La crisi della sinistra
In Italia, due decenni di riforme neoliberiste del lavoro e del welfare, adottate da governi trainati dal centro-sinistra – dalla riforma delle pensioni Dini (1995) al Jobs Act renziano (2015) – hanno minato le fondamenta di quella comunità di valori collocata, da oltre un secolo, a sinistra del centro politico, erodendone drammaticamente la base sociale.
Combinate con una mal calibrata strategia di “cattura del centro” (“tecnocratico-centrista” secondo De Sio), tali politiche hanno di fatto reso le ultime due tornate elettorali (2018 e 2022) non contendibili dal centro-sinistra, che non ha rappresentato un’alternativa di governo credibile né al binomio populista M5S-Lega né alla destra a guida Meloni.
Perseguire un’agenda politica di sinistra – caratterizzata, per dirla con Bobbio, dall’accentuazione del termine “uguaglianza” nella relazione dicotomica con la “libertà” – non è oggi operazione facile. Risorse limitate, vincoli di bilancio, pressioni competitive sulla finanza pubblica e sul costo del lavoro non rappresentano il terreno da gioco congeniale per una sinistra che nei Trenta Gloriosi aveva fatto dell’espansione dei diritti e della spesa sociale la principale arma di competizione elettorale.
La “torsione” del centro-sinistra italiano sulle diagnosi e le ricette neolib è però stata così intensa e continuativa da veicolare, in chiave autoassolutoria, la narrazione che la sinistra è in crisi ovunque in Europa e, soprattutto, che non è possibile vincere e governare sulla scorta di un programma orientato a sinistra.
La Spagna controcorrente: governare a sinistra si può
Le cose non stanno propriamente così e il caso spagnolo è quello che più stride con la narrazione. Sfruttando la tradizionale base sociale della sinistra spagnola, la coalizione tra il PSOE e le forze politiche più radicali – Unidas Podemos prima, Sumar poi – ha infatti vinto le elezioni del 2019 e quelle del 2023 sulla base di una piattaforma programmatica decisamente progressista, poi implementata dai governi Sanchez I e II.
Davvero notevole è stata la serie di riforme espansive del lavoro e del welfare, adottate in pochi anni sullo sfondo di una politica economica di stampo neokeynesiano.
La prima linea d’azione ha puntato a contrastare basse retribuzioni e precarietà del lavoro. Il salario minimo (SM), pari a 716€/mese nel 2017, è stato incrementato annualmente fino a raggiungere i 1.221€/mese (per 14 mensilità) nel 2026: un aumento complessivo del 70% – rispetto a una crescita del costo della vita inferiore al 20% – di cui hanno beneficiato circa 2 milioni e mezzo di lavoratori.
L’analisi dei processi politici che hanno reso possibile tale evoluzione mostra che, proprio a partire dal 2019, la dinamica di conflitto sul salario minimo si è (ri-)allineata al tradizionale asse destra vs sinistra e capitale vs lavoro.
I provvedimenti sul SM sono stati accompagnati dalla cruciale riforma del mercato del lavoro (2022).
Il provvedimento ha mirato contrastare un modello fortemente segnato da flessibilità e precarietà introducendo penalizzazioni economiche e stringenti causali per l’attivazione di contratti a termine, forti penalità in caso di infrazione, nuove regole volte a impedire il dumping salariale nei casi di subappalto ed esternalizzazione dei servizi, eliminando le forme di impiego che consentivano di mascherare da lavoro autonomo condizioni di lavoro dipendente, e rilanciando infine la contrattazione collettiva a livello settoriale, anche con il ripristino del periodo di validità degli accordi dopo la scadenza degli stessi.
In soli sei mesi il numero dei nuovi contratti a tempo indeterminato è quadruplicato, passando dal 10% al 50% del totale. Per la prima volta in 30 anni la quota, tradizionalmente elevatissima in Spagna, di lavoratori a termine sul totale dell’occupazione si è ridotta drasticamente: dal 24,9% del 2021 al 12,7% (dicembre 2025).
Inoltre, a dispetto delle cassandre dell’ortodossia economica, non si sono registrati effetti negativi sul mercato di lavoro, che ha invece lanciato segnali sempre più confortanti: la disoccupazione è diminuita dal 15,2% (2020) all’11% (2024), scendendo sotto i 3 milioni per la prima volta dal 2008 e toccando quota 2,4 milioni nel 2025, mentre il tasso di occupazione è salito dal 67,5% (2021) al 71,4% (2024).
Lavoro, welfare e spazio di manovra nell’Unione europea
La seconda direttrice ha mirato a irrobustire le misure di welfare di contrasto alla povertà tramite l’introduzione del primo schema di reddito minimo nazionale (Ingreso minimo vital) in aggiunta agli schemi regionali preesistenti fin dagli anni Novanta.
La terza linea di azione ha invece perseguito, in ottica progressista, un migliore bilanciamento del lavoro, sia quello retribuito che quello di cura, all’interno delle famiglie tra uomini e donne.
L’estensione del congedo di paternità è stata spettacolare: dalle 4 settimane del 2017, sì è passati alle 19 settimane (di cui 6 obbligatorie) – retribuite al 100% – nel 2025. In parallelo, nel 2020-2026 la rivalutazione cumulata delle pensioni è stata del 22%, e di ben il 44% per le pensioni minime e non contributive. L’agenda per il 2026 prevede invece misure per contrastare la crisi degli affitti, la riforma della non-autosufficienza e l’introduzione dell’assegno universale ai figli.
Dall’esperienza spagnola possiamo trarre quattro importanti lezioni.
Primo
Si possono vincere le elezioni e governare efficacemente perseguendo piattaforme programmatiche di sinistra.
Secondo
Anche nell’UE, lo spazio di manovra per i governi sul terreno delle politiche sociali e del lavoro rimane ampio.
Terzo
considerati i vincoli, è possibile adottare riforme incisive e progressive, sia di tipo redistributivo con limitato impatto sul bilancio pubblico (reddito minimo, congedi), sia pre-distributive a “costo zero” (salario minimo, riforma del mercato del lavoro).
Quarto
Una linea di azione cruciale richiede di destinare eventuali risorse aggiuntive – o rimodulare la spesa – secondo un criterio solidaristico-redistributivo orientato all’“equità sostanziale”, dunque a favore dei gruppi più svantaggiati.
Tale principio è fondamentale sia per ricalibrare internamente la spesa in quei settori del welfare italiano (pensioni in primis) nei quali le risorse sono distribuite in modo sperequato a favore delle fasce più abbienti, sia nel valutare criticamente l’espansione delle forme di welfare “privato” fiscalmente agevolato che rivelano marcati profili regressivi.
