L’economia cooperativa che riduce le disuguaglianze


Articolo tratto dal N. 78 di Immagine copertina della newsletter

La prima cooperativa agricola al mondo nacque nel 1883, attorno a Ravenna, e si costituì formalmente alla fine del 1887. Il nome è cambiato parecchie volte nel tempo, oggi si chiama Cab.Terra, acronimo di Cooperativa Agricola Braccianti Territorio Ravennate, ma la sua storia è proseguita per tutto il Novecento fino ad arrivare a questo primo quarto del XXI secolo, trasformandosi e assieme mantenendo una memoria storica e tattile, fatta di trasmissione di lavoro e racconto.

Cab.Terra: Una storia centenaria di lavoro e tutela del territorio

Alla fine dell’Ottocento i braccianti erano senza terra ma con molta esperienza nei lavori di bonifica e dunque nell’organizzazione collettiva del lavoro: fu così che in Emilia Romagna e in altre parti della Pianura Padana iniziarono a fiorire cooperative dappertutto.

«In ogni famiglia» racconta Fabrizio Galavotti, oggi presidente di Cab.Terra, «c’era qualcuno che lavorava in una cooperativa, erano tantissime. Poi con l’espansione dell’industria molti abbandonarono l’agricoltura. Oggi ne sono rimaste sette, ma hanno tutte più di cent’anni». Il filo rosso che dal 1883 arriva fino a qui intreccia cibo, lavoro e comunità. Per lo più, il produttivismo prima e il neoliberismo poi hanno nel tempo sciolto questo filo e separato gli elementi. Ma esistono luoghi di resistenza e di economia alternativa. Le sette cooperative del ravennate oggi coltivano e condividono 12.000 ettari. Il terreno non appartiene ai singoli soci, è gestito collettivamente: quando qualcuno se ne va, lascia il posto ad altri e chiunque, dopo un periodo di prova, può entrare e diventare socio.

Arrivare bracciante e prima o poi diventare presidente

«In questo mondo in cui le disuguaglianze crescono sempre di più, le cooperative sono un esempio concreto di come costruire un’economia più giusta e solidale. Non sono solo strumenti di reddito, attraverso il lavoro cooperativo si cerca di dare dignità alle persone» racconta Galavotti. Lo scopo è mutualistico: non massimizzare il profitto, ma creare opportunità e garantire lavoro e reddito equo. Questo vuol dire investire anche sulla tutela ambientale – per la buona salute della terra, del cibo e delle persone – e sul sostegno reciproco. Le cooperative, infatti, fanno parte di Legacoop Romagna come luogo dove confrontarsi e supportarsi fra realtà che condividono una certa visione del mondo: si scambiano mezzi, lavori e competenze, collaborano con cooperative che si occupano di trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli. Assieme si allargano a tutta la filiera e cercano di farne qualcosa di meglio. Se per lo più il cibo, dalla produzione alla distribuzione, è un coacervo di disuguaglianze, sfruttamento di terra e persone, insostenibilità sociale e ambientale, questa è la prova che si può fare qualcosa di diverso.

Una tavola inclusiva: il progetto “Noi Altri”

C’è anche un’altra faccia però dell’uguaglianza nel fare e consumare cibo. Per Valentina Meloni della Cooperativa Noi Altri, attiva in Sardegna dal 2023, c’è anche da poter stare tutti nello stesso ristorante e attorno alla stessa tavola, con le proprie disabilità o con le proprie intolleranze alimentari. Noi Altri nasce da una cooperativa attiva nei servizi alla persona per persone con disabilità. Da anni ormai nel lavoro educativo quotidiano emergeva la necessità per alcuni ragazzi di raggiungere livelli di autonomia maggiori: poter lavorare, magari un giorno anche abitare da soli. Il passaggio, racconta Meloni, non è semplice: «I tentativi di inserimento in aziende esterne, anche in settori diversi dalla ristorazione, non andavano mai a buon fine: le richieste erano spesso troppo rigide, i contesti poco pronti ad accogliere percorsi non standard. Abbiamo deciso di creare noi una nuova cooperativa che facesse ristorazione, in cui impiegare i nostri ragazzi e che, allo stesso tempo, facesse catering per la cooperativa di partenza. E perché nella nostra gastronomia potessero davvero venirci tutti, ci siamo concentrati sulle intolleranze alimentari, in particolare il glutine».

Inclusione a 360 gradi

L’inclusione è pensata a 360 gradi: persone con disabilità e clienti con diverse esigenze alimentari possono condividere lo stesso spazio grazie a un’organizzazione che prevede due cucine separate. Una è a vista e propone piatti con glutine, oltre a opzioni vegane e vegetariane; l’altra è dedicata esclusivamente al senza glutine, nel pieno rispetto delle norme contro la contaminazione.

Il locale dispone di cinque tavoli e di una gastronomia al banco attiva a pranzo, con la possibilità di estendere l’apertura anche alla sera. Per garantire la sostenibilità economica, il progetto si appoggia anche a collaborazioni con altre realtà locali, attraverso servizi di catering.

I ragazzi coinvolti, con sindromi genetiche, ritardi cognitivi o difficoltà motorie, sono inseriti in ruoli calibrati sulle loro capacità: dalla sala alla cucina, dallo stoccaggio alla gestione delle bolle. Oggi il progetto è portato avanti da 15 persone, di cui 8 sono ragazzi operativi, mentre altri stanno ancora completando il loro percorso di formazione.

Una remunerazione giusta

I primi stipendi hanno favorito la loro autodeterminazione: «da compagni diventano colleghi, sviluppano autonomia e progettano l’indipendenza, sognando di vivere da soli. Questa dimensione lavorativa e sociale ha avuto un forte impatto sulla crescita personale di ciascuno. Fra le cose che ci inorgogliscono di più, c’è il fatto che ora i ragazzi lavorano anche allo stadio per il Cagliari Calcio, per coprire l’offerta senza glutine», racconta Meloni.

Dal punto di vista economico, la cooperativa funziona differenziando i servizi e senza grandi aiuti esterni, se non un microcredito da CoopFin. Sul piano sociale l’esperienza è in costante crescita: la rete cooperativa sarda, inizialmente indietro, risponde sempre meglio e grazie a Legacoop il progetto trova sostegno sia tra altre cooperative locali sia a livello territoriale, iniziando a consolidarsi come modello di inclusione e lavoro sostenibile. Un altro modo di prendere il cibo e farne qualcosa di buono: necessariamente, attraverso il lavoro. 

Come raccontava Galavotti di Cab.Terra, infatti, «una remunerazione più giusta per tutti è il primo passo per ridurre le disuguaglianze economiche e permettere a chi lavora la terra di affacciarsi al mondo del cibo in condizioni più paritarie. È un modo concreto di contrastare le disuguaglianze lungo tutta la filiera, dalla terra alla tavola. D’altronde le cooperative nascono proprio con questo obiettivo: essere uno strumento di lotta contro lo sfruttamento e le disuguaglianze, perché ogni persona abbia pari dignità».


La rubrica Cronache della cooperazione nasce dalla collaborazione con Legacoop in vista della prossima Biennale dell’Economia Cooperativa (Milano, 9-10 ottobre 2026).

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