Di chi sono oggi le storie? Il diritto di raccontare 


Articolo tratto dal N. 66 di Voci che sfidano il presente Immagine copertina della newsletter

Raccontami una storia

Raccontami una storia!” Per la prova microfono bastò scandirla un paio di volte, la vecchia filastrocca, quella con il re seduto sul sofà, quella ripetibile all’infinito. Funzionano così oggi le storie?

Vanno in loop, girano su se stesse, risuonano nelle loro echo-chamber, amplificate o silenziate, messe comunque al servizio dei “re” e dei potenti. All’ “incoronazione” di Donald Trump i posti d’onore erano riservati ai padroni della Big Tech. Insieme ai più seguiti host tv, influencer e podcaster, i “broligarchi” rubarono la scena ai politici di peso, ai leader della destra mondiale, ai capi di Stato.

Da allora il fronte dei grandi supporter MAGA ha visto crescere le faide, però quel rito inaugurale rivela ancora il ruolo centralissimo di chi ha il potere di generare, diffondere e controllare le narrazioni: Elon Musk e Charlie Kirk, Mark Zuckerberg e Tucker Carlson, Joe Rogan Jeff Bezos che portava in dono il Washington Post e Amazon Prime Video. Sam Altman di Open AI insieme al CEO cinese di Tik Tok, in questi giorni accaparrato da unOPA ostile americana.

Se scoppierà la bolla dell’IA sarà ancora più devastata l’economia reale, ma intanto l’egemonia tecnologico-mediatica si è ulteriormente concentrata nelle mani degli ospiti a Washington. 

Propaganda

Le storie non sono reali, neanche quando sono vere e narrate in modo veritiero, ma non hanno mai invaso la realtà di ognuno in modo così totalizzante.

La propaganda, per secoli, veniva imposta dall’alto con uno scopo ben preciso: indottrinare, creare fedeltà e, sin da quando “propaganda” e “pubblicità” erano sinonimi, aumentare le vendite.

Poi i confini sono diventati fluidi, è arrivato lo storytelling, tanto adattabile al “mercato delle idee” da inondarlo di emozioni e vissuti coinvolgenti, che fossero o no quotati in borsa.

Ma soltanto con l’avvento dei monopoli virtuali siamo diventati consumatori-creatori, volonterosi propagandisti che producono gratis contenuti monitorabili e monetizzabili.

La nostra sorveglianza, sino all’eventuale “messa al bando” (a che linguaggio e pratiche “medievali” ci siamo abituati!) è il rovescio della medaglia della nostra libertà di espressione e di ricerca.

E mentre si rafforzano i sovranisti, gli autoritari, gli oligarchi, i content creator professionali somigliano alla servitù divisa per rango e referenze: dal Head Social Media Manager fin giù al free lance che tira avanti gestendo qualche profilo e già pensa che lo faranno fuori le macchine intelligenti.

Però non ce n’è uno, tra questi nuovi servi, che immaginiamo seduto accanto al re o al padrone. Perlomeno non sul sofà che una volta era un lusso, come la noia, l’ozio o l’abitudine di “fare salotto”.

Invece adesso ha le probabili sembianze del divano o del divano-letto in 100% poliestere sul quale il 99% dei lavoratori-consumatori si addormenta: davanti a uno schermo, naturalmente.

Che è come immaginare una sarta a domicilio – ne esistono ancora pure da noi – che tutte le sere riprende ago e filo per rilassarsi. Adesso, per quanto sgobbi, è anche lei umanità da divano, clientela di racconti che vogliono essere creduti al punto da cancellare la domanda “ma è vera, questa storia?” Le confezionano per noi, le narrazioni che creano dipendenza e sudditanza.

E allora che spazio è rimasto per essere liberi di raccontare? Quali possibilità di uscire dalle bolle che, creando polarizzazioni e sfiducia, fungono da mezzi del divide ut impera a cui collaboriamoNarrare storie può ancora avere la forza di scardinare i binari di tutto ciò che viene binariamente processato?

Gli inganni premiati di Ulisse e di Giacobbe, le profezie nefaste di Cassandra, la solitudine e angoscia di Gesù a Getsemani. Ma anche: la violenza fratricida nei miti fondativi, la vastità di trame e sottotrame dell’epica proveniente da ogni tempo e luogo – tutto questo ci ricorda che le storie sono sempre state ricche, contraddittorie, piene di chiaroscuri, non lineari, non binarie. Anche quando servivano, anzi erano depositi e veicoli di senso, le storie – le storie memorabili – non si lasciavano ridurre al mezzo e al messaggio. Si sono tramandate le storie che chiedono di essere reinterpretate e rinarrate come topoi tanto riconoscibili quanto permeati di zone oscure. 

