Green economy e riconversione industriale: una coppia necessaria, non un lusso 


Articolo tratto dal N. 69 di Immagine copertina della newsletter

Nel dibattito pubblico europeo la transizione ecologica sembra aver perso centralità. I vincoli dei bilanci statali per il 2026, la rigidità delle regole fiscali, l’orizzonte incerto dell’economia europea e soprattutto la prospettiva di un forte aumento della spesa militare comprimono lo spazio politico per il Green Deal, per una vera politica industriale e per gli investimenti necessari all’innovazione tecnologica.

Il Green Deal è davvero in crisi? Perché la transizione ecologica sembra sparita dall’agenda europea

La sensazione diffusa è che la grande transizione ambientale possa essere rinviata, se non sacrificata, sull’altare dell’emergenza geopolitica e della disciplina dei conti pubblici. 

Eppure, questa lettura rischia di essere miope. Perché, al di là delle priorità politiche contingenti, la green economy non è solo una scelta “etica” o ambientale: è un passaggio strutturale del capitalismo contemporaneo. Anzi, è il nuovo mercato emergente senza il quale il capitale stesso fatica a riattivare i processi di accumulazione. 

I mercati tradizionali sono ormai saturi. La domanda è prevalentemente di sostituzione, i margini di profitto si assottigliano e la competizione si gioca sempre più sulla compressione dei costi, non solo del lavoro ma dell’intero processo produttivo. In questo contesto, l’economia verde rappresenta una delle poche frontiere in grado di aprire nuovi spazi di crescita, innovazione e profittabilità. 

Perché la green economy è il nuovo motore del capitalismo globale

Non è un fenomeno nuovo. Joseph Schumpeter descriveva il capitalismo come un processo dinamico di “distruzione creatrice”, capace di rivoluzionare continuamente sé stesso: nuove tecnologie e nuovi settori emergono, mentre quelli vecchi diventano obsoleti. La crescita non è mai lineare né indolore.

Produce aumenti di produttività e progresso tecnologico, ma anche fallimenti, perdita di posti di lavoro e competenze che non servono più. Tutto questo non è un incidente di percorso: è il motore stesso dello sviluppo capitalistico. 

Osservando oggi l’evoluzione dei brevetti nei settori più dinamici, il messaggio è chiaro. Le tecnologie green occupano uno spazio sempre più centrale, mentre molte traiettorie produttive tradizionali arretrano. È una conferma empirica di un meccanismo noto: l’accumulazione si sposta verso i “beni superiori”, quelli a maggiore contenuto tecnologico e potenziale di crescita, mentre i beni maturi vengono progressivamente ridimensionati. Senza questa dinamica, il capitalismo semplicemente si inceppa. 

Gli effetti sull’economia reale sono già visibili. In molti paesi avanzati si è avviato un processo di decoupling tra crescita economica e consumo energetico: si produce più PIL consumando relativamente meno energia. In Italia, ad esempio, l’intensità energetica per unità di PIL si è ridotta di oltre il 20 per cento dal 2005. Ancora più significativo è il dato sulle emissioni: cresce il numero di paesi in cui il PIL aumenta mentre le emissioni di CO₂ diminuiscono. Non è una rivoluzione compiuta, ma è una tendenza strutturale. 

Dalla Cina all’Europa: chi governa davvero la transizione verde?

In questo scenario spicca il ruolo della Cina. Pechino è diventata il principale attore mondiale nei brevetti ambientali e nelle tecnologie green, mentre molte economie mature mostrano segnali di rallentamento. Non si tratta di una scelta ideologica, ma di una necessità economica: un paese che cresce a ritmi elevati non può più basarsi solo su fonti energetiche tradizionali. La combinazione di investimenti pubblici, innovazione tecnologica e strategie industriali ha permesso alla Cina di posizionarsi al centro della nuova geografia economica globale. 

La lezione è chiara: la green economy non nasce spontaneamente dal mercato. Richiede industrializzazione della ricerca, pianificazione, intervento pubblico e una finanza che non si limiti a “valutare i rischi”, ma contribuisca a orientarli. Oggi, invece, le politiche monetarie e finanziarie europee tendono a ridurre il cambiamento climatico a un insieme di parametri ESG, utili per emettere green bond ma insufficienti per governare una trasformazione strutturale. 

I rischi sono evidenti. Da un lato, la concentrazione degli investimenti nelle aree meno vulnerabili, ampliando disuguaglianze territoriali. Dall’altro, la possibilità di nuove bolle speculative in un settore percepito come altamente redditizio. Senza una strategia pubblica chiara, la transizione rischia di essere inefficiente, diseguale e instabile. 

Nonostante la narrazione dominante parli di un rallentamento delle politiche verdi, la dinamica profonda del capitale racconta un’altra storia. La green economy non è un lusso da tempi di pace, ma una necessità sistemica. Rinviarla non significa evitarne i costi, ma aumentarli. 

Ricevi il numero completo di PUBBLICO nella tua casella di posta

Non sei ancora iscritto? Compila il form!