Bonifiche in Italia: il 3% del territorio è contaminato, ma i cantieri non partono
Tra Siti di Interesse Nazionali (42) e Regionali (circa 39.000) per le bonifiche, quasi il 3% del territorio italiano è interessato da una contaminazione. Aree interdette perché pericolose per la salute di cittadine e cittadini, nei cui dintorni però vive circa il 10% della popolazione: 6 milioni di persone.
Secondo i dati dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, solo nel 15-20% dei SIN la bonifica è conclusa. Per le acque sotterranee (falde), il dato scende al 2-7%. In media si bonificano 11 ettari l’anno.
La maggioranza dei procedimenti attivi è ferma alla fase di caratterizzazione: stiamo ancora capendo quali sostanze contaminano quei terreni e quanto è grave la situazione.
Il lavoro generato è dunque quasi solo tecnico e burocratico (studi di consulenza, periti): quello fisico, nei cantieri, è fermo sulla carta.
Rispondere alla domanda “le bonifiche creano occupazione?”, quindi, non è semplice come sembra. Il settore potrebbe, sì, essere un volano di occupazione, ma mancano le premesse perché accada.
Green job o lavoro precario? Il modello italiano delle bonifiche sotto accusa
Non si tratta solo di quantità del lavoro, ma anche di qualità. Nel nostro Paese la bonifica è schiacciata sulla logica del subappalto al massimo ribasso.
I cantieri di risanamento ambientale sono trattati alla stregua di tutti gli altri, senza qualificazione obbligatoria delle imprese.
E senza clausole sociali che garantiscano la continuità occupazionale. I “green job” di cui tanto si parla sono lavori precari, temporanei e a bassa specializzazione, oltre che privi di tutele specifiche per il rischio chimico e ambientale.
I risultati di questo modello sono palesi. A Bagnoli per il risanamento dell’ex Italsider decenni di commissariamenti e fiumi di risorse pubbliche hanno prodotto lavoro solo per commissari, periti, avvocati e consulenti.
Gli operai sono andati in pensione o percepiscono ancora ammortizzatori sociali, aspettando un cantiere che è stato sequestrato per frodi un numero spropositato di volte.
Il modello Ruhr: quando la bonifica diventa sviluppo industriale
La direzione che andrebbe intrapresa è tutt’altra, ma non è affatto utopica. Nella regione della Ruhr, cuore dell’industria pesante del Novecento e della contaminazione in Europa, la bonifica è stata affidata a una società di scopo a partecipazione pubblica che ne ha coordinato le fasi.
Il processo tedesco è un esempio di collaborazione tra Stato e università, con la creazione di centri di ricerca applicata direttamente sulle aree contaminate.
Lungi dall’essere affrontata come una questione emergenziale, la bonifica è stata un tassello fondante di un nuovo corso.
Un investimento di oltre 5,5 miliardi di euro, gestito dalla Emschergenossenschaft (l’ente idrico della Ruhr), in 30 anni ha creato 330.000 occupati nelle tecnologie ambientali in tutta la Renania Settentrionale-Vestfalia. Il processo ha travalicato il perimetro dei siti contaminati.
Brevetti per il lavaggio del suolo e la fitodepurazione hanno generato competenze che oggi la Germania esporta in tutto il mondo, rendendo il risanamento una voce del pil e non un costo sociale.
Taranto e oltre: bonifiche, lavoro e partecipazione dal basso
Esistono altre strade, che uniscono il richiamo alle responsabilità del pubblico e l’inclusione e la partecipazione attiva della cittadinanza.
A Taranto la spinta arriva dal basso e smentisce ogni ricatto occupazionale.
Mentre la politica continua a svendere i capannoni fatiscenti di una fabbrica andata ben oltre le sue possibilità al miglior offerente, senza guardare al diritto alla salute di cittadine e cittadini e ad altre strade di sviluppo per il territorio, le organizzazioni e società civile hanno elaborato il Piano Taranto, un documento tecnico che propone la chiusura delle fonti inquinanti e il reimpiego immediato dei lavoratori del polo siderurgico nelle operazioni di risanamento.
Estendere questo meccanismo all’intero Stivale significherebbe restituire dignità, attraverso la partecipazione, a territori che sono stati sacrificati allo sviluppo industriale di questo paese. Le condizioni ci sarebbero tutte.
Secondo stime di Confindustria la bonifica dei SIN potrebbe generare 200.000 posti di lavoro. Come questo lavoro poi sarebbe declinato in termini di qualità e tutele, dovrebbe essere affare di una regia politica. Le rilevazioni dei sindacati mostrano che oggi i lavoratori stabilizzati sulle bonifiche sono una frazione minima, spesso riassorbiti da cantieri stradali appena finita la commessa.
Aspettarsi che dalle bonifiche nasca una “buona occupazione” per inerzia di mercato significa leggere i processi di contaminazione e lo stallo in cui versano i terreni che li hanno subiti con ingenuità o malafede.
Gestire i processi di bonifica come interventi su emergenze da sanare significa, per altro, negare la natura sistematica del legame tra industria e contaminazione, e quindi negare la possibilità di una transizione che si sostanzi in una politica industriale fondata sul principio “chi inquina paga”, sull’incentivo alla ricerca pubblica e sulla creazione di una filiera tecnica nazionale che oggi manca.
Che può essere una scelta politica legittima come un’altra. Ma non raccontiamoci che stiamo facendo la transizione ecologica.
