Cooperare per lavorare nella transizione ecologica.
Per costruire i “green jobs” va ripensato il lavoro


Articolo tratto dal N. 69 di Immagine copertina della newsletter

La rubrica Cronache della cooperazione nasce dalla collaborazione con Legacoop in vista della prossima Biennale dell’Economia Cooperativa (Milano, 9-10 ottobre 2026).


Partiamo dai dati

Non è vero, e ormai è notizia vecchia, che la transizione ecologica diminuisce i posti di lavoro: alcuni si perdono, molti se ne creano. È notizia vecchia, detta ad alta voce per la prima volta nel 2019, con il Green Deal che venne annunciato da Von der Leyen come «nuova strategia per la crescita».

Ce ne si è anche dimenticati subito dopo: con la guerra in Ucraina molti fondi e molta attenzione sono tornati al settore fossile e bellico. 

Eppure, nel frattempo questa vecchia notizia ha trovato conferma in alcuni studi: secondo uno studio dell’EEA uscito a settembre 2025, in Europa l’occupazione nei settori «green» è aumentata molto più rapidamente (+68,9%) rispetto all’occupazione complessiva (+9,7%), passando dal 2,02% dell’occupazione totale nel 2010 al 3,1% nel 2022; si stima inoltre che entro il 2030 le politiche del Green Deal possano creare quasi un milione di posti in più rispetto a uno scenario “business as usual”, tenendo conto anche delle perdite nei settori ad alta emissione.

Perché tutto questo funzioni, però, bisogna creare le basi giuste. In Italia quasi il 50% delle richieste di profili green da parte delle imprese non trovano riscontro, specialmente in settori come le costruzioni o il manifatturiero. 

Non c’è una formazione adeguata, mancano i profili giusti.

Sostenibilità e ambiente dovrebbero essere al centro dei programmi di istituti tecnici e professionali, non tanto come materie specifiche quanto come lente attraverso cui leggere e interpretare tutte le altre.  Forse però non è l’unica questione. Per costruire «green jobs», oltre a ripensare la formazione va ripensato il lavoro. 

Nel 2019, il Green Deal venne annunciato da Von der Leyen come «nuova strategia per la crescita»

 

L’esempio delle imprese cooperative

«Per chi ha competenze in scienze naturali, non è facile trovare lavoro stabile, nemmeno nel settore privato» racconta il biologo marino Filippo Ferrantini. «Un’azienda che non ha l’ambiente come core business cercherà un profilo che aiuti a risolvere pratiche di permessi e monitoraggio dando per scontato che un biologo sia un tuttologo della biologia.

Invece ci sono diverse specializzazioni, e nessuno si aspetterebbe che un cardiologo si occupasse anche di nefrologia». È anche per questo forse che non si trovano candidati.

Domanda e offerta dovrebbero parlarsi e cambiare assieme, in vista di un obiettivo comune. Che non è la crescita, ma la salute del pianeta e più in piccolo di un territorio, di un suolo, dell’acqua che beviamo o dell’aria che respiriamo. Ci vorrebbe una transizione ecologica del lavoro: senza quella, un lavoro può avere ben poco di verde.

Molti l’hanno già fatta da sé, ben prima del Green Deal. Dieci anni fa, insieme ad altri biologi che non trovavano spazio nel mercato del lavoro così com’era, Ferrantini ha fondato Erse, una società cooperativa di ricerca e servizi per l’ambienteSi sono creati la loro alternativa, dando vita a un’azienda in cui spendere al meglio le loro competenze e la loro onestà intellettuale. 

Offrono consulenze di impatto ambientale su progetti ingegneristici come costruzioni di infrastrutture, secondo il principio che le considerazioni ambientali devono prevalere su quelle economiche

«Per noi», spiega Ferrantini, «la formula della cooperativa è una scelta ideologica. 

Non c’è un investitore che mette il capitale e gli altri che ne diventano dipendenti: siamo professionisti con competenze complementari che si aggregano attorno a un obiettivo». Per questo fanno parte di Legacoop, la principale associazione di rappresentanza delle imprese cooperative in Italia.

«È un mondo diverso da quello del mercato di capitale perché qui ogni nuova cooperativa, anche se competitor, è un vantaggio per le altre perché contribuisce ad espandere un ambiente con valori comuni, basato sulla mutualità. Ci aiutiamo e accresciamo a vicenda».

