Il paradosso educativo
Per Cultura della difesa si intende quel processo di contaminazione tra mondo militare e mondo civile volto a mutare la visione delle forze armate in settori quali la ricerca, l’occupazione, la tecnologia, lo sviluppo, la sanità, con il fine di normalizzare la guerra e trasformare spese militari in investimenti civili (si vedano i programmi annuali e i piani di comunicazione della difesa).
L’Europa emana risoluzioni, bussole delle competenze, libri bianchi con il fine di introdurre nel mondo dell’istruzione competenze militari (preparazione e prontezza!) e piegare le soft skills a logiche militariste; il Ministero dell’Istruzione e del Merito vara programmi patriottici e identitari (linee guida di educazione civica e nuove indicazioni) e firma convenzioni con le Forze armate.
Non solo le competenze si riempiono di nuovi significati e i programmi si piegano a logiche identitarie e patriottiche, ma la presenza dei militari nei luoghi dell’istruzione si fa sempre più frequente.
La storia viene affidata agli alpini, l’educazione finanziaria alla guardia di finanza, l’educazione motoria diviene “ginnastica dinamica militare”, l’educazione alimentare arriva a essere affidata ai marines della NATO.
L’educazione civica primeggia con corsi di legalità affidati alle forze dell’ordine sulle tematiche più varie.
Scurezza, bullismo/cyberbullismo, prevenzione alle droghe, violenza sulle donne, educazione stradale (con sparatoria simulata in una scuola d’infanzia); spesso inquinando e confondendo gli interventi di promozione della salute con contenuti rivolti alla prevenzione della criminalità.
Alle scuole superiori l’Orientamento (vero reclutamento, come mostrano alcune circolari dei dirigenti scolastici) e la Formazione Scuola Lavoro (ex PCTO), sono svolti con i reparti delle Forze Armate, la NATO e le industrie belliche (con la fondazione Leonardo civiltà delle macchine).
Leonardo offre corsi di aggiornamento per docenti e incontri con studenti e studentesse, e con la sua collaborazione è nato il primo liceo digitale a Roma.
La militarizzazione si fa tutt’uno con la logica securitaria e repressiva: la normativa sul voto in condotta, il divieto dei cellulari, il codice disciplinare e di condotta, la circolare sul “contraddittorio“, fino all’ultima trovata dell’introduzione del metal detector nelle scuole, per ora solo annunciata.
Sono solo alcuni esempi di questo clima repressivo a supporto del paradosso educativo: si educa alla guerra per non avere più guerre, si educa alla forza machista per diminuire i femminicidi, si educa all’obbedienza per sostenere la libertà.

Segnali di resistenza
In questo scenario, la nascita nel marzo 2023 dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università (composto da docenti, associazioni e sindacati) è fondamentale: la sua attività di monitoraggio permette di far emergere la pervasività dei modelli bellicisti, spingendo a una presa di coscienza collettiva.
La mobilitazione dal basso, incrementata in relazione ai tentativi di censura coinvolge collettivi studenteschi, collettivi di docenti , proteste di genitori.
Le iniziative si moltiplicano, dalle delibere nei PTOF alle proteste contro le celebrazioni militari.
Crescono anche le esperienze educative che cercano di contrastare questa deriva.
Il ruolo delle scuole come laboratori di democrazia sta vivendo una rinnovata centralità.
Escono dall’ombra reti formali di scuole e università che da tempo operano per valorizzare la cultura della pace e della nonviolenza, e nascono nuove iniziative di condivisione.
Queste esperienze incoraggiano a costruire narrazioni possibili, ma non sono risposte sistemiche.
Il rischio è quello di caricarle di un compito sproporzionato: compensare, dal basso, processi di violenza culturale e strutturale sostenuti dall’alto.
È inevitabile chiedersi, quindi, se può una scuola immersa in logiche punitive e verticali educare alla libertà, all’equità, alla cooperazione.
Una cosa è certa: la scuola è un nodo cruciale del cambiamento.

Un’educazione nonviolenta è pratica quotidiana
Un’educazione alla nonviolenza non è un contenuto aggiuntivo, una bandierina da sventolare, ma una pratica quotidiana.
Richiede la partecipazione reale di ragazze e ragazzi nei processi decisionali, una didattica che valorizzi il gruppo e non la competizione, e percorsi disciplinari capaci di raccontare la storia dell’umanità anche attraverso i processi di pace e di lotta nonviolenta.
Richiede organi collegiali che si confrontano realmente. Tempo e ore riconosciute alla cura della comunità.
Richiede adulti capaci di incarnare relazioni generative, di abitare il conflitto senza annientarlo.
Resta aperta la sfida di trasformare la formazione iniziale degli insegnanti, costruire alleanze tra i soggetti che abitano la scuola, che sconfinano per coinvolgere i territori attraverso patti educativi coerenti e incidere sul piano normativo e legislativo.
La scuola, però, pare intrappolata nelle radici della nostra cultura del dominio, rafforzata dall’intreccio tra neoliberismo e logiche di mercato.
Serve urgentemente una Scuola della Costituzione, una scuola realmente umana.
La scuola, e ogni persona, è chiamata a una scelta, non esiste neutralità possibile.
Anche il silenzio educa. Servono gruppi, enti, istituzioni e movimenti che se ne occupino, insieme.
La Scuola appartiene a tutte e tutti ed è politica, sempre.
Contributo a cura di Scuola Sconfinata
Bibliografia
AA. VV., La scuola laboratorio di pace, Aracne 2023
AA. VV., Comprendere i conflitti. Educare alla pace, Aracne 2024
AA. VV., Scuola Sconfinata. Proposta per una rivoluzione educativa, Fondazione Feltrinelli 2021
Massimo Baldacci, La scuola al bivio. Mercato o democrazia?, Franco Angeli, 2019
Judith Butler, La forza della nonviolenza, Nottetempo, 2020
bell hooks, Insegnare a trasgredire. L’educazione come pratica della libertà, Meltemi, 2020
