L’incolumità dei bambini posta a rischio
«Vi scriviamo per informarvi che abbiamo appena ricevuto un avviso di shelter-in-place [identificazione di un luogo sicuro all’interno dell’edificio] dal responsabile sicurezza dell’Ambasciata degli Stati Uniti. Come misura precauzionale, abbiamo trasferito tutti i bambini e il personale nel nostro spazio sicuro designato.
Tutti sono tranquilli e stanno molto bene. I bambini sono pienamente coinvolti nelle attività di gruppo e il nostro team sta seguendo tutte le procedure di sicurezza. Vi aggiorneremo immediatamente non appena riceveremo l’autorizzazione a tornare nelle nostre aule».
Mercoledì 4 marzo, alle 9:15 del mattino, ricevevo questa e-mail dall’asilo Montessori che mio figlio Orlando frequenta a Nicosia. La chat della classe, invasa da decine di messaggi dei genitori che si interrogavano sul da farsi, restituiva una preoccupazione generale per l’incolumità dei bambini e, più in generale, per la situazione a Cipro.
Questo allarme – poi rientrato – seguiva di due giorni il lancio da parte dell’Iran di due missili balistici in direzione delle basi militari britanniche di Akrotirie Dhekelia.
I missili erano stati intercettati prima dell’impatto, secondo fonti della difesa britannica. Ma lo stesso giorno un drone di fabbricazione iraniana aveva colpito la base di Akrotiri, causando alcuni danni.
Proprio il 4 mattina, poche ore dopo l’e-mail dell’asilo, partivo per venire in Italia dall’aeroporto di Larnaca, funzionante ma semideserto.
Tutti i voli per il Medio Oriente erano stati cancellati e numerosi voli per l’Europa erano stati soppressi.
Non avevo mai visto i tabelloni degli aerei con così tante righe rosse in corrispondenza dei voli “cancelled”.
Titolo 1
La guerra accanto: vivere a Cipro mentre il Medio Oriente brucia
È molto strano raccontare le due settimane e mezzo trascorse da sabato 28 febbraio, quando Israele e Usa hanno mosso guerra all’Iran.
Cipro è tendenzialmente divisa tra la preoccupazione per ciò che potrebbe accadere e la rilassatezza – che confina con l’indifferenza – con cui viene vissuta una guerra vicina, ma anche molto distante.
La posizione geografica di Cipro, periferia dell’Ue ma al contempo periferia anche del Medio Oriente, la pone in una posizione molto particolare: sufficientemente lontana da Libano e Israele/Palestina, come dimostra la presenza di tanti libanesi e israeliani che ci abitano perché la ritengono sicura; ma sufficientemente vicina per poter fare avanti e indietro dai loro rispettivi paesi.
Questo essere “periferia”, ma anche “punto di incontro tra tre continenti”, come i miei figli hanno imparato all’asilo Montessori, ha significato che per molti anni – finché Bruxelles non si è fatta sentire ponendo fine a questa procedura – Cipro è stata porta privilegiata di ingresso in Europa per oligarchi che, investendo più di due milioni di euro, potevano ottenere rapidamente un passaporto dell’Unione europea.
Oggi Cipro è uno strettissimo varco di ingresso per migliaia di disperati richiedenti asilo che fuggono dalla guerra e/o dalla povertà, attirati da visti facili che Cipro Nord rilascia a studenti di Università fasulle: una volta arrivati a Cipro Nord, superano la frontiera porosa che separa l’isola in una parte settentrionale, sotto occupazione militare turca, e una parte meridionale, la repubblica di Cipro, Stato membro della Ue, dove fanno domanda di asilo, molto spesso rigettata.
Come è noto, infatti, Cipro è divisa in due dal 1974, e questa situazione ha moltissimi punti di contatto – a partire dalle profonde responsabilità britanniche – con altre due partitions dell’ex impero britannico, India-Pakistan e Israele-Palestina, seppur con numeri molto più ridotti di rifugiati rispetto a quanto avvenuto in Asia meridionale e una storia molto meno violenta rispetto al conflitto israelo-palestinese.
