Autoritarismo, violenza e securitarismo nelle destre europee contemporanee 


Articolo tratto dal N. 72 di Futuro imperiale Immagine copertina della newsletter

Violenza strutturale

Nel dibattito sulle destre europee contemporanee, comunemente ricondotte, nel lessico politologico, alla categoria di far right, la violenza non può essere relegata al margine come espressione episodica.

Né tantomeno interpretata come semplice continuità ideologica destinata a riemergere soltanto nelle fasi di crisi.

L’analisi delle trasformazioni politiche degli ultimi due decenni mostra piuttosto che essa costituisce una componente strutturale dell’agire di queste formazioni, sia quando esercitano il governo sia quando operano all’opposizione. 

Quando governano, tale dinamica si traduce nell’ampliamento dei poteri dell’esecutivo, nell’uso ricorrente di interventi legislativi in materia di ordine pubblico. Ma anche nell’inasprimento delle politiche migratorie e nella restrizione delle condizioni di accesso alla cittadinanza.

Le modifiche costituzionali introdotte in alcuni paesi dell’Europa centro-orientale, le normative volte a limitare l’azione delle ong impegnate nel soccorso in mare, l’estensione dei poteri amministrativi e di polizia rappresentano manifestazioni riconoscibili di questa tendenza.

Quando si trovano all’opposizione, lo stesso repertorio si esprime nella costruzione reiterata dell’allarme, nella trasformazione del conflitto sociale in minaccia alla sicurezza nazionale e nella designazione di nemici interni. 

L’ideologia dell’estrema destra contemporanea

In questa continuità di pratiche e linguaggi prende forma una gerarchizzazione progressiva del corpo sociale.

È a questo livello che la violenza rivela la propria natura.

Non coincide soltanto con l’aggressione fisica o con l’episodio di piazza. Si inscrive nelle norme che differenziano l’accesso ai diritti, nelle procedure che selezionano e classificano, nelle retoriche che rendono plausibile l’esclusione.

Opera attraverso la legge e l’atto amministrativo, prima ancora che attraverso la forza.

Quest’ultima interviene quando il processo di ristrutturazione è già stato reso socialmente accettabile. 

Un riferimento analitico ormai consolidato è quello proposto da Cas Mudde, che individua nella combinazione di nazionalismo etno-culturale, autoritarismo e populismo il nucleo ideologico della far right contemporanea.

In The Far Right Today, Mudde sottolinea che l’autoritarismo di queste formazioni non implica il rifiuto della democrazia in quanto tale, ma la sua trasformazione in senso illiberale.

Non si tratta dunque di una rottura frontale dell’ordine democratico, bensì di una sua ridefinizione interna, che interviene sugli equilibri istituzionali, riduce il ruolo dei contrappesi e limita il pluralismo, giustificando tali interventi in nome della sicurezza, dell’unità nazionale o della volontà popolare.

Nuove modalità di regolazione del conflitto

In tale contesto, la coercizione assume un carattere strutturale.

Non si tratta soltanto dell’uso diretto della forza, ma dell’estensione dei poteri di controllo, dell’irrigidimento delle risposte penali e della ridefinizione delle condizioni di legittimità della protesta.

La violenza diventa così una modalità ordinaria di regolazione del conflitto. 

Il discorso di Alternative für Deutschland rende particolarmente evidente questa dinamica.

Sicurezza ed emergenza non operano come semplici parole d’ordine elettorali, ma come criteri attraverso cui viene riorganizzata la rappresentazione dello spazio politico.

La contrapposizione tra “noi” e “loro” si traduce in una gerarchia moralizzata che legittima l’esclusione e contribuisce a spostare i limiti del dicibile e del praticabile.

Anche quando non si traduce in aggressione fisica, la violenza resta inscritta in una logica preventiva. Il conflitto è rappresentato come permanente e l’anticipazione della forza come misura ragionevole. 

L’opzione della violenza 

Come ha mostrato Steven Forti, questo slittamento non riguarda soltanto singoli partiti o specifiche misure di governo, ma investe più in profondità i repertori politici contemporanei.

La violenza non è necessariamente organizzata né continuamente agita. Tuttavia rimane una opzione costantemente evocata e tenuta sullo sfondo del discorso pubblico, una risorsa cui si può ricorrere nella gestione del conflitto.

La sua disponibilità permanente orienta linguaggi e scelte istituzionali. 

È entro questo quadro europeo che vanno collocati anche i decreti sicurezza adottati in Italia negli ultimi anni.

Come hanno evidenziato Salvatore Vassallo e Rinaldo Vignati, tali provvedimenti non rappresentano una risposta episodica a emergenze contingenti. Traducono in norma un orientamento politico fondato sulla centralità dell’autorità e sulla priorità della sicurezza.

L’inasprimento delle sanzioni, l’ampliamento dei poteri amministrativi e la restrizione delle forme di protezione si inseriscono in un repertorio europeo ormai riconoscibile, declinato secondo configurazioni nazionali differenti. 

Violenza e securitarismo non costituiscono dunque deviazioni rispetto alla democrazia contemporanea.

Sono modalità attraverso cui le destre radicali riorganizzano il rapporto tra potere e società, ridefinendo in senso gerarchico i confini della comunità politica.


Bibliografia di riferimento

Manuela Caiani, La transnazionalizzazione della destra radicale, il Mulino, Bologna 2025. 

Steven Forti, Estrema destra 2.0. Cos’è e come combatterla, Castelvecchi, Roma 2025. 

Cas Mudde, The Far Right Today, Polity Press, Cambridge 2019. 

Salvatore Vassallo, Rinaldo Vignati, Fratelli di Giorgia. Il partito della destra nazional-conservatrice, il Mulino, Bologna 2023. 

 

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