Non è stato internet.

La crisi dei giornali da piazze di partecipazione a specchio della crisi democratica


Articolo tratto dal N. 80 di Senza giornali, senza intellettuali? Immagine copertina della newsletter

«Su queste colonne intervengono autorevoli voci delle più diverse tendenze, invitate ad esprimere su temi di attualità il loro giudizio, che non sempre coincide con quello del Corriere».

Il sommario che introduceva la rubrica “Tribuna Aperta” sulle colonne del Corriere della Sera risultava particolarmente pertinente quando in quella finestra si leggeva la firma di Pier Paolo Pasolini.

Intervistato dal giornale che aveva diretto nel cuore dei tormentati anni Settanta, in occasione del venticinquesimo anniversario della morte del poeta, scrittore e regista, Piero Ottone aveva ricordato così quella collaborazione, da lui stesso voluta: «Quando si dirige un giornale bisogna rispettare tutte le opinioni, anche quelle insultanti nei nostri confronti».

È un racconto che dice molto: non solo perché Pasolini aveva definito pubblicamente Ottone “una laida puttana” appena un anno prima, criticandolo per le corrispondenze dal Vietnam considerate troppo filoamericane; ma anche, forse soprattutto, perché l’intellettuale friulano era al contempo troppo comunista e troppo reazionario e anti-sviluppista per il Corriere di Ottone – o per il Corriere, nella sua essenza di giornale della borghesia milanese.

È così, da quella iniziativa eretica e di certo non permalosa di Ottone, che nascono alcune delle pagine più ricordate e citate della storia del giornalismo italiano: il durissimo j’accuse di Pasolini contro il potere democristiano nel novembre del 1974, il famosissimo “Io so i nomi” su tutti.

Intellettuali e giornali: l’inizio di una tradizione

Erano gli Anni Settanta, si sa, il decennio più politicizzato del secondo Novecento italiano, e anche un direttore borghese di un giornale borghese doveva cercare di dare spazio e voce a pensieri e sguardi non conformi.

Ma in quella storia c’è probabilmente di più, molto di più, rispetto alla ricerca di lettori e a una scelta di mercato.

C’è la lunga eredità di una tradizione, quella dei giornali italiani, che si portava dietro e dentro i crismi del dibattito intellettuale, fin dalla sua nascita, e che aveva intersecato in maniera indistinguibile la cronaca e l’opinione, il racconto dei fatti e l’espressione delle idee.

Non è un caso che proprio i giornali italiani abbiano contribuito alla formazione della classe dirigente politica per tutto il Novecento.

Era giornalista, e come giornalista inizia a esercitare una leadership politica e un’egemonia culturale, Benito Mussolini. Ma è nell’Italia democratica del dopoguerra che gli esempi lugubri diventano virtuosi: scrivono sui giornali clandestini antifascisti importanti intellettuali che saranno padri costituenti; fanno gavetta nei di partito importanti leader del comunismo italiano, dell’Italia laica e repubblicana, della Democrazia Cristiana.

È nei giornali che si imparava a riconoscere e argomentare, come metodo, la gerarchia dei fatti e delle idee, la forza della parola come strumento di descrizione, comprensione, convincimento: foss’anche della propaganda, che della politica e del discorso pubblico è sempre stata ingrediente centrale.

Parliamo, in questo caso, dei giornali di partito, che sono stati – è incredibile dirlo, se confrontati col presente di una politica ispirata alla pratica e ai toni degli influencer – una centrale fondamentale di produzione di idee e di personale politico.

Fuori dalle cattedrali

E fuori dalle cattedrali cartacee della politica del Novecentesco, la funzione dei giornali non è stata minore. Vale per i giornali-Chiesa di ogni dimensione, come La Repubblica, Il Manifesto, Il Giornale di Montanelli, che mentre costruivano una visione del mondo chiarivano al mondo l’identità di chi orgogliosamente se li metteva sottobraccio, e per i piccoli vascelli nati mentre il Novecento si chiudeva, come Il Foglio o Il Riformista, che hanno prodotto forse le ultime scuole generazionali di professione e di sguardi riconoscibili sulla vita pubblica italiana. 

Tutti, senza distinzioni, sono stati e ancora sono anzitutto luoghi nei quali si imparavano mestieri artigiani: il giornalismo, nelle declinazioni dell’inchiesta, della cronaca, della “macchina” – di chi materialmente assembla il giornale quotidianamente, a partire dal suo concepimento -, ma anche i lavori della grafica, della litografia, della correzione di bozze.

Alcuni pezzi sono andati perduti, col digitale, ma il giornalismo conserva – dovrebbe conservare – gli stessi obiettivi e le stesse caratteristiche di fondo: libertà, onestà, verità, indipendenza. Se le ha perdute, non è per colpa di internet.

Vecchi privilegi e nuove precarietà

Non sarebbe giusto guardare a quel passato, infatti, senza vederne il progressivo distacco dalla realtà e dalla società sulle quali insisteva l’industria dei giornali.

Che sempre di più, col passare del tempo, sono diventate torri di avorio altere e lontane dalla realtà che dovrebbero raccontare, popolate di vecchi privilegi e nuove precarietà, da un lato; oppure hanno rinunciato alla loro funzione di reagente attivo, nella società, per inseguire i pochi lettori paganti rimasti, finendo con l’inibire ogni dibattito al proprio interno, per dare a chi legge, a chi paga, quasi solo uno specchio di quel che pensa, di quel che già sa o crede di sapere.

Un fenomeno non solo italiano, accentuato dalle logiche, dalle pratiche e dalle metriche del digitale ma che, a essere onesti, era iniziato già prima che internet fosse e influenzasse così in profondità il nostro modo di produrre e assumere informazioni.

Un fenomeno di omologazione che, dopotutto, riguarda le società occidentali post-democratiche, indifferenti e partigiane.

In un tempo così, ricostruire per vie impensate quella chimica che stimola i cervelli usando le parole, insomma fare i giornali, è difficile e indispensabile, più che mai.

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