Nel documentario The cost of growth, il porta voce del collettivo di fabbrica GKN Dario Salvetti dice qualcosa di molto simile: «Finora avevamo sempre lavorato per lo stipendio. Ma se il lavoro ce lo diamo noi, allora possiamo decidere cosa produrre, con che materie prime, per chi». 

Non sappiamo ancora se la loro cooperativa riuscirà a vedere la luce, ma il loro piano industriale potrà essere sostenibile solo se e proprio perché lavoreranno assieme attorno a un progetto, scelto e non subìto.

A colloquio con Dario Salvetti sulla crisi del lavoro

Guarda su Youtube

Vette e Baite: un lavoro ambientale e sociale 

Anche Riccardo Giorgis e Alessandro Bettazzi, fondatori della Cooperativa Sociale Vette e Baite di Bologna si sono creati il proprio “green job”. Sono nati nel 2018 come associazione e sono cresciuti fino a diventare cooperativa sociale nel 2024. Ora fanno parte di Legacoop come Erse, e come Erse sono integrati in un progetto under 40. 

Sono guide esperte, organizzano escursioni in montagna, si definiscono «portatori sani di trekking» e offrono percorsi personalizzati di allenamento. Conoscono la montagna e sanno che per affrontarla bisogna conoscerla. 

Soprattutto oggi che la crisi climatica l’ha resa fragile e quindi talvolta pericolosa. Fra i loro progetti quello dell’escursione sospesa, che funziona come il caffè: si paga un’escursione in più per ragazzi provenienti da comunità per tossicodipendenti o migranti minori non accompagnati. 

«Per noi l’aspetto sociale e politico del nostro lavoro è preponderante» raccontano. «Cerchiamo di avvicinare alla montagna non come un trend da sfruttare ma come una possibilità, come un’alternativa di vita. E promuoviamo un turismo responsabile anche in senso culturale e politico: bisogna imparare a chiedersi che luoghi si finanziano e che tipo di relazione con la comunità montane si instaura. 

Organizziamo anche talk per parlare di disastri climatici come le alluvioni in Romagna, e delle cause fossili di questi disastri. È un unico discorso, e va unito in tutti i suoi punti».  

Cresce il conflitto tra movimenti ambientalisti e le reazioni politiche, come il rafforzamento del Decreto Sicurezza in Italia,  intanto l’UNICEF denuncia che il 99% dei bambini è esposto a minacce climatiche

Ripristinare, recuperare, rimettere in salute 

I green jobs esistono insomma da prima e indipendentemente dal Green Deal. E anzi: il Green Deal stesso affonda le basi in direttive europee arrivate già a partire dagli anni Settanta e che hanno il merito di avere al proprio centro non la crescita economica ma il benessere dell’ambiente, e quindi di chi ci vive. 

«Uno dei principali limiti dell’Ue, in molti campi, è che gli stati non hanno ceduto abbastanza sovranità. Ma se c’è un ambito in cui la cessione di sovranità è avvenuta, è quello ambientale» osserva Filippo Ferrantini

Le direttive del 2000 sulla protezione di uccelli, habitat e acque hanno uniformato non solo ciò che era permesso o vietato fare, ma anche i metodi di valutazione dello stato di salute di un fiume o di un suolo.

«Per l’Italia, per esempio, contava solo l’analisi chimica degli inquinanti, mentre la Ue decise che bisognava dare la precedenza alla biologia, chiedersi come stavano la flora e la fauna» e per Ferrantini «quella fu una rivoluzione copernicana. E una rivoluzione copernicana è anche la Nature Restoration Law (NRL): finora si era trattato di conservare, ora non basterà più.» 

La posta in gioco sarà più alta e richiederà un impegno molto più attivo. 

Bisognerà ripristinare, recuperare, rimettere in salute gli ecosistemi danneggiati. Vedremo se sapremo farlo, se la legge verrà in qualche modo ridimensionata.

Certo anche intorno alla NRL bisognerà raccogliersi come attorno a un obiettivo comune, lasciando spazio a competenze diverse e complementari. Finora è mancato un ripensamento strutturale e su ampia scala del lavoro: va dissodato, curato, ridefinito.

Non basta cambiare il cosa, bisogna cambiare il come. Dovremo fermarci, prendere il lavoro così come lo conosciamo e provare reinventarlo: una transizione ecologica del lavoro.

Ricevi il numero completo di PUBBLICO nella tua casella di posta

Non sei ancora iscritto? Compila il form!