“Are you ok?”
“Stai bene?”.
Sono state queste le ultime parole pronunciate da Alex Pretti, l’uomo ucciso meno di un mese fa a Minneapolis dai colpi di pistola dell’ICE.
“Are you ok?” chiede Pretti a una donna che come lui protesta per le strade della città contro le deportazioni delle milizie trumpiane.
Non un grido di battaglia, ma una domanda protesa verso l’altro. La voce concitata e poi a seguire il corpo che si mette in mezzo e di traverso, per ripararla dagli agenti. Quel corpo che pochi secondi dopo cade a terra, freddato da dieci proiettili.
“Stai bene?”. Due parole che dicono tutto.
La forma minima – e per questo radicale – di una politica della cura.
Una politica e non solo un’etica, perché forse oggi – in questa stagione malconcia di sfaldamento delle relazioni sociali, di azzoppamento della dimensione collettiva, di solitudini che spalancano voragini, di rinfocolamento di rancori ferini – oggi, dicevo, la cura fa balenare la possibilità di un modo diverso di riscoprirci comunità politica.
A lungo, la cura è stata relegata nel privato, nel tinello dei rapporti intimi.
Una moralità “debole”, per secoli associata all’abnegazione materna.
D’altro canto, dall’Etica Nicomachea di Aristotele al remix di Piazza San Giovanni “sono una donna, sono una madre, sono cristiana”, il refrain sembra riportarci lì, a un femminile schiacciato sul materno, a un materno appiattito sull’oblatività e alla dedizione all’altro come un destino biologico iscritto nelle ovaie.
Da qualche decennio a questa parte, tuttavia, parecchi pregiudizi ce li siamo scrollati di dosso e mai come negli ultimi tempi la cura è tornata centrale nel dibattito.
Forse sono le ferite di questi anni bui a risvegliare l’interesse per una categoria che – nel rimandare a un’idea di attenzione, sollecitudine, riparazione – non dissimula ciò che a lungo abbiamo cercato di camuffare: le nostre fragilità di esseri umani largamente imperfetti e insopprimibilmente dipendenti, l’esposizione mortale dei nostri corpi, lo sfinimento doloso dei nostri ecosistemi.
Per definizione, infatti, si ha cura di ciò che è vulnerabile. Di ciò che rischia di sfiorire.
Chi ha cura chiede “stai bene?”. Perché sa che quella condizione – lo star bene – è precaria.
Non ci sono dispositivi immunitari, polizze assicurative, deliri di grandezza, fantasie di inespugnabilità che tengano: è la nostra vita, la nostra carne, la polpa vivente del mondo a essere esposta all’imprevisto, all’usura, all’offesa.
È una precarizzazione che colpisce in modo profondamente diseguale secondo linee di classe, razza, genere e provenienza geografica. Ma il rimosso della dipendenza originaria attraversa l’intera modernità occidentale.
C’è da aver paura, non c’è dubbio.
E c’è chi sulla paura – su quell’uomo lupo per l’altro uomo – ha costruito l’intera architettura di progetti politici assolutistici.
Ma c’è anche chi ha visto in quella vulnerabilità originaria la chiave etica per un’altra politica.
Una politica del riconoscimento, dell’interdipendenza, della reciprocità. Una politica capace di vedere la relazione prima dell’autosufficienza, il nostro essere consegnati gli uni alle mani degli altri, prima che sia possibile esigere ed erigere confini.
Ricomporre il mondo a pezzi
In un tempo in cui sulla scena internazionale piovono bombe e torna a imporsi la logica rapace della forza, parlare di etica della cura può apparire ingenuo, se non ozioso.
Eppure, ci sarebbe nella cura quel granello potenzialmente capace di inceppare l’efferato ingranaggio della guerra. Presa sul serio e ricondotta al vincolo originario che ci lega gli uni agli altri, la cura ci dice che è l’ontologia stessa della separazione a vacillare.
Quando Elon Musk ha parlando della grande trovata del “Board of Peace” giocando sull’assonanza tra peace e piece – tra pace e pezzi – ha tradito la visione del mondo che alberga nella mentalità dei nuovi predatori.
Dicendo che la nuova pace consiste nell’annessione dei propri pezzi, non fa che portare alla luce questa ontologia implicita: il mondo come insieme di frammenti contendibili.
Il progressivo svuotamento del diritto internazionale segnala qualcosa di più profondo di una crisi delle istituzioni multilaterali.
Ci dice di come oggi il potere torni a leggere il presente: il mondo come una scacchiera, i territori come risorse da sfruttare, le popolazioni come variabili collaterali.
Un gioco di parole, quello tra peace e piece, rivelatore della mistificazione dei nuovi revanscisti: la pace prodotta per via di dominio. Non pace, ma spartizione e sopraffazione.
È in questo senso che la cura rileva oggi la sua urgenza politica. Non certo perché prometta armonia o pacificazione, ma perché consente di smascherare quell’interpretazione di sé e del mondo basata sull’idea di separazione, di sovranità – tanto del singolo, quanto di uno Stato.
Viene intesa come diritto a chiamarsi fuori dal vincolo della convivenza, dove l’altro – di nuovo: sia esso una persona o un Paese – è una porzione appropriabile o sacrificabile.
La cura, al contrario, ci rispedisce lì, nelle pieghe di quella trama di relazioni che costano fatica, certo. Ma sono anche alla base del legame sociale, dell’azione collettiva, della progettualità e della lotta politica.
Una risposta da Minneapolis
Abbiamo letto in queste settimane delle reti di risposta rapida di Minneapolis, di come si sia strutturato un modello di auto-difesa popolare.
Che passasse per fischietti e smartphone, per chat di contro-sorveglianza su Signal o per donne pronte a precipitarsi per strada in vestaglia pur di fare da testimoni, si tratta di un sistema che ha saputo creare tra vicini e concittadini un “modo di vita”.
Dicevano Giles Deleuze e Felix Guattari che la politica non è solo questione di resistenza, ma anche di creazione.
Non basta opporsi; occorre inventare. Ed è proprio questo che accade quando una comunità si organizza non soltanto per difendersi, ma per sostenersi. Quando costruisce rituali, dispositivi, pratiche di mutuo-aiuto che trasformano la vulnerabilità in contro-potere.
“Stai bene?” qui è un modo per prendere posizione nella storia. È la scelta di non lasciare nessuno solo nel momento del pericolo. È esposizione reciproca organizzata per trasformare la paura in co-presenza.
È la scaturigine di forme di vita alternative: una trama di gesti, abitudini, alleanze, sguardi che sottraggano la sicurezza alla “stretta” dell’isolamento, per reinterpretarla come densità di relazioni.
“Are you ok?”. No, non stiamo bene. Ma non siamo soli/e. E finché sapremo chiedercelo, non saremo vinti.
