Fare la giornalista sportiva a Repubblica non era un’eccezione 


Articolo tratto dal N. 67 di Repubblica fa cinquanta Immagine copertina della newsletter

Ti andrebbe di scrivere per noi?

“Ma ti andrebbe di scrivere per noi?”. La domanda mi arrivò nell’orecchio come un botto di Capodanno, stordente e carica di promesse.

Era il 29 novembre 1981, domenica di campionato. Juventus e Fiorentina avevano da poco chiuso la partita con un pallido 0-0 e i giornalisti stazionavano nel corridoio davanti agli spogliatoi nel ventre dello stadio Comunale di Torino (che sarebbe stato ribattezzato Grande Torino solo dopo la migrazione dei bianconeri in un impianto tutto loro).

Era un tempo piuttosto diverso da quello attuale. I calciatori si intervistano tra i fumi delle docce e i lettini dei massaggi, quando l’adrenalina della gara era ancora alta e faceva dire le cose per come stavano davvero e non confezionate e infiocchettate nelle edulcoratissime conferenze stampa di oggi.

Certo, entrare negli spogliatoi per una donna non era semplice. La mia prima volta era stata un paio di anni prima. Collaboravo con Tuttosport. Al termine di una partita interna del Torino, davanti a un refrattario Luciano Nizzola, avvocato e vicepresidente dei granata, mi ero così infervorata da invocare la Costituzione e l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Sul momento aveva funzionato. Ma non era sempre così.

Del resto, a livello nazionale le donne che scrivevano di calcio si contavano abbondantemente sulle dita di una mano sola. Forza contrattuale, pochina. Così, poteva succedere di sentirsi dire: “Aspetta un attimo, che dentro c’è ancora qualche uccello che vola” (Trapattoni dixit). E allora bisognava sperare nella solidarietà dei colleghi maschi. Anche quella, pochina.

Eugenio Scalfari sul campo di calcio insieme a Franco Recanatesi
Eugenio Scalfari sul campo di calcio insieme a Franco Recanatesi

“Il peso della differenza” 

Leggevo Repubblica dal primo giorno, quand’ero ancora al liceo. Scrivere sul “mio” quotidiano era un sogno. Di più, l’occasione della vita. A maggior ragione, visto che il responsabile dello sport era Mario Sconcerti. Vulcanico, intuitivo, empatico, colto, geniale: il migliore dei capi possibili.

Come se non bastasse, nella sua piccola pattuglia di giovani scapigliati e bravissimi c’era già una giornalista, Emanuela Audisio, fuoriclasse in fieri, che scriveva principalmente di atletica e boxe. 

Ho raccontato l’inizio della mia storia con Repubblica – durata quarant’anni e chiusa quando i De Benedetti hanno ceduto il giornale alla famiglia Agnelli – per rimarcare il peso della differenza. 

Fin dall’inizio, la redazione di Repubblica è stata ricca di presenze femminili, molte delle quali davvero straordinarie, da Miriam Mafai a Maria Pia Fusco, da Simonetta Fiori a Natalia Aspesi. Ma il calcio non era considerato “uno sport per signorine”, né sul campo né sui taccuini. 

A Repubblica, l’approccio laico e non sessista alla questione era garantito in primis da Eugenio Scalfari, che per altro a stento sapeva il numero dei giocatori in campo.

Due anni prima, nel 1979, il fondatore-direttore aveva strappato Sconcerti al Corriere dello Sport per fargli costruire la sezione sportiva del giornale, fino a quel momento rappresentata dagli articoli di Gianni Mura, ospitati come fiori imprevisti tra un racconto di Giorgio Bocca e un elzeviro di Alberto Arbasino. 

Sconcerti seppe inventare un modo di pensare e raccontare lo sport, che fosse in linea con la cifra di Repubblica: prima di tutto la scrittura, poi la curiosità del dietro le quinte, la chiave psicologica, i piani di interpretazione.

Nello specifico calcistico, Mario chiedeva di mettere analisi tecnica, disamina tattica e capacità di racconto in un ideale panaro della tombola napoletana, e poi scuoterlo per farne uscire un mix intrigante e originale. Per esemplificare il livello dell’offerta, basti pensare al quartetto strepitoso che raccontò i Mondiali spagnoli vinti dall’Italia nel 1982Gianni Brera, Gianni Mura, Oliviero Beha, Mario Sconcerti.

Mario Sconcerti

Una scuola di giornalismo sul campo 

In quanto a me, dopo aver passato quell’estate come rinforzo alla redazione centrale, Mario mi chiese di seguire la Juventus neo-scudettata in Italia e in Europa. Presentazioni e cronache delle partite, interviste, analisi.

Nelle trasferte di Coppa Campioni (l’attuale Champions League) funzionavo da “seconda” di Brera o Mura. Una scuola di giornalismo sul campo davvero senza eguali. 

Vent’anni tondi di calcio visto, goduto e raccontato. Dal 1981 al 2001, quando ho lasciato la redazione sport per occuparmi della nuova sezione dedicata alla cultura del cibo, ho scritto di tutti i più importanti eventi calcistici a livello mondiale, finali comprese, dai Mondiali alle Coppe Intercontinentali, dalla Champions alle Olimpiadi.

In tutto questo tempo, all’interno del mio giornale non c’è stata una sola volta in cui sia stata valutata diversamente in quanto donna, o peggio ancora discriminata. A contare erano competenza, passione e senso di appartenenza (fortissimo per quasi tutti noi, una delle chiavi del successo del giornale).
È stata una bella fortuna, fare le giornaliste sportive a Repubblica.
 

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