Un fantasma si aggira per il Mediterraneo. Il fantasma di quello che fu il Nostro Mare, e che forse nostro non lo sarà mai più, è una enorme nave, una petroliera, con un fianco squarciato, densa di ruggine, abbandonata alla volontà delle acque e del vento. Si muove, si gira, rassegnata alle correnti.
La seguono due navi italiane, al confronto piccole come pesci pilota sul corpo di una balena.
Chi è arrivato vicino racconta che la nave “piange”, emette uno stridio di denti e di materiali che si piegano e si rompono. Anche così ridotta fa paura.
Si chiama Arctic Metagaz, una nave russa, nel suo ventre sono stipati 700 tonnellate di petrolio e 60mila tonnellate di gas liquefatto. Se si rompesse sarebbe un gigantesco inquinamento.
La sua vicenda è iniziata il 3 marzo nei primissimi giorni di guerra. Era a metà fra Malta e la Libia quando è stata raggiunta da un drone.
I 30 uomini a bordo si sono messi in salvo, e le correnti l’hanno portata via verso le acque territoriali di Malta prima e ieri infine in quelle libiche. Gli Italiani hanno comunicato la fine della loro missione e ora tocca alla Libia difendersi e difenderci.
La guerra ha reso visibile quelli che per lungo tempo sono sembrati solo segnali che arrivavano dal futuro. Ma nessuno accetta l’idea che la Guerra non si possa confinare dentro i limiti di uno Stato, o che la Guerra non si possa chiudere nei confini di un paese.
Ed essa è, infatti, arrivata non solo sulla nostra sicurezza ma nei luoghi che abbiamo sempre amato. Il Grande Blu che ci circonda, che nei secoli ha dato alla nostra razza umana gioia e pianti, distruzioni e gloria, ha fatto parte dello sfondo di mille vicende di tanti paesi diversi ma uniti da quelle acque.
Le acque che da quasi un secolo, dopo la battaglia nel Mediterraneo che accompagnò la sconfitta nazi-fascista da parte dell’esercito anglo-americano, erano state riappropriate, in particolare da noi Italiani, come la geografia della felicità.
Tuttavia, oggi tornate ad essere un luogo intensamente rilevante per il mondo tutto, un’area in cui si sta giocando con pieno impatto militare, l’equilibrio di tre continenti.
Cos’è il Mediterraneo?
Cos’è infatti il Mediterraneo, dove inizia e dove finisce, e qual è oggi – a secoli di distanza dalle mitologiche Guerre Puniche l’oggetto del controllo per cui ci si batte fra medie e grandi potenze?
Il Mediterraneo è il mare di tre continenti: Europa, Africa, Asia. La concomitanza di questa vicinanza non è solo elemento geografico territoriale.
Aggiungendovi la connessione con il canale di Suez, questa continuità forma la rotta dell’attraversamento fra Occidente ed Estremo Oriente. Neanche questo è solo un fatto geografico: il 20% del traffico marittimo mondiale e il 65% del traffico energetico diretto in Europa transitano fra queste sponde.
Per quel che riguarda l’Italia l’import via Mare conta il 60% del totale e l’export dai porti nazionali il 50%. Insomma, quella marittima è il 3,3% del totale della nostra economica, per un valore di 52.4 miliardi, impiegando 1 milione di persone, e servendo 228mila imprese (ISPI).
Ma il Mediterraneo ancor prima della parte economica rappresenta quella intensa cultura che si è creata nei secoli, fatta di guerre, espansionismo, ma anche scambio, multirazzialità, e un incredibile mistura di abitudini e costumi e religioni e modelli politici. Dopo la Seconda guerra mondiale, questo mix antropologico è sembrato trovare un suo, seppur fragile equilibrio.
Cosa ha riportato la Guerra, quella vera, spietata, pesante, su queste acque e cosa è in gioco?
Il ritorno della guerra
Il gioco principale è stato riaperto dalla competizione nata proprio fra i 3 continenti che si affacciano sul Mediterraneo.
E se l’Europa politica non appare capace di entrare in merito a questa competizione, di sicuro in ogni caso corre il pericolo di rimanere schiacciata fra lo scontro Oriente/ Occidente. Potremmo dire forse con più precisione fra Usa e Cina. E anche se per nessuna di queste due nazioni è decisivo il Mediterraneo nel loro scontro, quello che vediamo cadere (e non solo metaforicamente) sull’Europa e sul Mare che ci circonda, è il risultato di armi mai sperimentate prima.
La novità delle guerre in corso è che esse pur essendo figlie delle logiche tradizionali di ogni guerra (controllo, espansione, sovranismo), scoppiano tuttavia come conseguenza di una evoluzione tecnologica e conseguenti valori (valor del denaro, dei modelli politici, del rapporto apicale o meno fra uomini, delle nuove scale di potere) che proprio la rivoluzione combinata di sviluppo tecnologico e globalizzazione hanno costruito.
Un mondo nuovo
Oggi siamo in una fase in cui un “mondo nuovo”, come si cantava a Hollywood e si sperava in tutto il resto del mondo dopo la Seconda Guerra, è stato creato. Ma ha portato con sé insieme alle meraviglie anche caos e disorientamenti. Tra questi, proprio l’utilizzo del mare, diventato una preziosa via di trasferimento di potere e controllo.
In un saggio scritto da Mario Boffo, per LAB/politiche e culture, dal titolo “Mediterraneo allargato o ristretto”, viene compilata una lista che connette i destini del mare con una prospettiva strategica di interessi, che allargano il concetto di “interrelazionalità” fra aree – commerciali e politiche- globali:
- L’interdipendenza energetica: i gasdotti e le infrastrutture che arrivano in Europa dal Medio Oriente e dall’Africa passano per il Mediterraneo, ma nascono altrove.
- Le nuove rotte globali; le vie che collegano Asia, Africa, ed Europa vedono nei porti mediterranei terminali chiave.
- La rinnovata proiezione militare e diplomatica: le operazioni NATO, Ue e nazionali non si limitano più alla linea costiera, nè al bacino mediterraneo strettamente considerato in termini tradizionali.
- La regionalizzazione delle crisi: conflitti e crisi come quelli in Libia, Siria, Sahel, come il conflitto palestinese e le vicissitudini dello Yemen, non possono esser compresi come isolati in un singolo paese.
Per capire cosa accendono questi ultimi conflitti, va infine sottolineato che non sono generati solo dall’espansione di influenza o difesa.
Il grande cambiamento delle tecnologie rende oggi la competizione decisiva anche nei campi dell’economica, della tecnologica, delle risorse energetiche così come il controllo delle rotte e degli impianti.
Rilevanti sono dunque porti e logistica globale, difesa dei cavi sottomarini su cui viaggia il 95% delle comunicazioni globali, controllo delle fonti di acqua e cambiamento climatico. E poi il fattore umano, cioè le rotte migratorie.
A elencarla così, come lucidamente fa Boffo, più che una guerra, appare come una rivoluzione. Fernand Braudel, autore fisso dei nostri studi universitari scrisse “il Mediterraneo è quale lo fanno gli uomini”. Insomma, sta a noi, il fattore umano, ad alzarci dalle nostre comode sicurezze e dire cosa vogliamo farne.
