Europa e sinistra. Un incontro mancato?


Articolo tratto dal N. 68 di Europa chiama sinistra Immagine copertina della newsletter

Nel 1980, il Presidente francese François Mitterrand inaugurò un famoso esperimento, quello del “keynesismo in un solo Stato”. Attraverso un impressionante programma di investimenti pubblici e sostegno alla domanda, la Francia, ostinatamente sola, si posizionò in controtendenza rispetto agli altri Stati occidentali, all’epoca sotto la morsa dell’austerità. Si trattò di un fallimento spettacolare, seguito poi dalla tournant de la rigueur guidata dal ministro Delors, che riportò la Francia nei ranghi della disciplina fiscale

Dall’eurokeynesismo al monetarismo 

Da questo esperimento però nacque una nuova consapevolezza rispetto all’Europa da parte dei socialdemocratici europei.

La globalizzazione e l’integrazione economica europea avevano creato una situazione inedita: fare politiche keynesiane in controtendenza rispetto agli altri Stati avrebbe significato che i soldi pubblici si sarebbero dispersi in altri Paesi e non avrebbero prodotto gli effetti desiderati. In questa situazione, la socialdemocrazia non poteva più essere affare di un solo Stato, ma doveva diventare europea – o soccombere all’austerità. Questo programma, noto poi come “eurokeynesismo” avrebbe richiesto la massima coordinazione dei partiti socialdemocratici europei per essere messo in piedi.  

La prima occasione utile per realizzare questo programma fu durante le negoziazioni del Trattato di Maastricht, nel 1992. Tuttavia, dal Trattato emerse un’anatra zoppa: un’Europa troppo sbilanciata verso il monetarismo, che sacrificava il socialismo ‘in nome del liberalismo’ secondo il ministro francese Jean-Pierre Chevènement

Le negoziazioni, condotte principalmente dai ministri delle finanze, avevano dato più peso alle necessità ‘tecniche’ dell’euro rispetto alla volontà politica di difendere il modello sociale europeo. Tuttavia, i socialdemocratici europei presentarono il Trattato come il “migliore dei mondi possibili” dati i vincoli della globalizzazione, ripromettendosi di rinegoziarlo quanto prima in direzione di una Europa più “sociale”.

Una “Terza via” senza uscita

I limiti della coordinazione socialdemocratica emersero poco dopo.

Tra il 1995 e il 1998, la maggior parte dei governi Ue passò al centro-sinistra, creando finalmente la possibilità di riformare l’Ue in senso socialdemocratico. Ma con la nascita della Terza Via, sostenuta da Blair e Schröder, si creò una spaccatura interna alla sinistra.

Il “pensare l’Europa” della Terza Via si staccava radicalmente dalle convenzioni socialdemocratiche: i soldi pubblici non potevano essere usati per rappezzare le debolezze strutturali degli stati, né a livello nazionale, né tanto meno a livello europeo. Jospin, all’epoca primo ministro francese, commentò: “Se si tratta di trovare una via di mezzo tra la socialdemocrazia e il neoliberismo, allora questo approccio non è il mio”.

Questa spaccatura avrebbe avuto conseguenze deleterie sia per l’Europa che per la sinistra. 

Nel 2003, in Francia, si creò un’ulteriore divisione interna al Partito Socialista con la mozione “nouveau monde”.

I firmatari denunciavano il deficit democratico, la politica di delocalizzazioni, la liberalizzazione dei servizi pubblici resa possibile dall’Europa. Uno dei due leader della mozione è un nome noto: Jean-Luc Mélenchon. Da lì a poco avrebbe lasciato il Partito Socialista. 

La trappola dell’austerità 

La reazione della sinistra moderata rispetto ai risultati deludenti raggiunti in Europa fu quella di parlare d’Europa sottovoce.

Negli anni 2000 il tema era sempre meno presente nelle conferenze di partito dei principali Paesi europei.  

Nel 2010, le preferenze della Terza Via sulla disciplina fiscale ottennero un assist imprevisto con l’esplodere della crisi del debito sovrano in Grecia e nel Sud Europa. 

Il governo tedesco, che aveva già creato il suo schuldenbremse (“freno al debito”) nel 2009, divenne il modello per gli altri Paesi dell’area Euro: l’ultima capitale a cedere fu Parigi, sotto la presidenza Hollande. Negli stessi anni prese avvio un fenomeno noto come “austerità socialdemocratica”, con partiti di sinistra – al governo e non – diventati sostenitori di politiche di estremo rigore fiscale, anche a discapito del proprio elettorato. 

Questa parabola oggi non è ancora conclusa. La riforma del Patto di Stabilità e Crescita del 2024, per quanto poco discussa, ha comportato una stretta dei conti pubblici dei Paesi Europei, tra cui l’Italia. Le prospettive di un eurokeynesismo, o quantomeno di una difesa del modello sociale europeo, premesse condivisibili dei socialdemocratici degli anni ’80, sono maturate in conclusioni paradossali: l’austerità socialdemocratica.

Questo strano connubio, negli ultimi tempi, ha eroso sia la base elettorale socialdemocratica che, in parte, il sostegno per l’Europa e la sua unificazione. Possiamo scommettere che, senza un nuovo patto per il futuro, sinistra ed Europa non potranno tornare a crescere. 

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