Dentro Beirut: dove la guerra attraversa tutti i confini

Dalla guerra civile alla resistenza contemporanea: come memoria, religione e politica disegnano il Libano il suo presente.


Articolo tratto dal N. 77 di Immagine copertina della newsletter

Testo e foto di Alessandro Cimma, fotoreporter dal Libano


Siamo in Libano, Beirut, il paese dalle mille contraddizioni che negli ultimi anni ha visto un susseguirsi una serie di crisi che hanno messo in ginocchio la popolazione. Il crack finanziario nel 2019; l’esplosione del porto nel 2020; nello stesso anno l’epidemia di Covid-19 e successivo lockdown; la guerra con Israele scoppiata nel 2024 dopo il supporto di Hezbollah ad Hamas ed infine questo: 

A seguito dell’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran — che ha portato anche all’uccisione della guida suprema Ali Khamenei — Hezbollah ha aperto un nuovo fronte di guerra in Libano. 

Khamenei non era solo un leader politico, ma la massima autorità religiosa per milioni di musulmani sciiti: una figura paragonabile, per centralità simbolica, a quella del Papa per i cattolici. 

Da quel momento il Libano è precipitato rapidamente nel caos e, nel giro di poche settimane, il conflitto ha prodotto una grave crisi umanitaria, tra le più drammatiche degli ultimi anni. 

Atterrato nella terra dei cedri, vengo invitato all’ambasciata italiana per un saluto. Madonna, la responsabile dell’ufficio stampa dell’ambasciata, mi fa accomodare nel suo ufficio, dopodiché mi offre un caffè e del cioccolato fondente facendomi sentire a casa, come se fossi un ospite abituale. 

Seduto alla sua scrivania, iniziamo a discutere della situazione attuale. Lei mi guida indietro nel tempo raccontandomi del disastro della guerra civile del 1975 protratta per quindici anni.
Mi spiega come le fazioni religiose abbiano iniziato ad attaccarsi tra loro, cristiani contro cristiani, musulmani contro musulmani, trasformando il paese in un mosaico di violenze quotidiane e devastazione. 

Le ferite di quel passato, ci dice, non sono scomparse: si percepiscono ancora oggi camminando tra i vicoli di Beirut, in ogni spazio urbano dove storia e presente si sovrappongono. E proprio qui,tra memoria e conflitto, si apre il labirinto di confini che definisce l’anima stessa del Libano. 

Foto di Alessandro Cimma

Quando lo scultore italiano Renato Marino Mazzacurati diede forma, nel 1960, a quelle figure monumentali che si trovano in Piazza dei Martiri, non poteva immaginare che il metallo sarebbe diventato un simbolo di attualità e di grande rilevanza contemporanea.
La statua originale, però, venne commissionata in sostituzione di un’altra scultura realizzata dall’artista libanese Yussef Hoyek, con il fine di rappresentare il martirio del 1916, in cui — sotto il dominio ottomano — giornalisti, attivisti ed intellettuali vennero giustiziati pubblicamente per le loro idee di dissidenza politica volte all’autonomia araba. La loro morte trasformò immediatamente quello spazio urbano in un luogo di memoria, così prese il nome di “Piazza dei Martiri”. Non funzionò fino in fondo: venne criticata perché percepita come passiva, incapace di esprimere la dimensione politica e attiva del sacrificio. Perciò, negli anni Cinquanta, fu rimossa e sostituita con la scultura di Mazzacurati. 

Con la guerra civile del 1975, durata quindici anni, la statua cambiò completamente il suo significato. Piazza dei Martiri si trovava sulla linea di frattura tra Beirut Est e Ovest: diventata un territorio di confine, attraversato da cecchini, milizie e checkpoint. La statua venne crivellata ripetutamente da proiettili e schegge. Quando, nel 1996, venne restaurata, si prese la decisione di non cancellare quei segni, lasciando le ferite della follia di quegli anni incise nel bronzo, che oggi sono più attuali che mai. 

Foto di Alessandro Cimma

In questo fazzoletto di terra che guarda al Mediterraneo, grande quanto l’Abruzzo ma denso quanto un intero continente, le linee di demarcazione politica, architettonica e culturale non sono mai un tratto netto, ma si sovrappongono costantemente. Basta muoversi tra i vicoli della capitale per avvertire la presenza di queste “frontiere”, che separano il lusso verticale dei grattacieli ultramoderni dagli scheletri di palazzi di quaranta piani rimasti disabitati, testimoni muti della folle guerra civile del 1975. 

