazione, che altro non è che la deportazione di massa e indiscriminata di milioni di uomini e donne irregolari e considerati inassimilabili, ha spostato la finestra di Overton di quanto ritenuto possibile in termini di politiche migratorie. Non è questa la sede per discutere quanto sia realistica, conveniente o accettabile la propaganda remigrazionista, quello che vogliamo sottolineare è come un sistema come quello immaginato dall’estrema destra per invertire gli effetti di stratificati e diversificati flussi migratori, porta all’invisibilizzazione e alla possibile persecuzione di milioni di uomini e donne. Non solo: l’idea di una forza lavoro usa e getta, a cui viene impedito di accedere ai diritti di cittadinanza e ai ricongiungimenti familiari, costantemente ricattata di espulsione se non docile e con un trattamento differenziale per l’accesso al welfare, costruisce di fatto un sistema di apartheid per la working class non bianca.
“La remigrazione è più vicina!”, così l’estrema destra ha festeggiato a Bruxelles tra applausi scroscianti e urla l’approvazione della revisione delle regole per espellere i migranti dall’area dell’Ue. La revisione del regolamento per i rimpatri apre la porta ai rastrellamenti di massa in stile ICE e alle deportazioni collettive e indiscriminate, ai “deportation hubs” in paesi terzi (così finalmente Meloni potrà far funzionare i centri in Albania) e allunga i tempi della detenzione amministrativa. Un risultato che non sarebbe stata possibile senza la convergenza tra destre estreme e Partito Popolare Europeo.
Non si tratta solo di propaganda, le politiche migratorie in Europa stanno già cambiando.
