Dalle Dolomiti a Barcellona.
L’importante è partecipare

Con una testimonianza di Jesus Ceberio, già direttore de El País intervistato da Angelo Miotto


Articolo tratto dal N. 70 di Fine dei Giochi Immagine copertina della newsletter

Il laboratorio dei grandi eventi vent’anni dopo

È una storia già vista, già vissuta, già raccontata. Una “storia sbagliata”.

Una storia italiana in salsa globale, che si ripete a vent’anni esatti di distanza da Torino 2006; ma non è vero che non si è imparato nulla da allora.

Infatti, il “laboratorio grandi eventi” – messo in piedi sulle rovine dell’industria italiana e della città operaia per eccellenza – ha fatto intanto passi da gigante, apprendendo a spese delle fragilità territoriali, legittimandosi cantiere dopo cantiere.

E muove, senza incontrare seri ostacoli (se non quello delle inchieste giudiziarie), verso l’instaurazione di un nuovo modello di governance: un regime di tipo “metromontano”, vale a dire un sistema di pratiche e di rappresentazioni simboliche con una sua coerenza interna e una cogenza esterna – politica ed economica, oltre che mediatica.

Un regime in grado di legare (a partire dagli immaginari diffusi, quelli dei cappellini di lana col logo olimpico, venduti nei supermercati di periferia ai pensionati che fanno la spesa) le metropoli del terziario avanzato a un entroterra alpino puntualmente iper-turisticizzato.

Un regime politico-affaristico capace di tenere insieme e sfruttare contemporaneamente gli effetti della gentrificazione urbana modello “Bosco verticale” e quelli della patrimonializzazione montana, entrata nelle nostre case coi “cinepanettoni” degli anni Novanta.

In grado di promuovere i vantaggi, per alcuni, della “airbnbizzazione” delle città – con la progressiva espulsione dei loro abitanti in relazione a modelli di pura rendita – e dell’overtourism dei comuni alpini, che rende inaccessibile il bene casa ai giovani residenti, espulsi di fatto dai loro stessi paesi.

La geografia del privilegio

Ieri l’esperimento univa Torino a Bardonecchia, con il lancio del comprensorio sciistico della “Via Lattea”; oggi Milano e Cortina, con una piattaforma territoriale ben più vasta, un “domaine skiable” e una costellazione di resort quattro stagioni, distesi fra Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige.

Estrusi volutamente dalle più ampie, e complesse, aree geografiche di riferimento (del cui governo reale nessuno più si interessa, dal momento che non conviene), i laboratori dei grandi eventi cuciono insieme punti relativamente distanti sulla mappa, creando una nuova geografia del privilegio locale e dell’eccezionalità esclusiva.

Una carta in 3D, fatta di nodi collegati da flussi verticali di denaro (anzitutto pubblico, unito a sapienti sponsorship private), da infrastrutture ad elevato impatto ambientale (essenzialmente destinate alla mobilità privata di tipo automobilistico, dalle bretelle autostradali di vecchia concezione alle più accattivanti “smart road”), da spostamenti di massa e pilotati di persone, focalizzati su precise destinazioni turistiche (quelle che poi lamentano l’overtourism).

E da norme – quando ci sono – che sanciscono statuti speciali, salvacondotti temporanei, necessità e interessi definiti come nazionali, a discapito dei controlli, a sfregio delle più elementari procedure democratiche, a esclusione di ogni corpo intermedio, tra potere e potere, tra interesse e interesse, tra città e montagna.

In mezzo e intorno, il nulla che avanza, quello dei territori destinati a essere solamente attraversati, sempre più velocemente, e quindi “lasciati indietro”, left behind.

Delle aree di risulta – buone giusto per ospitare i grand hub della logistica delle merci, che per prima sfrutta le nuove opere autostradali, intasandole di tir nelle ore di punta – e delle “montagne di mezzo”, che sperano in qualche briciola caduta dal tavolo, nell’effetto alone di spot pubblicitari costruiti sulla “dolomitizzazione” della montagna tutta (ovvero, della sua riduzione allo sfondo cartonato delle Dolomiti, il patrimonio UNESCO più artificiale al mondo), a uso di immaginari tanto artefatti, quanto capaci di performare economicamente e nella costruzione dei desideri collettivi.

Il lascito: estrazione e abbandono

I regimi metromontani, nel 2006 come nel 2026, alimentano così i processi della “fast economy”, producendo e intensificando fenomeni estrattivi a livello territoriale, centrati su precisi punti nello spazio e correlati a patrimonializzazione edilizia e iper-infrastrutturazione a obsolescenza programmata, nel segno di un consumo di suolo indifferente alla fragilizzazione della montagna in tempi di cambiamenti climatici, di scarsità idrica, di eventi meteorologici estremi.

Il lascito materiale dei Giochi Olimpici di Torino è sotto gli occhi di tutti: dai trampolini alle piste di bob, sino alle più semplici piste per lo sci di fondo, un asset in abbandono pressoché totale, nella desolante mancanza di neve, i cui costi di manutenzione sono insostenibili per gli attori locali, sempre più pendolari verso le città, grazie anche a qualche rotatoria e casello in più.

Il lascito sui territori di quelle del 2026 sarà di segno simile e intensità ancora maggiore, a partire dal prelievo di risorse naturali.

La Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi (Cipra) ci ricorda come i cannoni per linnevamento artificiale sono pronti a prelevare fino a 98 litri dacqua al secondo dal torrente Boite per garantire piste perfette per due settimane, mentre il costo totale delle 98 opere previste (molte della quali saranno terminate a Olimpiadi ormai concluse) è pari a 3,54 miliardi di euro, essenzialmente pubblici.

Il regime metromontano avanza a passi da gigante, dal quartiere Garibaldi-Isola ai resort sotto il Monte Cristallo: polarizzare e gerarchizzare, costruendo immaginari di classe e privatizzando beni comuni.

L’importante è partecipare.

A colloquio con Jesus Ceberio, già direttore de El País

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