La città messa in posa. Una conversazione con Marco D’Eramo su grandi eventi e urbanicidio


Articolo tratto dal N. 70 di Fine dei Giochi Immagine copertina della newsletter

Milano in standby

Venerdì 6 febbraio 2026, per ragioni di ordine pubblico legate alla cerimonia d’apertura di Milano-Cortina e al passaggio della torcia olimpica, a Milano è stata disposta la chiusura delle scuole nell’area dentro la circonvallazione esterna.

Non è un dettaglio logistico: è una piccola scena rivelatrice.

Perché quando una città sospende la vita quotidiana – e in particolare la vita di bambini e bambine – per far funzionare un evento, ci dice qualcosa sul tipo di città che stiamo costruendo: una città che si mette in posa, che riarticola il flusso del suo divenire per subordinarlo ai cerimoniali del grande evento.

La redazione di PUBBLICO ha conversato con Marco D’Eramo, che nel suo libro Il selfie del mondo offre una chiave interpretativa per questi temi usando l’espressione “urbanicidio”: una morte della città compiuta “a fin di bene”, nel nome della tutela, del prestigio, della visibilità.

A proposito delle metropoli che vivono di grandi appuntamenti: “È straziante assistere all’agonia di tante città. […] E che ora, una dopo l’altra, avvizziscono, si svuotano, si riducono a fondali teatrali su cui si recita un’esangue pantomima.”

L’evento, qui, non è un’aggiunta alla città: è il suo principio d’uso. La città diventa una location che deve funzionare “in tempo”, senza intralci.

Una scuola che chiude è, in miniatura, il gesto con cui la città si fa dettare i tempi dal grande evento.

È quanto, più in generale, accade con la priorità assegnata al turismo: “Se il turismo apporta l’introito principale alla città, evidentemente sale in cima alla sua scala di priorità, quindi la altera, ne dirotta le funzioni, i suoi abitanti diventano un popolo non solo di rigattieri, come diceva Marinetti (“Già per troppo tempo l’Italia è stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo liberarla dagli innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri”), ma di camerieri. Insomma, come un teatro serve solo a ospitare recite, così la città-museo serve a ospitare eventi. E come gli unici dipendenti del teatro sono macchinisti, maschere, bigliettai, così la città turistica si popola solo di albergatori, baristi, magliari e autisti Uber”.

E poi c’è un’altra questione.

“Il primo problema dei grandi eventi è che sono il metodo più facile per guadagnare con la corruzione”.

Il punto non è solo morale, è strutturale. La data limite è il cuore della macchina: “lo stadio deve essere pronto prima del fischio d’inizio”.

Se i lavori sono in ritardo, “la ditta appaltatrice può chiedere praticamente quello che vuole come variante”, perché non ci si può permettere di “non arrivare a risultato”.

Nei grandi eventi, la scadenza non è un vincolo: è un capitale negoziale.

Trasforma ogni urgenza in una tariffa. È così che i poteri pubblici che “amano tanto” i grandi eventi, con gli investimenti eccezionali che altre opere ordinarie non consentono, “finiscono per uscirne praticamente in bancarotta”.

Da città-museo a città-vetrina

Dovremmo ribaltare la prospettiva: non è l’evento a trasformare la città in vetrina; è la città-vetrina a cercare eventi come unica forma di attività compatibile con la propria immobilità.

La città turistica – osserva Marco D’Eramo – deve essere preservata “come era una volta”, idealmente congelata, patrimonializzata.

Da lì discende un’idea semplice e crudele: se la città deve restare intatta, allora non può essere officina, non può essere luogo di produzione e trasformazione, non può essere pienamente vissuta. Può essere, al massimo, scena.

È un processo di mummificazione che, per paradosso, subisce un’accelerazione quando una città riceve la prestigiosa certificazione di “Patrimonio dell’umanità”: “Il tocco dell’Unesco è letale: dove appone il suo label, letteralmente la città muore, sottoposta a tassidermia. […] Preservare vuol dire imbalsamare, o surgelare […] vuol dire letteralmente fermare il tempo, fissarlo come in un’istantanea fotografica, sottrarlo quindi al cambiamento, al divenire.”

E quando una città viene fissata, il suo “uso” si restringe. E qui la logica dei grandi eventi appare ancor più leggibile.

La città è “un manufatto costoso da tenere in funzione e da mantenere”, dunque deve servire a qualcosa economicamente; ma tenerla inalterata “rende scomoda e poco praticabile ogni altra attività economica”, e allora il suo uso finisce per coincidere con ciò che non chiede trasformazione: l’evento, il festival, la celebrazione.

“Ospitare festival (o esposizioni) è la destinazione d’uso naturale di una città Patrimonio dell’umanità.”

La città patrimoniale diventa esplicitamente teatro: “La città patrimoniale è messa in scena e convertita in scena: da un lato illuminata, ripulita, allestita a scopi d’abbellimento e di esposizione mediatica; dall’altro teatro di festival, feste, celebrazioni”.

Sacrifici ordinari

La chiusura delle scuole torna come sintomo: se l’unico modo di “far rendere” la città-museo è metterla in scena, allora tutto ciò che non è scena deve farsi da parte. Anche la vita ordinaria.

La spinta ai grandi eventi, dunque, è “non tanto la causa quanto l’effetto del mummificarsi della città”: l’evento non arriva a salvare una città viva; arriva a rianimare una città già resa scenografia, a darle una “parvenza di vita”, senza restituirgliela.

E l’evento, invece di curare, consolida la malattia: rafforza l’idea che la città serva soprattutto a essere vista, consumata, attraversata.

“Come quei paesi che si candidano per ospitare le Olimpiadi, ignari di segnare la loro rovina che li trascinerà nel baratro (vedi quel che è successo alla Grecia con i Giochi del 2004 o al Brasile con quelli del 2016), così i nostri sindaci, assessori, pro loco si affannano per ottenere l’agognato marchio.”

Se “urbanicidio” è fermare la città per preservarla, o per mostrarla, la chiusura di una scuola in nome dell’inaugurazione è un gesto piccolo ma eloquente: un sacrificio ordinario offerto alla macchina dell’evento.

Un’anticipazione di come, quando il grande evento arriva, la città non viene semplicemente trasformata: viene messa in posa, e tutto ciò che non entra nella posa deve scomparire – almeno per un giorno.

A volte, molto più a lungo.

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