Proprio perché non sono univoche, le storie generate dalle domande elementari sulle nostre vite conservano il potere di rimanere vive. Le storie esemplari, agiografiche, tendono invece a sbiadire appena cambiano l’ideologia o la morale. 

Il diritto di raccontare

Per questo, forse, nel nostro tempo di violenza e paura, di sfiducia e credulità, sono le storie a sapersi mettere di traverso, infrangere gli schemi, restituire la singolarità di una o tante vite. Umanizzare è un verbo nuovo che, nel suo recente uso imperativo, punta a una realtà terribile. Non parla più dei nostri cani e gatti trattati come membri di famiglia, ma di altri della nostra specie ridotti a numero di vittime, danni collaterali, nemici da schiacciare, espellere, uccidere.

La disumanizzazione parte dalle narrazioni che funzionano: brevi, immediate, martellanti. Prima insisti a chiamarli “illegali”, poi li lasci morire in mare o li deporti. Prima ripeti che sono nazisti, poi bombardi pure le scuole e gli ospedali. Vale per l’Europa e per gli Stati Uniti, vale per Gaza e per l’Ucraina 

È improbabile che la storia di Ahmed al-Ahmed, il fruttivendolo siriano che disarmò uno degli stragisti dell’attentato di hanukkah sulla spiaggia di Sydney faccia cambiare idea agli islamofobi. L’eccezione, si sa, conferma la regola: e gli eroi sono, per definizione, coloro che compiono gesta eccezionali. Eppure, è una storia molto difficile da negare o infangare, una storia che oppone la sua verità singolare alle generalizzazioni disumane.  

Nonostante tutti mezzi disponibili, resta ancora impossibile controllare il flusso globale delle informazioni, tacitare le testimonianze, arrestare le storie. A Gaza sono stati uccisi oltre 260 giornalisti, ma le proteste sono ugualmente dilagate in tutto l’occidente. Le armi mediatiche più temibili di chi usa la violenza senza regole sono la disinformazione – quando trova terreno fertile – e soprattutto il calo d’attenzione, l’indifferenza e l’ignoranza di ciò che accade nelle vaste parti del mondo che “non fanno notizia”

In tutti questi luoghi la persecuzione di scrittori e giornalisti ottiene doppiamente ciò che vuole: levare di mezzo coloro che, per il mestiere scelto, sono portavoce e amplificatori del dissenso e sbarrare il confine al racconto di una realtà censurata, zittita, chiusa in carcere. La repressione si abbatte dappertutto sulle voci libere, traendo vantaggio dal rafforzarsi planetario dell’autoritarismo. Sono ormai tantissimi gli scrittori e giornalisti imprigionati o in pericolo di vita.

Lo stato preoccupante di molte democrazie non aiuta a richiamare l’attenzione verso ciò che accade in paesi quasi sconosciuti o considerati giusto come attori geopolitici: cioè da una prospettiva che restaura la narrazione per la quale contano i potenti e le persone comuni spariscono dalla vista. Il primo grado di dissenso sta nel raccontare “dal basso”, nel ridare corpo, parola, autonomia a quelle vite. In quest’ottica le storie capaci di restituire una realtà complessa e sfaccettata sono già politiche. Impegnarsi per coloro che le scrivono significa difendere queste storie da tutte le modalità con cui proliferano le narrazioni conformate. 

Il PEN International oggi è presente in oltre cento paesi; ciascuno dei suoi Centre ha la facoltà di scegliere focus e campi di azioni differenti. Il nascituro” PEN Roma intende raccogliere dati sulla libertà di espressione in Italia che, nel 2025, si è classificata 49°a, unico paese dell’Europa occidentale a scivolare così in basso.

Inoltre si prefigge di sostenere particolarmente gli scrittori perseguitati lungo le sponde del “nostro” Mediterraneo e di promuovere la traduzione dei loro libri. E per finire vorrebbe organizzare un convegno su ciò che significa l’Intelligenza artificiale per chi scrive (o traduce). Già oggi le learning machine producono in massa romanzi commerciali, ma impostandole in modo più raffinato sono anche capaci di produrre testi di livello letterario. Ciò che non fanno, ovviamente, è nascere dal bisogno di cercare le parole: per esprimersi, per dare forma a una visione che solo scrivendo e riscrivendo si definisce, per affidare tali racconti a una comunità di lettori. Le storie non salveranno il mondo ma ogni parola libera – e umana – va salvaguardata.

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