Rimanere senza un giornale nell’epoca di ChatGpt

 


Articolo tratto dal N. 80 di Senza giornali, senza intellettuali? Immagine copertina della newsletter

Per oltre dieci anni ho lavorato nelle redazioni di giornali abbastanza tradizionali, con edizioni di carta e digitali, un po’ scrivevo, un po’ supervisionavo altri giornalisti. 

Poi sono uscito dalle redazioni, spero di non metterci più piede e di non fare mai più una riunione come quelle che mi toccavano tutti i giorni.

Per un po’ mi sono sentito libero, finalmente potevo dedicarmi solo ai contenuti, a capire il mondo, a raccontarlo e spiegarlo, potevo sperimentare nuovi formati, esplorare nuovi temi. 

Dopo tre anni di questa vita, la tecnologia mi sta riportando indietro. 


Per un abbonamento di prova ad Appunti (https://appunti.substack.com/), si può mandare un messaggio privato a Stefano Feltri su Substack con la mail e il riferimento a questa

Dalle redazioni alle intelligenze artificiali 

Ora non supervisiono tanto giornalisti, ma soprattutto intelligenze artificiali: verifico che siano accurate nelle trascrizioni degli audio, nelle traduzioni o riassunti di testi in lingue che a volte conosco a volte no, discuto di come illustrare pezzi che richiedono una certa creatività (come rappresenti l’inflazione?), una chatbot mi trascrive l’intervista, poi discutiamo di come farne una versione ridotta per una pubblicazione e una estesa per un’altra  

Se devo studiare un tema di cui non so nulla, mi porto avanti facendo lavorare l’AI per preparare dossier di documentazione (attenti a indignarvi, vi fidate più di Claude o di un redattore junior precario?). 

Per controllare i refusi di questo pezzo ho chiesto a ChatGpt, non mi fido del mio occhio.  

Preparo una lezione leggendo e studiando, certo, ma poi passo da Google Notebook per preparare le slide.  

 Per il mio prossimo libro mi sottoporrò al giudizio di Refine, che esamina ogni virgola perfino dei paper accademici: mi fido molto più di quel servizio che di qualunque essere umano (una volta pagavo di tasca mia qualche collaboratore per un supplemento di revisione rispetto a quello della casa editrice).  

Una mutazione particolare 

 Mi sono trovato a compiere la mutazione da direttore e giornalista assunto ad articolo 1 (il massimo della protezione) a creator con partita IVA nel pieno della diffusione dell’intelligenza artificiale.  

In altre epoche forse, una volta rimasto senza giornale, mi sarei dannato per cercare una vicedirezione da qualche parte, mi sarei rassegnato a offrirmi per ingrati lavori di “macchina” in giornali sempre in cerca di chi faccia turni serali o nei weekend.  

O forse sarei stato soltanto uno dei mille freelance che in realtà sono disoccupati in cerca di pagamenti da qualche decina di euro per articoli sporadici quanti le fatture da incassare.  

Per fortuna, invece, sono rimasto senza un giornale nell’epoca di ChatGpt. 

Ho aperto una newsletter, Appunti, che ha numeri e impatto comparabili a quelli dei giornali in cui lavoravo, ma non certo gli stessi costi: qualche centinaio di euro di abbonamenti alle intelligenze artificiali giuste consente di poter contare su una specie di redazione algoritmica instancabile.  

La piattaforma Substack per newsletter e podcast permette di vendere abbonamenti senza dover assumere impiegati per contabilità o reclami, mi evita di dover fare l’influencer che accumula seguito virtuale ma poi deve monetizzarlo a fatica nel mondo reale, tra teatri, libri e convegni.  

La mia produttività è dopata dagli algoritmi, riesco a fare molte più cose di quelle che avrei mai potuto immaginare. Forse troppe. 

La quantità di contenuti che si possono produrre grazie alla tecnologia disponibile ripropone un dilemma antico come il lavoro: quanto tempo dedicare ad accumulare idee, contatti, competenze e quanto a sfruttare quella capitale di conoscenze e rapporti? 

Molti dei giornalisti mutati in creator sembrano dedicare il grosso del loro tempo a divulgare e predicare – online e nei teatri – contenuti sui quali sembrano aver lavorato assai poco. Dare continuità a podcast, spettacoli, newsletter, dirette e post richiede una costanza quasi incompatibile con il lavoro giornalistico, anche con quello di opinione e di approfondimento.  

Non parliamo poi di inchieste che richiedono giorni o settimane, o di reportage sul campo che hanno bisogno di tempo e risorse.  

I giornali, in fondo, servivano a questo: a costruire una infrastruttura di mansioni accessorie che consentivano ad alcuni – in teoria ai più bravi – di dedicarsi soltanto al contenuto: per ogni inviato o editorialista celebre c’era una schiera di redattori, grafici, capi a vari livelli, impiegati della distribuzione, tipografi della stampa, social media manager.  

Ora il giornalista-creator, categoria nella quale mi sono ritrovato pure io, può fare tutto questo da solo con supporto di intelligenze artificiali.

Più che un’opportunità è una necessità, perché altrimenti i ricavi che sono allettanti se devi remunerare solo il tuo tempo si trasformano in un fatturato misero se trattati come i ricavi che devono sostenere un’impresa giornalistica tradizionale.   

Ogni epoca ha il suo giornalismo 

Nel nuovo contesto media che si sta delineando in Italia, certe forme di giornalismo non sembrano più sostenibili: che senso economico ha investire mesi e migliaia di euro per una inchiesta che poi, appena pubblicata, viene saccheggiata da podcast, account e newsletter di altri?  

Gli scoop servono alla democrazia, danno reputazione, ma non garantiscono uno stipendio (Report, il pilastro del genere, è possibile solo in Rai, non ci sono analoghi in tv private).   

Ogni epoca ha i suoi modelli di business e dunque il giornalismo che si può permettere. La stagione dei creator promette più libertà di espressione, meno posti di lavoro ma anche più opportunità e più competizione – e forse più reddito –  per i pochi che restano. Che sia un bene o un male, lo capiremo. 

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