Le migrazioni – ci ricordava il sociologo algerino Abdelmalek Sayad – svolgono da sempre una “funzione specchio”: rendono palese ciò che è latente nella costituzione e nel funzionamento di un ordine sociale; smascherano ciò che è mascherato, rivelando ciò che si ha interesse a ignorare e lasciare in uno stato di “innocenza” sociale.
Non sorprende, allora, come proprio il corpo migrante abbia costituito nel tempo una zona d’eccezione: un terreno privilegiato per la sperimentazione di tecniche di controllo e disciplinamento destinate, spesso, a irradiarsi al resto della società.
È su questo corpo che si è esercitato un potere punitivo sganciato dai limiti e dai vincoli che, almeno formalmente, continuavano a definire il rapporto tra lo Stato e i suoi cittadini.
Una delle manifestazioni più crudeli di questa eccezione è la diversa violabilità della libertà personale dello straniero.
Solo il corpo migrante può essere recluso senza la colpa di un reato: trattenuto non per ciò che si è fatto ma per una condizione amministrativa di irregolarità, strutturalmente prodotta dallo stesso sistema di governo delle migrazioni.
È dentro questa logica che si collocano i Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), luoghi fondati su sistematiche mistificazioni giuridiche e linguistiche: l’ossimoro di una detenzione senza reato, la beffa di una legislazione che qualifica le persone recluse come “ospiti”, il simulacro di una giurisdizione amputata delle garanzie previste per il resto della cittadinanza.
Fino alla privatizzazione degli stessi spazi detentivi, che consente a soggetti privati di trarre profitto dalla privazione della libertà personale.

Quando l’eccezione diventa regola
C’è un ulteriore passaggio che rende questo quadro ancora più inquietante.
La sospensione di vincoli e garanzie sperimentata per anni sui corpi migranti e resa ordinaria nella detenzione amministrativa non è rimasta confinata ai margini: nello scenario odierno è diventata una vera grammatica di governo, caratterizzata da un potere sempre più brutale e sempre meno disposto a riconoscere limiti al proprio esercizio.
Di fronte a questa normalizzazione dell’eccezione, le soggettività migranti sono destinatarie di ulteriori torsioni repressive: l’asticella si sposta ancora e l’eccezione si fa più dura.
Le vicende che hanno riguardato la delegittimazione dell’autorità giudiziaria nei centri in Albania e, sul versante sanitario, il caso di Ravenna appaiono due facce della stessa medaglia: disinnescare ogni residuo controllo sul dispositivo della detenzione amministrativa, trattando magistrati e medici come ostacoli da rimuovere e piegando giurisdizione e cura a finalità securitarie e propagandistiche.
Il caso di Ravenna: intimidire la cura
Per comprendere la portata di questa deriva occorre entrare nello specifico del caso di Ravenna, che nelle ultime settimane ha delineato uno scenario inquietante.
A metà febbraio sei medici sono stati posti sotto indagine con l’accusa di falso ideologico in atto pubblico per aver rilasciato certificati di inidoneità al trattenimento nei CPR di alcune persone migranti.
Le modalità degli accertamenti hanno suscitato forte indignazione: un blitz nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale e perquisizioni all’alba nelle abitazioni del personale sanitario.
L’indagine – promossa dalla Direzione centrale anticrimine del Ministero dell’Interno – rappresenta il culmine di un clima intimidatorio che da mesi circonda l’operato dei medici.
Alle dichiarazioni del capo del Viminale, che hanno evocato una presunta “corresponsabilità etica” dei sanitari per eventuali reati commessi da persone dichiarate non idonee al trattenimento, si sono affiancate ingerenze di alcune Questure sulle autorità sanitarie locali e una circolare ministeriale che sollecitava l’applicazione ordinaria di una disposizione d’eccezione prevista dalla cosiddetta direttiva Lamorgese: il trattenimento nei centri anche in assenza di una preventiva valutazione medica.
