Il problema di pensare il futuro a sinistra


Articolo tratto dal N. 68 di Europa chiama sinistra Immagine copertina della newsletter

“Prendersi il fastidio di informarsi delle condizioni del mondo e non soltanto del proprio circondario… finché sussiste un’ostinata volontà di capire e di far sapere quello che si è capito, forse non c’è del tutto da disperare”.

Così Ignazio Silone nel suo La scelta dei compagni, la conferenza che tiene a Torino 1954 per definire quella che dovevano essere i compiti di chi voleva “prendere a cuore” la possibilità di futuro.

Il momento è importante: si trattava di uscire dal cono d’ombra dello stalinismo e riprendere a pensare. Ovvero: reinventare una sinistra per domani.

Reinventare voleva dire: assumere le trasformazioni che vedevano il crollo delle economie e delle società di periferia mentre iniziava l’abbandono delle campagne e si produceva un movimento consistente verso le realtà urbane con l’unico effetto di sovraccaricare le periferie di problemi non risolti.

Un progetto mitizzato

Settant’anni dopo siamo così lontano da quella condizione? E soprattutto esiste un’idea in grado di fare da “esca” per pensare domani?

Proporre l’Europa come progetto (oltreché come mito politico) ha senso se viviamo questa parola come opportunità di modificare l’agenda sociale, economica, culturale con cui abbiamo pensato domani, senza sdraiarsi sul mito.

Invece questo è quello che è accaduto.

Europa più che un’utopia si è accreditato come una dismissione dalle urgenze e dalle sollecitazioni di coloro che approdavano alle nostre rive in cerca di risposte

Abbiamo tradotto quel flusso nella discussione tra “accoglienza” o “respingimento” non pensando nuova economia, ma distribuzione caritativa di aiuti. Ovvero senza un’idea di altro modello una volta che si trattava di rispondere alle domande indotte alla crisi energetica.

In breve, una risposta etica, carica di buone intenzioni (forse), ma spoglia di progetto. Una risposta che non prevedeva crisi o redistribuzione, ma solo “omaggio” (possibilmente detassabile).

Pensare contro il panico antidemocratico

La realtà a un certo punto ha presentato il conto: fine della carità, annullamento della pazienza, disinteresse, fino alla crescita di un sentimento di fastidio, se non di odio.

Conseguenza: esaurimento della agenda per una economia alternativa a sinistra, e ricerca di protezione, anche dei ceti penultimi, nelle braccia di un nuovo potere che sta a destra. La sinistra sembra la testimonianza di un sogno che non c’è più.

Non vuol dire che non sia possibile sognare. Vuol dire che occorre declinare un nuovo sogno capace di rispondere al crescente odio virtuoso come nuova forma della comunità in cui riconoscersi che si nutre di emozioni antidemocratiche e il cui fondamento è il panico. 

Marc Bloch l’aveva scritto quasi un secolo fa (nel 1935). Alle volte gli storici hanno la capacità di chiamare le cose con il loro nome, proprio per porre l’urgenza di costruire un “pensiero nuovo” in grado di replicare al sentimento egemone nel proprio tempo. Se novanta anni dopo siamo ancora lì è perché, forse, in tutto questo tempo abbiamo fatto finta.

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