 È una geometria del paradosso che si manifesta nel raggio di poche centinaia di metri, dove il profilo della grande Moschea Mohammad Al-Amin, sunnita, si intreccia quasi fisicamente con le guglie della Cattedrale Maronita di San Giorgio, rendendo tangibile la complessità di diciotto confessioni etno-religiose che convivono in un equilibrio tanto fragile quanto necessario. 

Foto di Alessandro Cimma

In questo momento, il confine ha cambiato natura. La zona rossa non appartiene più soltanto alle colline meridionali, in cui nella guerra del 2024 solo poche unità dell’IDF hanno forzato il confine, ma si insinua prepotente nei quartieri residenziali di Beirut, portando con sé l’odore aspro del fosforo bianco lanciato dallo stato israeliano e bombardamenti che piovono su rifugiati e ambulanze distrutte perché considerate sospette. 

In questo scenario di estrema violenza, dove i morti hanno superato il migliaio e gli sfollati sono oltre il milione, la popolazione resta sospesa tra l’incudine di una sovranità congelata e il martello di una resistenza che divide profondamente l’opinione pubblica. Nessuno rivela espressamente la propria posizione: alla fine il popolo, come ognuno di noi, cerca la pace. 

Foto di Alessandro Cimma

 

 

Foto di Alessandro Cimma

Hezbollah non si professa solo come tentacolo finanziato di Teheran: è un fronte politico-militare che nasce nel 1982, nel pieno della guerra civile, come risposta diretta all’invasione del Libano da parte di Israele. In quel momento, il sud del paese e parte di Beirut sono occupati militarmente, e le comunità sciite diventano il terreno su cui si costruisce una nuova forma di resistenza armata. Il movimento prende forma grazie al sostegno dell’Iran, che dopo la rivoluzione del 1979 esporta il proprio modello politico e militare nella regione utilizzando la Siria come asse strategico. 

Fin dall’inizio, Hezbollah non è soltanto una milizia: è un progetto politico, religioso e militare che unisce la lotta contro l’occupazione israeliana a una visione ideologica più ampia. Il suo obiettivo originario è chiaro: resistere alla presenza israeliana nel sud del Libano. Ed è proprio su questo terreno che costruisce la propria legittimità, soprattutto tra le popolazioni locali. Nel corso degli anni, attraverso una combinazione di azione militare e radicamento sociale, Hezbollah si trasforma in uno degli attori più influenti del paese, fino a diventare anche un partito politico con un ruolo istituzionale. 

Foto di Alessandro Cimma

In ogni angolo del paese, infatti, è normale osservare cartelloni e manifesti che rappresentano i martiri di Hezbollah. A prima vista ricordano i cartelloni elettorali: giovani, sorridenti, con nome e data di morte. Questi cartelloni hanno una funzione precisa: rendere visibile il concetto di martirio all’interno della comunità e mantenere viva la memoria di chi è morto combattendo contro Israele o durante operazioni militari legate al Partito di Dio. 

Il martirio, nella religione sciita, si riferisce al sacrificio consapevole in nome di una causa considerata giusta, modello ereditato dalla memoria della Battaglia di Karbala e della figura di Husayn ibn Ali. Per Hezbollah, il martire diventa simbolo collettivo: non si tratta solo di commemorare la morte, ma di mostrare alla comunità che la lotta armata e politica è legittima e continua. I cartelloni funzionano quindi sia come strumenti di memoria sia come elemento di presenza visibile dell’organizzazione nel tessuto urbano. 

 

Foto di Alessandro Cimma

Questa visione esistenziale, però, non appartiene a tutte le culture presenti, ed è proprio qui che si crea la frattura, generando confusione e poca coesione. Incontrando e parlando con i cittadini libanesi che ripudiano la guerra, la formula sembra sempre la stessa: “Israele vuole prendersi il Libano, Hezbollah ci sta portando la guerra in casa”. 

Così, il pensiero che attraversa i vicoli delle città è pregno di incertezza. Non si capisce cosa potrebbe essere del Libano: da una parte, la resistenza di Hezbollah allunga il conflitto fino a non vederne la fine; dall’altra, se Israele dovesse prevalere sul Partito di Dio, la popolazione teme le conseguenze di non aver agito dall’interno. 

Foto di Alessandro Cimma

In questo contesto, i confini non sono più solo geografici o religiosi: si sovrappongono, si intrecciano e restano invisibili attraversando la vita quotidiana della popolazione. 

I tratti dominanti di questa guerra sono la paura e l’incertezza: nessuno sa dove finisca la guerra e dove inizi la pace, e ogni scelta sembra collocarsi simultaneamente su più linee di frattura, rendendo il Libano un caleidoscopio di identità, alleanze e conflitti. 

 

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