Paradigma Taranto.
Mutamento e transizione sociale a Taranto nel nuovo millennio


Articolo tratto dal N. 69 di Immagine copertina della newsletter

In libreria dal 24 febbraio 2026

Di seguito proponiamo un estratto da Paradigma Taranto. Mutamento e transizione sociale a Taranto nel nuovo millennio di Lidia Greco, in libreria dal 24 febbraio 2026.

Da molti anni, Taranto vive sospesa tra spinte irrisolte verso il cambiamento. Alla lunga fase di deindustrializzazione – che ha ridotto lavoro, produzione e prospettive – si affianca un più generale processo di declino territoriale. La transizione ecologica, pur necessaria, procede tra incertezze e conflitti, mentre il senso di comunità continua a infragilirsi.

Il futuro della città dipende dalla capacità di ripensare il proprio sviluppo coinvolgendo chi la abita. Non basta cambiare priorità economiche: serve definire un nuovo patto sociale per un progetto collettivo autonomo, sostenuto da una visione di lungo periodo su lavoro, competenze, città e ambiente.

In libreria dal 24 febbraio

La fine dell’industria e la crisi dell’identità collettiva

Nel processo di cambiamento avviato a Taranto, la narrazione e l’immaginazione spaziale hanno assunto un ruolo cruciale: come in molti luoghi interessati da processi di deindustrializzazione, anche a Taranto la crisi dell’industria non ha significato solo il progressivo indebolimento del tessuto economico, ma ha coinciso con il progressivo disfacimento dell’immagine di prosperità sociale e dell’identità collettiva legate all’industria.

“Industriale” non ha mai semplicemente descritto una forma di produzione ma un’identità economica e lo studio della deindustrializzazione non è mai stato “puramente una questione di lavoro”; la perdita dell’industria o il suo ridimensionamento ha conseguenze “oltre le rovine”, negli spazi fisici degli ex siti industriali, nelle figure e immagini culturali popolari, negli immaginari pubblici e anche nei pregiudizi.

Memorie ferite

Anche a Taranto, in questi lunghi anni di crisi del siderurgico, l’industria ha cessato di rappresentare la modernità e il progresso. Nella narrazione, prim’ancora che nella realtà fattuale, la fabbrica è diventata una forma di lavoro passata, stigmatizzata come obsoleta e inquinante, qualcosa da cui fuggire; essa simboleggia la tragedia che il progresso si porta in dote e di cui, come l’Angelo della Storia descritto da Walter Benjamin, si diventa rassegnati testimoni.

La fabbrica costituisce ancora oggi un elemento identitario per la comunità locale ma alimenta sentimenti ambivalenti. Rimane la fierezza del passato tra operai e cittadini con le relative promesse di benessere; si impongono però, anche tragicamente, le conseguenze negative dell’industrializzazione: il dissesto ambientale, l’inquinamento, le morti in fabbrica, le malattie, il lavoro mancante e indecoroso, gli incidenti.

Le memorie che vengono raccolte durante interviste ed etnografie svelano le aporie dello sviluppo novecentesco e i costi umani incisi nelle biografie dei cittadini.

Non si rinnega l’identità operaia né tanto meno quella di abitanti di una città-fabbrica, ma si tratta di un’identità ferita, che fa emergere conflitti di memoria e sensi di colpa: di chi va a lavorare sapendo che ci si può ammalare, ma anche il senso di colpa dei figli che rifiutano di entrare in fabbrica vivendo del lavoro e/o della pensione dei padri operai. Taranto è la metafora di quella modernizzazione capitalistica che ha sacrificato paesaggi, ambiente e vite per un sogno di benessere sociale ed economico.

La fabbrica e ciò che è diventata costituiscono un trauma che deve essere rielaborato e fatto proprio oppure rimosso. La rielaborazione della storia di un luogo diventa un tassello importante del cambiamento, con un artificio che sposta l’attenzione dallo spazio geografico-umano, cioè da un luogo e dai suoi abitanti, al discorso sullo spazio, inteso come mezzo attraverso il quale si dà senso all’ambiente in cui si vive.

Ecco dunque che anche a Taranto emerge un altro cambiamento, ossia quello narrato; se Taranto vuole modificare la sua traiettoria di sviluppo deve cominciare a rappresentarsi diversamente.

Raccontare Taranto

In linea astratta, per agire socialmente ed economicamente è necessario avere una certa idea di come funziona il contesto nel quale si opera, quale rappresentazione se ne dà, quale sia il proprio ruolo e quello degli altri e così via; anche rappresentando diversamente l’economia e la società si finisce per costruire una diversa e rinnovata visione in cui la vecchia economia e la vecchia società cedono il passo a quelle nuove.

Questo significa innanzitutto modificare la rappresentazione della città selezionando alcuni aspetti del suo passato, conferendogli una memoria originale che diventi brand territoriale e nuovo placetelling, ossia un nuovo racconto. In questo quadro è facile comprendere l’utilizzo di immagini quali “Taranto città spartana”, “Taranto capitale della Magna Grecia”, “Taranto capitale di Mare”.

L’obiettivo è riconfigurare la rappresentazione collettiva di Taranto sia all’interno della comunità, quindi tra i suoi cittadini, sia all’esterno, recuperando l’immagine del suo patrimonio storico, culturale e tradizionale e ricreando un’antica identità che, come un brand, renda Taranto unica e riconoscibile.

[…] Nel caso concreto si è voluto sostituire l’immagine negativa di Taranto, associata all’industria siderurgica e a un ambiente inquinato e invivibile, con alcune immagini dell’antico passato. Tale narrazione si scontra con due limiti: il primo, già evidenziato, riguarda il meccanismo della rimozione che raramente funziona e che fa sì che il passato da dimenticare ritorni ciclicamente, mentre il secondo è che Taranto non dispone di un’immagine collettiva di sé da poter utilizzare […].

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