L’intento appare evidente: trasformare l’attività dei sanitari in un ingranaggio del dispositivo di controllo, riducendo i medici a certificatori della detenzione e piegando l’autonomia clinica alle esigenze delle politiche securitarie.
La patogenicità dei CPR
Questi elementi sono strutturali dello stesso “sistema CPR”.
La privatizzazione della gestione dei centri investe anche la tutela della salute delle persone trattenute, producendo una vera e propria extraterritorialità sanitaria.
In questi luoghi l’intervento medico e farmacologico risulta spesso asservito a finalità di controllo e disciplinamento, mentre i pochi compiti di vigilanza affidati all’autorità sanitaria pubblica risultano largamente disattesi.
Da anni le organizzazioni della società civile denunciano come le attestazioni di idoneità al trattenimento rilasciate dal personale sanitario delle ASL si riducano a verifiche meramente formali, spesso cristallizzate in moduli prestampati.

Questa prassi è stata documentata anche dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT), che nelle sue visite ai CPR italiani ha rilevato come gli esami medici si limitino spesso a un rapido controllo dei parametri vitali, senza una reale valutazione della condizione fisica e psichica della persona.
Il CPT ha inoltre confermato la presenza di abusi nell’uso di psicofarmaci, somministrati senza prescrizione, l’impossibilità di accedere a cure specialistiche e l’assenza di un piano di prevenzione del rischio suicidario, nonostante il verificarsi quotidiano di atti di autolesionismo.
Non a caso l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito i CPR luoghi patogeni, capaci di rappresentare un rischio concreto per la salute fisica e mentale delle persone detenute.
In questo contesto, quei pochi medici che hanno rifiutato di attestare automaticamente l’idoneità al trattenimento hanno semplicemente esercitato il proprio dovere professionale, tutelando la salute e la dignità delle persone.
Ed è forse proprio questo il punto più inquietante della vicenda: colpirli significa tentare di neutralizzare uno degli ultimi argini alla violenza del sistema detentivo.
Il corpo come ultimo spazio di libertà
Se i CPR sono luoghi patogeni, gli atti di autolesionismo rappresentano il segnale più evidente della sofferenza prodotta dalla detenzione amministrativa.
Ma raccontano anche qualcosa di più.
Durante le ispezioni condotte nei centri emergono i segni di questa sofferenza sui corpi delle persone detenute: tagli sulle braccia, arti fratturati, cicatrici ancora aperte.
Corpi che parlano con un’evidenza impossibile da ignorare.
Eppure a questa materialità della sofferenza si contrappone spesso la brutalità del linguaggio burocratico con cui tali gesti vengono registrati: atti liquidati come “simulati”, “manipolativi”, “non realistici”.
È il tentativo di neutralizzare atti di resistenza riducendoli a finzione, per evitare che quei corpi feriti possano sottrarsi alla detenzione.
Come osserva l’antropologa Monica Serrano, nella “macchina di desoggettivazione dei CPR” il corpo diventa l’ultimo spazio di potere rimasto alle persone recluse.
Quando la soggettività giuridica viene negata, il corpo assume su di sé il rischio della libertà: si fa abbastanza male per uscire dal centro, per essere portato in ospedale, per incontrare altre mani capaci di dichiarare l’incompatibilità con il trattenimento.
Il dolore diventa così un repertorio extragiuridico di accesso al diritto, un modo per reclamare il dovere dello Stato di tutelare la vita di chi è nelle sue mani.
Spezzare la gerarchia dei corpi
È sui corpi migranti che il potere ha imparato a sospendere i diritti e a esercitare un arbitrio sempre più ampio.
Ed è al fianco di quei corpi che occorre stare per spezzare questa logica.
Porre fine alla gerarchia dei corpi e alla geografia differenziata dei diritti significa oggi anche lottare contro la detenzione amministrativa, sostenendo chi nei CPR continua a resistere con il proprio corpo.