La divisione di Cipro in due ha aperto una tensione non ancora risolta nei rapporti tra Grecia e Turchia, i due membri della Nato entrati nel 1952 per allargare al mediterraneo orientale il perimetro di contenimento dell’URSS.
titolo 2
Cipro nello scacchiere europeo
Se la guerra a Gaza – come dimostrano le manifestazioni pro-Palestina tenutesi nel corso di questi due anni e mezzo – è vicina, la guerra contro l’Iran lo è molto di più, per le vicende sopra esposte. Ma che cosa sta succedendo esattamente? Cipro è in guerra o non lo è?
La percezione che si ha vivendo a Cipro è che la guerra sia distante e che non arriverà.
Ma non è questa la sensazione che si ha leggendo la stampa europea, a partire da quella italiana. Come è noto, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha espresso pieno sostegno a Cipro, sottolineando come la sicurezza dell’isola sia parte integrante della sicurezza europea.
D’altronde, Cipro è strategicamente rilevante per l’Europa – o almeno parte di essa – da un secolo e mezzo, da quando nel 1878 la Gran Bretagna ottenne il controllo amministrativo dell’isola, pur lasciandola formalmente sotto sovranità ottomana, per poi annetterla nel 1914.
Guardando la mappa del Mediterraneo, le motivazioni sono abbastanza ovvie.
Controllare Cipro, da un lato, permetteva alla Gran Bretagna di rafforzare la propria influenza sul Mediterraneo, dopo aver preso Gibilterra nel 1799 e Malta nel 1820; dall’altro, garantiva la possibilità di intervenire rapidamente a tutela del Canale di Suez, inaugurato nel 1869.
Molto più tardi, nel 1958, dopo il colpo di Stato che a Baghdad pose fine alla monarchia hashemita facendo nascere la repubblica, Cipro servì agli aerei britannici per inviare delle truppe in Giordania e proteggere il re Hussein, anch’egli hashemita, dalle proteste che rischiavano di far cadere anche questa monarchia. Una centralità, dunque, molto evidente per la sicurezza britannica.
Alle affermazioni di Ursula von der Leyen sono poi seguite le decisioni di Grecia, Francia e Italia. La Grecia è stata la prima a reagire, inviando due fregate e quattro caccia F-16; la Francia ha dispiegato la portaerei Charles de Gaulle dal Baltico a Cipro. L’Italia ha inviato la fregata missilistica Federico Martinengo, partita da Taranto.
Tuttavia, se la situazione è tranquilla, perché questa risposta così muscolare?
L’ideologia politica auspicabile
L’invio di navi da guerra sembra essere stato motivato dalla volontà dell’UE di “fare qualcosa”, dimostrando di avere le capacità militari per contare. In un’epoca in cui il diritto internazionale sembra non avere più alcun ruolo e in cui è la forza militare a dettare legge, Bruxelles e gli Stati membri hanno deciso di seguire la corrente, con un’azione dimostrativa che a nulla serve se non a “mostrare i muscoli”.
La dinamica attuale a Cipro, più che sollevare interrogativi sulla sicurezza dell’isola, pone rilevanti preoccupazioni riguardo alla tenuta complessiva dell’ordine internazionale e alla stabilità del sistema multilaterale.
Chi, come me, crede nell’azione dell’UE come normative power, non può non provare tristezza per l’incapacità delle classi dirigenti dei paesi europei – con l’eccezione della Spagna – di portare avanti una politica alternativa, che si smarchi dagli Stati Uniti e da Israele, prendendo le distanze da entrambi.
Una politica che riaffermi la centralità della diplomazia, il rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, e soprattutto il ripudio della guerra «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», come lo splendido art. 11 della Costituzione italiana ci ricorda.
